La quotidianitá ai tempi del coronavirus

La quotidianitá ai tempi del coronavirus
Fonte immagine: g2r

Dalla nostra corrispondente da Zurigo

Elisabetta Mazzeo

Smart working, sperimentazioni culinarie, allenamenti homemade, pulizie di primavera. La vita, ai tempi del Coronavirus rimodula tempi e priorità, mettendo al primo posto la famiglia, unico modulo sociale dove è possibile, oggi, sentirsi protetti. Tra le mura domestiche che ci accolgono accoglienti come non mai.

Zurigo. 26 marzo 2020. Nono giorno di “lock down” in Svizzera. Paese che, sulla scia dell’Italia, ha vietato tutti gli esercizi e le attività ritenute “non essenziali” per contrastare la propagazione del coronavirus, oramai beffardo compagno delle nostre giornate. Scuole, negozi, mercati, ristoranti, bar, musei, biblioteche, sale cinematografiche, teatri, centri sportivi, saloni di parrucchieri, piscine, centri estetici e stazioni sciistiche. Tutti chiusi fino al 19 aprile. Attività sospese a tutela della salute pubblica.Vietati gli assembramenti di più di cinque persone. Raccomandazioni sull’igiene e il distanziamento sociale che diventano obblighi comportamentali.

L’indicazione di restare a casa è un’esortazione del governo che però, al momento, non prevede, come in Italia, l’esibizione di moduli di autocertificazione per giustificare le uscite e i movimenti con tanto di relative multe per i trasgressori. Così per strada le persone circolano liberamente anche se i ritmi, rispetto alle settimane precedenti, sono ovviamente calati. E la differenza si vede. Non è un coprifuoco ma è un brusco rallentamento, quello sì, della vita quotidiana.

Oggi stare a casa il più possibile equivale ad un comportamento rispettoso e responsabile, soprattutto di chi ogni giorno rischia la propria vita per salvare quella degli altri. Quei sanitari, medici e infermieri, applauditi ad orari scadenzati da tutta la popolazione svizzera, che, per sua natura, non ama i concerti o gli inni urlati sui balconi, ma non disdegna manifestazioni di vicinanza come può essere appunto quella di un applauso, sentito e commovente.

Una nuova quotidianità che mette in pausa la frenesia della routine

È una vita nuova quella che stiamo vivendo. Arricchita dalle piccole gioie quotidiane, da una torta fatta in casa o da una videochiamata con i familiari e gli amici più cari. È come se avessimo messo pausa alla frenesia della routine per capire quello che è davvero importante e quello che è secondario nella vita di ognuno di noi e delle società stesse che popoliamo. Un’emergenza che forse ci insegnerà ad apprezzare di più i baci, gli abbracci, le manifestazioni di affetto. Ci farà apprezzare di più la possibilità di viaggiare e andare alla scoperta di nuovi posti nel mondo. Ma soprattutto ci farà amare la nostra libertà. Quella di camminare all’aria aperta, farci accarezzare dal sole o dalla pioggia o dalla neve o dal vento. Ma allo stesso tempo anche la libertà di prenderci i nostri spazi, di stare in tuta più del solito, di fare colazione seduti, di leggere un libro e magari anche di riflettere e pensare. Attività, queste ultime, spesso accantonate. Perché prima del coronavirus se non stavi facendo qualcosa ti sentivi quasi in colpa. Quando stare sul divano era semplicemente pigrizia e non certo un momento per abbracciare virtualmente i tuoi compaesani tramite gli aggiornamenti in tv. Perchè altro non ci è permesso di fare. Distanti ma uniti.

Andrà tutto bene. Non oggi. Non ancora. Ma un domani sicuramente sì. Ma non potremo dimenticare quello che non è andato bene. Perché dietro a quell’elenco di morti che ogni giorno leggiamo, non ci sono solo numeri, statistiche, curve di crescita. Ci sono nomi. Ci sono persone. Ci sono parenti, genitori, amici che non ce l’hanno fatta. E per quelli non sarà andato tutto bene. Ma se per noi andrà tutto bene allora dovremo veramente sentirci fortunati e apprezzare le nostre quotidianità. Perché questo virus ci lascerà (presto) ma non senza averci insegnato qualcosa. Forse semplicemente ad amare di più.

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