Fare debito e lasciarlo alle future generazioni è legittimo?

Fare debito e lasciarlo alle future generazioni è legittimo?

La pandemia che sta affrontando l’Italia ha messo ancora di più in luce, se possibile, i limiti di manovra finanziaria e le difficoltà di crescita dovuti ad un debito pubblico, tra i più alti al mondo, che ha superato il 130% del Pil e vale oltre 2.400 miliardi di euro.

Il dibattito pubblico resta così ancorato ai termini di una persistente vulnerabilità economica che determina, tra i suoi principali effetti, una grave ingiustizia intergenerazionale, frutto di una spesa pubblica discutibile, rispetto agli obiettivi che persegue. Il debito italiano, infatti, è caratterizzato da un frequente ricorso al deficit per coprire spese correnti, dunque, non produttive e che esauriscono i loro effetti nei confronti di determinati destinatari. Per intenderci, questo avviene, ad esempio, quando si concede l’accesso a benefici pensionistici in deroga alla disciplina vigente, incrementando la spesa pubblica a carico delle nuove generazioni, che non riceveranno alcun beneficio diretto. Vengono così sottratte risorse finanziarie a manovre di investimento che produrrebbero i loro effetti nel lungo periodo e renderebbero il debito più sostenibile, a beneficio di tutti, anche
delle future generazioni.

Invece, proprio sui più giovani ricadrà il macigno di un debito abnorme che deve consolidarsi e che si paleserà, innanzitutto, attraverso il riconoscimento di assegni pensionistici drasticamente ridimensionati rispetto a quelli attribuiti in passato. A prescindere da una valutazione di opportunità politica,
ci si chiede fino a che punto possa essere considerato legittimo adottare provvedimenti per ottenere delle utilità e decidere di “far pagare il conto” alle generazioni che verranno, nonostante non potranno godere dei benefici delle relative misure.

Questo utilizzo di risorse pubbliche, che determina diseguaglianze tra generazioni, trova dei limiti da un punto di vista giuridico? 

La Costituzione italiana non prevede specificamente disposizioni che riconoscano principi di equità intergenerazionale o, in generale, che stabiliscano diritti esistenti per le generazioni future; tuttavia, alla loro tutela la giurisprudenza costituzionale fa espresso riferimento, oltre che in materia di salvaguardia e conservazione dell’ambiente, proprio rispetto al principio di sostenibilità del debito pubblico, che, secondo la Corte, comporta una responsabilità che non è solo delle istituzioni ma anche di ogni cittadino nei confronti degli altri e delle generazioni future. Ciò in attuazione dei principi fondamentali di uguaglianza e solidarietà, la cui attuazione va privilegiata nel bilanciamento con gli altri valori costituzionali, anche nell’ottica di equità intergenerazionale, per garantire la sostenibilità del debito pubblico (sentenza n. 88 del 2014).

Da un’analisi qualitativa del debito pubblico italiano, sembra, invece, che le aspettative e i diritti delle future generazioni siano troppo spesso traditi, per soddisfare i bisogni del momento e guadagnare l’immediato consenso dei cittadini/elettori destinatari dei benefici attribuiti.

Sarebbe proprio il momento di garantire quei diritti, che non solo meriterebbero un riconoscimento esplicito nella Carta costituzionale, ma che andrebbero tutelati con un intervento di controllo sulle operazioni in deficit per valutarne la ragionevolezza, chiaramente non ai fini di un giudizio politico, ma per il rispetto di principi
costituzionali fondamentali. Altrimenti, resteranno solo sterili parole le lodi trasversali espresse dai decisori politici al recente discorso dell’ex presidente della Bce, Mario Draghi, al 41° Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini, che ha messo i giovani e l’utilizzo di “debito buono” per investimenti produttivi, al centro di quella che dovrebbe essere l’agenda politica. Ad oggi, nei fatti, è certo che per il futuro degli italiani non mancherà il peso di consistenti oneri finanziari, unito ad un welfare meno generoso e a minori opportunità di lavoro.

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