Essere mamma ai tempi del Coronavirus

Essere mamma ai tempi del Coronavirus

Dalla nostra corrispondente da Zurigo

Avete idea di quanto sia difficile spiegare ad un bambino di due anni il concetto di “distanziamento sociale”?

Io l’ho capito solo vivendo. E ho scoperto quanto sia difficile, praticamente impossibile, far elaborare a quella piccola testolina l’idea di non poter correre incontro agli altri, di non poter abbracciare il compagno di giochi, rincorrerlo, prenderlo per mano.

Unica soluzione? Evitare situazioni simili. Tradotto: andare alla ricerca di posti isolati e per di più solo in rare occasioni, giusto per poter far respirare un pò di aria aperta ai nostri figli. Muovendoci tra l’altro con sospetto quasi fossimo dei ladri. Ladri di sole, di nuvole, di vento. Ladri di libertà.

Dai parchi giochi alle attività in casa

La maggior parte dei parchi giochi in Svizzera sono chiusi al pubblico. Ma rimangono accessibili alcuni spazi aperti, piccoli boschetti immersi nella natura, dove è ancora possibile trascorrere qualche minuto correndo liberalmente nel prato. Almeno finché non arriva qualcuno. In quel momento scatta uno strano meccanismo di difesa, di prudenza. Un sentimento nuovo, che prima non conoscevamo. Un campanello d’allarme che ci fa allontanare in maniera automatica e inconsapevole gli uni dagli altri. Perché così deve essere per tutelare la propria e l’altrui salute. E se fa strano a noi adulti, immaginate quanto suoni inspiegabile alle orecchie di un bambino l’invito perentorio che suona come un comando: “non ti avvicinare troppo”. Una frase che vorresti urlare senza ritegno dallo spavento dell’ormai famoso “contagio”, ma che ti obblighi a sussurrare con calma per non agitare quella piccola creatura che vorrebbe solo avere quello che prima era naturale: un contatto umano. E così, nel rispetto soprattutto delle regole imposte dai vari governi nazionali, l’invito a “stare a casa” è diventato il mantra di queste settimane. Che scorrono via veloci e lente allo stesso tempo. E ti accorgi che stare in casa è paradossalmente la scelta più facile. Perché puoi quasi tirare un sospiro di sollievo e dire a tuo figlio: “qui puoi fare quello che vuoi”. Ecco…”non tutto quello che vuoi, ma quasi”. Ed è in quel “quasi” che scattano i mille compromessi che questo stile di vita ci impone. “Non colorare il divano, ma il pavimento sì che tanto poi si lava facilmente”. “Non saltellare sul letto. Ma a terra sì”. “Corri pure da una stanza all’altra ma stai attento a non inciampare sui rettangoli di Lego che ormai giacciono in angolo e in ogni dove”. “Trasforma la nostra povera casa in un’enorme sala giochi e spargi pure tutto dovunque, l’importante è che poi a fine serata raccogliamo tutto insieme”. “Dai, cuciniamo e impastiamo insieme. Ma occhio a non assaggiare quella crema perché c’è l’uovo crudo e deve ancora cuocere”. “Ok, guarda un pochino di più la tv, ma non toccare il computer di mamma”. “Va bene, alleniamoci insieme. Ma fammi un pò di spazio sul tappetino altrimento io sto sul pavimento”. E via discorrendo. A seconda dell’età e dei caratteri in ballo.

Poi ci sono le regole, che poi sono sempre esistite, ma che ai tempi del coronavirus sono diventate una vera e propria ossessione: “Lavati spesso le mani con acqua e sapone per almeno 1 minuto”, “Non toccarti occhi, naso e bocca con le mani sporche”, “Starnutisci in un fazzoletto o nella curva del gomito”. Poco ma sicuro, se continua così, i nostri figli come minimo cresceranno con il terrore di infangarsi le scarpe o di sporcarsi le manine con la sabbia.

E per finire c’è l’argomento video chiamate. Elemento senza il quale questa quarantena sarebbe una forma di isolamento totale dal mondo esterno. E invece eccoli lì parenti e amici apparire a turno sullo schermo del telefono con buona pace dei bambini che al secondo minuto di conversazione si sono già stufati e vorrebbero strapparti quell’aggeggio malefico dalle mani e costringerti a tornare sul pavimento a rotolarti con loro.

Come cambia il nostro tempo con i figli

Insomma da qualsiasi punto di vista lo si guardi, questa maledetto coronavirus ci ha costretto a ripensare anche il rapporto con i nostri figli e a rimodulare il nostro tempo con loro. La sfida a cui veniamo chiamati quotidianamente è quella di non confondere la quantità con la qualità del tempo a loro dedicato. Dobbiamo inventarci canti, balli, costruzioni, inseguimenti, disegni, favole per riempire minuti e ore. Ed oserei dire che questa, per noi genitori, è una gran fortuna. Perché finché loro sono svegli non abbiamo modo di pensare a tutto il brutto che ci circonda. È solo quando, sfiniti, crollano dal sonno nel loro lettino che inizia la fase più triste della giornata. Accendi la tv, ascolti i dati, rifletti, e tutte le paure iniziano a sgomitare per farsi spazio nella tua testa. Perché hai paura per te, per loro, per i nonni, per tutte le persone a cui vuoi bene. Perché stiamo imparando giorno dopo giorno a capire che questo virus non guarda in faccia a nessuno. È un virus altamente democratico. E così quello che settimane fa era un momento rilassante per ricaricarsi dopo le fatiche della giornata diventa una fase che vorresti saltare senza passare dal via. Il sonno è agitato, i pensieri si affollano nella mente, le immagini viste in tv diventano compagni silenziosi di incubi e brutti sogni. Ma solo finché una vocina nel cuore della notte dall’altra stanza ti chiama: “mamma” e allora tutto svanisce. Se prima ti alzavi trascinando passi stanchi e imprecando silenziosamente che vorresti solo dormire qualche ora a notte, adesso quasi saltelli allegramente perché una piccola creatura ha bisogno di te. Ha bisogno del tuo sorriso e del tuo abbraccio rassicurante. L’unico al momento che ci è ancora permesso. Un abbraccio che fa bene ai figli ma che fa bene soprattutto a noi mamme. Consapevoli che abbiamo già dato un volto e un nome ad un nuovo mostro delle favole: il coronavirus. Ma che presto, domani, potremo sorridere tutti insieme e urlare al mondo: “ti abbiamo sconfitto”. Con grande gioia di bambini e adulti. Uniti nello stesso lieto fine.

 

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