Afghanistan, Biden annuncia il ritiro

Afghanistan, Biden annuncia il ritiro

 

Dopo 20 anni di conflitti – più della Seconda Guerra Mondiale, della guerra di Corea e della guerra del Vietnam messe insieme – avrà fine la guerra più lunga dello zio Sam.

Entro l’11 settembre, data simbolo dell’attacco di Al Qaeda alle Torri Gemelle, le truppe statunitensi lasceranno l’Afghanistan. Mercoledì 14 aprile il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha annunciato il ritiro finale delle truppe USA dal paese asiatico, rinviando di qualche mese la scadenza negoziata dal suo predecessore Donald Trump con i Talebani. L’accordo siglato a Doha nel febbraio 2020 prevedeva infatti il ritiro completo entro il 1 maggio 2021, a condizione che i Talebani si rendessero disponibili al processo di pace e rompessero ogni legame con i gruppi terroristici internazionali. Biden ha deciso di posticipare il ritiro dei 2.500 – 3.500 secondo un’inchiesta del New York Times – soldati statunitensi stanziati in Afghanistan, ma ha scelto di farlo in modo incondizionato.  “Non possiamo continuare il ciclo di estensione o espansione della nostra presenza militare in Afghanistan sperando di creare le condizioni ideali per il nostro ritiro, aspettandoci un risultato diverso”, ha detto Biden. 

 

Una scelta coerente con la posizione espressa in passato dal presidente, secondo cui non esiste una soluzione militare per l’Afghanistan. La storia tra Biden e la Repubblica Islamica è infatti di lunga data. Già nel 2009 da vicepresidente, Biden si era opposto alla richiesta dei generali – poi accordata da Barack Obama – di aumentare il contingente nel paese. All’epoca Joe Biden era convinto che la missione degli Stati Uniti fosse combattere contro Al Qaeda, e non “salvare” l’Afghanistan. La stessa logica che il presidente sta applicando oggi: gli USA non sono in grado di trasformare l’Afghanistan in una democrazia funzionale.

 

Le conseguenze 

Resta ora da capire quali saranno le conseguenze di questa scelta sulla postura militare e diplomatica dei Talebani e, più in generale sul processo di pace. Un primo indizio è stato dato dal portavoce dei Talebani, Zabihullah Mujahid, il quale ha annunciato che il gruppo non parteciperà a nessuna conferenza di pace prima che l’ultimo soldato straniero abbia lasciato il paese. Boicottando così la conferenza internazionale sulla pace afghana che avrà luogo dal 24 aprile al 4 maggio ad Istanbul. A questo punto non è chiaro quindi come si possa raggiungere un accordo di pace senza coinvolgere i Talebani. Il timore principale è che la ritirata statunitense permetta ai diversi gruppi di militanti islamisti sparsi nella regione di utilizzare il territorio afghano come base per riorganizzarsi. Inoltre ieri i Talebani hanno rilasciato una dichiarazione ufficiale in cui hanno definito la decisione del presidente Biden una “chiara violazione” dell’accordo di Doha. Il gruppo ha anche minacciato ritorsioni, dichiarando al The Daily Beast che sono pronti ad attaccare le truppe statunitensi  se rimarranno oltre il primo maggio, avvertendo che potrebbero trasformare gli ultimi mesi di guerra in un “incubo” per gli americani.

L’incognita maggiore però riguarda le sorti dei civili afgani, lasciati da soli – dopo tante promesse non mantenute – ad affrontare un destino incerto tra due fuochi, quello dei Talebani da un lato e il governo di Kabul dall’altro, in lotta per il potere.  Secondo quanto riportato in una intervista rilasciata alla CNN da Mohammad Edriss, volontario per una ONG con sede a Kabul, non è roseo il futuro che attende i cittadini afgani. “Il ritiro non è a nostro beneficio”, ha detto, “Ci sarà violenza, l’insicurezza aumenterà drammaticamente, e ancora una volta il popolo afghano inizierà a lasciare l’Afghanistan e a cercare asilo in altri paesi”. Secondo un nuovo rapporto delle Nazioni Unite pubblicato mercoledì, il numero di civili uccisi e feriti durante i primi tre mesi del 2021 è aumentato del 29% rispetto al 2020, soprattutto donne e bambini.

 

È la fine della “guerra al terrore”?

C’è infine da chiedersi se il ritiro dall’Afghanistan non sia un sintomo di un cambio di paradigma nella politica estera statunitense verso il superamento della “guerra al terrore”, e la rinuncia dell’uso della forza militare per diffondere la democrazia nel mondo. O se invece il presidente vuole solo abbandonare il paese dove gli Stati Uniti hanno condotto (e perso) la guerra più lunga della loro storia.

La posizione dell’Italia 

La decisione di Joe Biden è stata avallata dagli alleati della Nato, compresa l’Italia, al termine di una riunione a Bruxelles dei ministri degli Esteri e della Difesa dell’Alleanza atlantica. Sull’impegno del nostro Paese, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha reso omaggio a “tutti i soldati italiani che sono impegnati nelle missioni di pace nel mondo. Li ringraziamo e siamo orgogliosi di loro”.  Per poi concludere: “Non abbandoneremo mai il popolo afghano che continueremo ad aiutare, anche di più, con progetti di cooperazione allo sviluppo, con il sostegno alle imprese, il sostegno alla società civile, la tutela dei diritti umani”.

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