La storia non siamo noi: quando gli italiani sono i primi a incoraggiare l’uso della mafia come brand. Il caso di Don Panino.

La storia non siamo noi: quando gli italiani sono i primi a incoraggiare l’uso della mafia come brand. Il caso di Don Panino.

don-panino-« Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! »  urla Peppino Impastato, interpretato da Luigi Lo Cascio, nel film I cento passi.  La domanda è: ci siamo abituati? Ci stiamo accorgendo di cosa ci accade intorno?  I turisti italiani all’estero non si stupiscono più quando si trovano davanti insegne dai nomi improbabili ritenuti evocativi: “Pizza Vesuvio” e “Ristorante Cosanostra” fanno parte della medesima operazione di marketing, dove sullo stesso livello si poggiano simboli nazionali e criminalità organizzata; il più delle volte però, questo gioco si svolge fra avventori, cuochi e  gestori che nulla hanno a che fare con l’Italia e, semplicemente ,si appellano a un folklore stereotipato.

È triste, ma comprensibile, che uno straniero ignori le pagine più tragiche della nostra storia. È disgustoso quando noi, essendone consapevoli, ci speculiamo sopra.

Marco e Julia Marchetta, italiani, risiedono e lavorano a Vienna dove aprono il ristorante Don Panino.  Autoironici? No, basta leggere il menù:  accanto ai panini Don Buscetta e Don Corleone si possono trovare il Don Falcone, la cui descrizione è : “Si è guadagnato il titolo di più grande rivale della mafia di Palermo ma purtroppo sarà grigliato come un salsicciotto”, e il Don Peppino “Siciliano dalla bocca larga fu cotto in una bomba come un pollo nel barbecue”.  Se si usa l’aggettivo “grigliato” riferito a Falcone, vuol dire che ci si ricorda della strage di Capaci in cui il giudice, la moglie e la sua scorta vennero dilaniati da cinque quintali di Tritolo. Se si parla di “bocca larga” in riferimento a Giuseppe Impastato, vuol dire che si conosce la storia della radio locale dalla quale denunciava le azioni mafiose del boss Badalamenti, e, se lo si descrive “cotto in una bomba”, è chiaro che si ha ben presente di come venne legato ai binari della linea Palermo-Trapani e fatto esplodere con una carica di tritolo.

Se si usa l’appellativo Don in modo indistinto per designare chi di mafia è morto e chi di mafia ha ucciso, si decide deliberatamente di ignorare una guerra intestina che si svolge ogni giorno in tutta Italia, da Nord a Sud.donp

A reagire per primo, nel maggio 2013, è stato un gruppo di italiani residenti a Vienna che ha lanciato una petizione on line, raccogliendo firme per mobilitare le autorità, sia austriache che italiane. In pochi è giorni è scoppiato il caso diplomatico e al momento la Farnesina, raccogliendo anche la segnalazione di Radio 100 passi, ha oscurato il sito del locale; sulla vicenda sono inoltre intervenuti il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, alcuni parlamentari di Pd e Sel e, infine, Emma Bonino che tramite l’incaricato dell’ambasciata italiana a Vienna ha definito “inaccettabile” e “offensivo” l’uso dei nomi di Impastato e Falcone nel menù.

Nonostante tutto, le recensioni del locale, erano entusiaste.

Eliana Rizzi

9 giugno 2013

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