Referendum su riduzione parlamentari: meno eletti senza alcuna idea di riforma

Referendum su riduzione parlamentari: meno eletti senza alcuna idea di riforma

Il 20 e 21 settembre 2020 si terrà il referendum per confermare o respingere la legge costituzionale che riduce il numero dei parlamentari stabilito dalla Costituzione, con una diminuzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Si tratta di un referendum confermativo per il quale non è previsto il raggiungimento di un quorum specifico, il cui esito, qualora prevalessero i Si, determinerebbe un’incisiva modifica dell’assetto istituzionale, con conseguenti ripercussioni sulla rappresentanza  del popolo in Parlamento.

A fronte dell’incertezza sui concreti effetti di questa riforma, c’è il rischio che non ne sia compresa la portata e in assenza di una discussione seria che possa informare i cittadini, il voto potrebbe essere mosso solo dai sentimenti di antipolitica, che governano i nostri tempi.

Come cambierebbe la rappresentanza dei cittadini?

Questa riforma è stata annunciata come una conquista, in un’ottica di taglio della spesa pubblica, facendo passare il messaggio che l’attuale numero degli eletti sia ingiustificato e smisurato. Ma è davvero così?

Innanzitutto, ricordiamo che il testo originario della Costituzione si richiamava ad una precisa ratio per individuare il numero dei componenti delle assemblee elettive che doveva essere proporzionato al numero dei cittadini: un deputato per ogni ottantamila abitanti e un senatore ogni duecentomila. Successivamente, dopo la revisione costituzionale del 1963, è stato istituito il numero fisso di 630 deputati e 315 senatori, che la legge adesso sottoposta a referendum riduce, complessivamente, di 345 eletti, sottraendo inevitabilmente le possibilità di rappresentanza di territori e forze politiche minori. Cambia, quindi, il numero medio di abitanti per ciascun parlamentare eletto, che aumenta per ogni deputato da 96.006 a 151.210, per ciascun senatore da 188.424 a 302.420.

Quale sarebbe la reale riduzione della spesa pubblica?

Sulla dichiarata riduzione della spesa pubblica che comporterebbe questa riforma, esistono i dati dell’Osservatorio dei conti pubblici, che attraverso un calcolo che considera le indennità percepite dai parlamentari, al netto delle imposte e dei contributi che gli stessi sono tenuti a pagare allo Stato, afferma che il risparmio sia pari a 57 milioni di euro l’anno, equivalente allo 0,007 per cento della spesa pubblica italiana. Dunque, un taglio della spesa piuttosto ininfluente e che, soprattutto, non giustifica una drastica compressione della rappresentanza in Parlamento.

Nel funzionamento delle istituzioni l’esigenza prioritaria e attuale, che dovrebbe essere sentita, è l’introduzione di misure che migliorino la qualità della classe dirigente politica e non, di certo, un supposto taglio di spese, che poi, di fatto, non gioverebbe né direttamente ai cittadini né al buon andamento delle regole della democrazia.

I limiti della riforma

Si badi bene che con ciò non si vuole affermare che una riduzione dei parlamentari sia un’iniziativa legislativa errata a prescindere. Quello che, soprattutto, non convince di questa legge è che interviene esclusivamente sul numero degli eletti, senza riformare l’assetto di tutti gli organi parlamentari, allo scopo di rendere più snelle ed efficienti le procedure. Si tratta di una riforma parziale, che intende diminuire il numero dei componenti delle assemblee legislative, senza riferirsi a dei precisi criteri, per migliorare la funzionalità del sistema. Ne consegue che gli effetti reali di questa riforma sul funzionamento dei lavori parlamentari potranno essere verificati solo, successivamente, qualora verrà confermata. Al momento, emerge che questa legge non comporterà il risparmio sbandierato e che il ristretto numero di componenti del Parlamento, ridurrà le possibilità di rappresentanza, soprattutto per i movimenti politici di minoranza, pur presenti nel Paese.

Ciò che risulta davvero singolare è che, nel quasi assente dibattito sul referendum, si senta invocare a sostegno della riforma il taglio di inutili “poltrone”, con l’intento di strumentalizzare impulsi contro la cosiddetta casta e illudendo che, con questa manovra, saranno i cittadini a guadagnarci. Ebbene, non dovrebbero essere questi i presupposti per procedere ad una modifica della Carta Costituzionale.

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