Crisi di governo e tentativi di creare una nuova maggioranza

Crisi di governo e tentativi di creare una nuova maggioranza

Si attendono gli sviluppi dei prossimi giorni per capire quale sarà il destino del governo Conte bis, dopo le dimissioni delle ministre, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, e del sottosegretario, Ivan Scalfarotto, di Italia Viva, rassegnate lo scorso 13 gennaio.

Da quel giorno, l’esecutivo è avvolto dallo spettro di una crisi che sarà formalizzata qualora il Presidente del Consiglio rassegnerà le proprie dimissioni al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Al momento sembra accantonata l’ipotesi che Conte faccia “un passo indietro”, poiché in queste ore sono in corso delle interlocuzioni per trovare i cosiddetti “costruttori” (o “responsabili”) allo scopo di ricomporre una maggioranza a suo sostegno, per continuare l’esperienza di governo.

Vedremo quali saranno i numeri a favore del Presidente del Consiglio, che si presenterà domani alla Camera dei Deputati e martedì al Senato, per riferire sulla situazione politica in atto. In queste sedi, ne seguirà un dibattito e le sedute si chiuderanno con il voto di fiducia per appello nominale di ogni parlamentare.

L’esecutivo, per riuscire ad avere la fiducia, dovrà ottenere a suo sostegno la maggioranza dei voti dei parlamentari presenti.

Le controverse mediazioni alla ricerca dei “costruttori”

Le trattative in atto alla ricerca di “costruttori” per una nuova maggioranza, sebbene suscitino la disapprovazione di molti, sul pregiudizio di essere governate da manovre che soddisfano solo interessi personali, da un punto di vista giuridico, sono compatibili con la Carta costituzionale che, all’art. 94, stabilisce che “Il governo deve avere la fiducia delle due Camere”. Quindi, è sufficiente che ci sia una maggioranza, qualunque essa sia, per consentire all’esecutivo di continuare il proprio percorso.

Può non essere sempre comprensibile nel merito, ma è perfettamente legittimo, anche in dinamiche di questo genere, che un deputato o un senatore possa cambiare gruppo politico e passare dalla maggioranza all’opposizione o viceversa, poiché esiste il principio del divieto di mandato imperativo, previsto dall’articolo 67 della Costituzione – caposaldo di una democrazia rappresentativa – per il quale ogni parlamentare, dopo essere stato eletto, rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

I cambi di partito indubbiamente non sono fenomeni da favorire, poiché comunque sono sintomi di un qualcosa che non ha funzionato. Ma è errato condannarli a prescindere senza valutare i singoli casi e le ragioni, alla base delle scelte perseguite.

I parlamentari devono essere liberi di manifestare il dissenso rispetto al gruppo di appartenenza, soprattutto se si tratta di temi rilevanti per l’interesse della comunità.  L’uscita dal gruppo politico, infatti, spesso è dovuta a motivazioni di rilievo politico. Del resto, se succede che gli stessi partiti cambino le proprie posizioni rispetto a quelle annunciate in campagna elettorale, è anche lecito che un parlamentare possa non sentirsi più rappresentato dal gruppo politico in cui è iscritto.

È ovvio che questo discorso esula dalle ipotesi in cui queste manovre si realizzano solo per tornaconto personale o, addirittura, sono occasione di veri e propri reati, come nel caso in cui si accertano dei fenomeni corruttivi.

Una crisi in piena pandemia

Ritornando comunque all’attuale situazione e al tentativo di questo governo di ottenere la maggioranza per andare avanti, quello che più rende lo scenario complicato (se non drammatico), è che questa crisi si sta compiendo in piena pandemia.

Non hanno bisogno di commento tutte le motivazioni per le quali le gravi difficoltà che sta affrontando l’Italia non consentivano una crisi di governo e, tanto meno, il rischio di elezioni anticipate.

A questo punto, però, è anche doveroso chiedersi come potrebbe affrontare tutte le sfide del momento un’eventuale maggioranza, ricostruita su basi non solide e senza un serio progetto comune.

Si teme, infatti, la nascita di un governo con una maggioranza debole, che in quanto tale non sarebbe in grado di gestire l’emergenza sanitaria e la conseguente crisi economica e sociale che, in questi mesi, non fa che aggravarsi.

Non di meno, l’attuazione del Recovery Plan e la gestione dei miliardi ad esso collegati per attuare le riforme necessarie a risollevare l’Italia, non può permettersi l’assenza di una visione comune da parte dei componenti della maggioranza.

È per questo che, mai come in questo momento storico,  l’appello alla classe politica è che non si ricorra meramente alle regole formali e agli strumenti giuridici che consentono la nascita di un governo e il rapporto di fiducia tra parlamento ed esecutivo. Sarà essenziale il superamento di personalismi ed interessi estranei al bene comune, per poter guidare in modo davvero “responsabile”, condiviso e solidale,  un Paese stremato e che ha bisogno di un esecutivo che sappia amministrare e agire in modo tempestivo.

 

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