Legge Zan, il diritto di essere se stessi

Legge Zan, il diritto di essere se stessi

Lo scorso 4 novembre è stato approvato alla Camera il disegno di legge Zan, provvedimento promosso dai dem e supportato da Leu, M5s e da alcuni deputati di Forza Italia che attraverso la modifica degli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale estende le misure antidiscriminatorie introdotte dalla Legge Mancino anche agli atti di discriminazione fondati sul sesso, il genere, l’orientamento sessuale, l’identità di genere e l’abilismo.

Una proposta di legge atta a contrastare comportamenti omotransfobici e misogini che ha creato forti tensioni, interne al Parlamento quanto al di fuori, tacciata dai gruppi parlamentari dell’opposizione e da alcune associazioni pro-vita e pro-family di liberticidio e anti-costituzionalismo ed osteggiata fino alle manifestazioni di dissenso che hanno visto prendere luogo dietro i banchi di Lega e Fratelli d’Italia, i cui deputati si sono simbolicamente imbavagliati durante le votazioni.

Cosa prevede la legge

La proposta di legge unificata delle proposte Zan, Boldrini, Scalfarotto, Bartolozzi e Perantoni estende il novero dei reati di odio previsti dagli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale introducendo “misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere”.

Nello specifico, il provvedimento introduce l’aggravante di discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere, che si può tradurre in un aumento della pena fino alla metà, ammende fino a 6000 euro, la reclusione da sei mesi a quattro anni per chi istiga o commette atti di violenza e discriminazione o per chi partecipa o organizza gruppi che abbiano finalità violente e discriminatorie contro tali categorie.

Tra le pene accessorie è prevista la possibilità di sospensione condizionale della pena attraverso lo svolgimento di lavori di pubblica utilità, anche presso associazioni che tutelano le vittime di discriminazioni e violenza fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere.

Vengono inoltre stanziati 4 milioni annui al Fondo pari opportunità finalizzati a politiche inclusive di prevenzione, contrasto ed educazione, l’istituzione di centri antiviolenza e l’introduzione di programmi formativi all’interno delle scuole per incentivare percorsi di sensibilizzazione nella Giornata nazionale contro l’omofobia. L’Istat viene infine incaricata di formulare rapporti statistici sull’incidenza di atti violenti e discriminatori.

Legge Zan
Fonte: tempi.it, foto di Rungroj Yongrit

Una legge necessaria?

Con 265 voti a favore e 193 contrari, il ddl Zan non può certo vantare un’approvazione netta, men che mai unanime. La domanda che maggiormente sembra agitare i gruppi dell’opposizione è: c’è veramente bisogno di una legge antidiscriminatoria in un momento di emergenza in cui, come vorrebbe far notare qualcuno, ci sono cose ben più importanti a cui pensare? Il fatto che a sollevare questi dubbi siano stati perlopiù gruppi (politici, religiosi e sociali) già tutelati dà da pensare. Come ha sottolineato lo stesso Zan, infatti, di fronte al forte scompiglio generato da una proposta di legge che non lede i diritti di nessuno ma amplia la platea dei soggetti tutelati, un provvedimento del genere ha sì l’urgenza e il peso che in molti sperano di poter svalutare.

Dati alla mano emergono chiaramente infatti le difficoltà che queste categorie incontrano ancora oggi nell’affermazione della propria individualità. La Gay Help Line ha evidenziato che nel 2017 sono state circa 20.000 le persone che hanno denunciato discriminazioni, aggressioni o casi di allontanamento dovuti al proprio orientamento sessuale. Euromedia Research ha sottolineato a sua volta che nel 2018 solo il 20% dei genitori era a conoscenza dell’omosessualità dei propri figli, contro un 45,9% di fratelli e sorelle, il 55,7% di colleghi e il 77,4% degli amici. Numeri che vanno in crescendo, certo, ma che mostrano anche come una totale libertà di esprimere se stessi sia ancora ben lontana dal potersi pienamente dispiegare.

Se questi dati non bastassero a mostrare la concreta necessità di politiche di normalizzazione e tutela, i recenti casi di cronaca sono altrettanto esemplari. Ricordiamo tra questi la drammatica vicenda di Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore, la denuncia social divenuta virale di Camilla Cannoni e la storia di Erika Mattina e Martina Tammaro, vittime innocenti di un clima nel quale la differenza sembra ancora doversi misurare con diffidenza e aggressività. Di fronte a questi comportamenti e ad un vuoto normativo che non garantisce tutele sicure e reali, solo una certa “giustizia” privata sembra essere la soluzione, condotta dalle vittime quanto dai carnefici, e che nel migliore dei casi si conclude con una presa di coscienza più profonda di se stessi ma anche (e soprattutto) del clima di intolleranza che si affaccia ancora su un paese democratico e costituzionalmente inclusivo.

Per queste ragioni, anche di fronte all’emergenza sanitaria che tocca le nostre società, la tutela e l’inclusione di tutte le categorie rientra nel novero delle questioni da affrontare senza ulteriori indugi. Alla domanda “sicuri che gli omosessuali di questa nazione non avrebbero voluto vedervi al lavoro per difendere le loro attività piuttosto che su questa roba qui?” la risposta delle comunità LGBT+, e non solo, è infatti “sì, siamo sicuri”.

Legge Zan
Fonte: unsplash.com, foto di Delia Giandeini

Rivalsa della costituzionalità

Andandosi ad aggiungere al riconoscimento delle unioni civili della legge Cirinnà e alla più recente decisione dell’Aifa circa l’erogazione gratuita delle terapie ormonali sostitutive su suolo nazionale, il ddl Zan compie un ulteriore passo avanti nella direzione di una società più inclusiva e rispettosa delle singole identità. Già l’Articolo 21 della Carta di Nizza del 7 dicembre 2000 introduceva il divieto di “qualsiasi forma di discriminazione” anche fondata sulla base delle “tendenze sessuali”. Nel 2006 il Parlamento europeo sollecitava le singole nazioni ad introdurre misure atte a contrastare discriminazioni o atti di violenza di matrice omofobica.

Se dunque i gruppi di dissenso sperano di poter fare leva sulla presunta anticostituzionalità di questa proposta, che a loro dire intaccherebbe le libertà garantite di opinione e espressione, è bene ricordare la conformità di tale legge con l’Articolo 3 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Libertà di opinione e libertà di espressione non coincidono infatti con libertà di aggressione, che sia questa fisica, psicologica o verbale. Ed è questo il punto che sembra voler rimarcare anche l’articolo “salva idee” del testo di legge che, in conformità con un principio costituzionale mai messo in discussione, introduce la clausola di salvaguardia dell’Articolo 21 per coloro che denunciano la possibilità di un qualche reato di opinione: “restano salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

La proposta di legge passerà ora al vaglio del Senato nella speranza che non vi siano ulteriori palleggi tra camere, se non per il perfezionamento di una legge che ricalca i principi fondamentali su cui si fondano i nostri criteri di costituzionalità e che pone un ulteriore tassello nel mosaico di una repubblica inclusiva, ricca e plurale.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook