Decreto Dignità, funziona oppure è ora di cambiarlo?

Decreto Dignità, funziona oppure è ora di cambiarlo?

Tra le misure per gestire gli effetti negativi sul lavoro dell’emergenza Covid-19, il governo ha adottato alcune deroghe alla disciplina dei contratti a tempo determinato. In pratica, fino al 30 agosto, sono state disapplicate alcune disposizioni introdotte, nel luglio 2018, dal cosiddetto Decreto Dignità, con cui è stato drasticamente limitato il ricorso ai contratti a tempo determinato, sulla promessa che ciò avrebbe portato ad un aumento di contratti stabili, a tempo indeterminato.

In particolare, ricordiamo che con questo Decreto è stata diminuita la durata massima del contratto, portandola da 36 a 24 mesi, il numero di proroghe è passato da 5 a 4, ma, soprattutto, è stato reintrodotto l’obbligo di causale dopo 12 mesi di lavoro, ossia l’indicazione delle motivazioni che giustifichino la continuazione del rapporto a tempo determinato.

Le conseguenze alle deroghe sui contratti a tempo determinato durante l’emergenza Covid

Ebbene, le deroghe previste alla disciplina di questi contratti per l’emergenza sanitaria, sollevano i datori di lavoro dal rispetto delle condizioni richieste per rinnovi e proroghe dei contratti a tempo determinato, pertanto, è venuto meno l’obbligo di inserire la causale.

In questo modo, vengono tutelati i lavoratori, agevolando la continuazione del rapporto di lavoro oltre la scadenza del contratto. Nonostante si tratti di un intervento temporaneo che consente un adattamento della disciplina dei contratti all’attuale crisi, l’introduzione delle deroghe ha fatto riemergere i dubbi, più volte espressi, sulla reale efficacia del Decreto Dignità per il contrasto al precariato. Tra gli aspetti più critici di questo provvedimento c’è proprio la reintroduzione delle causali dopo i 12 mesi, anche perché nella normativa sono state individuate con una formulazione generica ed ambigua, tanto da far temere alle aziende l’esposizione a contenziosi giudiziali con grave incertezza sull’esito.

Ciò determina il rischio che i datori di lavoro vengano spinti a stipulare contratti che non vanno oltre i 12 mesi, aumentando il turn over tra i lavoratori, soprattutto, quelli meno specializzati.

I dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps

Prendendo in considerazione anche alcuni dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps, emerge che, dall’applicazione del Decreto Dignità, vi è stata un’evidente decelerazione dell’andamento occupazionale, guardando alla differenza tra assunzioni e cessazioni, inoltre, il saldo dei rapporti a tempo determinato è passato da +46.000 (12/2018) a -229.000 (12/2019).

Il trend positivo dei contratti a tempo indeterminato non appare dipeso, significativamente, dalle trasformazioni di contratti a tempo determinato, per cui il vero incentivo a ricorrere a questo inquadramento resta lo sgravio dei contributi previdenziali riconosciuto, ai datori di lavoro privati che assumono under 35. Andando anche oltre i dati a disposizione e facendo una riflessione nel merito, ciò che non convince è ritenere di poter contrastare il lavoro precario irrigidendo, oltremodo, il ricorso ad una tipologia di contratto subordinato, che seppure a tempo determinato, garantisce importanti diritti per i lavoratori (tfr, contributi previdenziali, maternità, ferie, ecc.), al pari dell’indeterminato.

Il rischio concreto è che la diminuzione di questi contratti alimenti forme di lavoro irregolare generate, ad esempio, dai contratti di collaborazione (cd co.co.co.) e dalle false p. iva, che nascondono rapporti di lavoro, di fatto, subordinato, pur non riconoscendone le relative garanzie; sul punto, un sensato intervento normativo a difesa dei lavoratori è proprio in questo ambito che dovrebbe incidere, con iniziative di contrasto.

In conclusione, la realtà dei fatti è che nel panorama lavorativo italiano, il contratto di lavoro a tempo determinato è addirittura ambito da tanti lavoratori, proprio per il nucleo di tutele che prevede rispetto ad altre forme contrattuali. Pertanto, dopo le deroghe disposte per il periodo di crisi sanitaria, il passo successivo invocato, in particolare, dalle associazioni di categoria, è un intervento strutturale sul Decreto Dignità che riveda i paletti inseriti per il ricorso ai contratti a tempo determinato.

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