The Dreamer. Con Bernardo Bertolucci se ne va un sognatore

The Dreamer. Con Bernardo Bertolucci se ne va un sognatore

«Mi capita davanti, tra i ritagli di stampa della Mostra di Venezia, la mia foto con il pugno chiuso, nell’improbabile scenografica dell’imbarcadero dell’Hotel Excelsior. La mia espressione da vecchio elefante mi ricorda che non bisogna mai dimenticare di prendersi in giro e di guardare sé stessi con lieve imbarazzo. Natalia Aspesi, con sottigliezza, velocemente, mi ha chiesto se quel pugno chiuso fosse nostalgia. Ho risposto di sì»

Sono queste le memorie di Bernardo Bertolucci, contenute nella splendida raccolta La mia magnifica ossessione, di quella famosa foto col pugno chiuso che abbiamo scelto come copertina, scattata alla prima di The Dreamers qualche anno fa.
Perché a riguardare la filmografia del Maestro, carichi di rimpianto e di non velata amarezza, già i soli titoli delle pellicole girate da Bernardo Bertolucci sembrerebbero suggerire una instancabile, tenace, mai banale, voglia di continuare a sognare.
Ma sogno significa anche nostalgia. Soprattutto se – come in The Dreamers – l’immaginazione al potere diventa invece, nel tempo, repressione, omologazione, resa agli ideali borghesi del capitale.
«L’ottimismo porta con sé, inevitabilmente, un grande pessimismo» diceva Pasolini, chioccia da cui si era schiuso l’amore di Bertolucci per il cinema. L’allievo però, digerita la lezione (si rivedano Accattone e La comare secca), si autoimponeva un piglio differente. Il cinema doveva essere qualcosa di liberatorio, come la corsa nel Louvre a citazione di Godard, o come il ritorno alla luce nel finale di Io e Te.

Sogno e memoria, indissolubilmente insieme. Intrecciati come gli spaghi che raccoglievano la carne per fare un capocollo, in una scena memorabile di Novecento. Lì Bertolucci tornava all’antico, riscoprendo quel bagaglio contadino che aveva già filmato in giovinezza nel cortometraggio La morte del maiale, raccontando però una stagione, quella del Biennio Rosso, che trasformava in epica la povertà della Bassa Padana.
Novecento sanciva l’universalità di una fascia sociale uguale ad ogni latitudine, dimostrava che, uniti, i popoli di ogni paese potevano trasformarsi nel Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo.
Se sognare un mondo migliore aveva unito braccianti ed operai in tutta Europa, perché non poterlo fare oggi, in uno stato di agitazione permanente?

 

Perché il rischio di ogni sognatore è quello di cedere al ricatto del Conformista, di restare appesi all’attimo Prima della Rivoluzione. 
Allora smettere di sognare diventerebbe un’Agonia, un urlo sordo nel vuoto di senso generato dall’appiattimento di pensiero. E questo, il sognatore Bernardo, non poteva proprio permetterselo…

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