Corte d’Assise: quel “mondo di mezzo” è Mafia Capitale

Corte d’Assise: quel “mondo di mezzo” è Mafia Capitale
©ItaliaOggi

«È la teoria del mondo di mezzo compà … ci stanno … come si dice … i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo … e allora … e allora vuol dire che ci sta un mondo … un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano … come è possibile … che ne so … che un domani io posso stare a cena con Berlusconi». È la teoria di Massimo Carminati, ex terrorista di estrema destra dei Nar ed ex membro della Banda della Magliana.

Il riconoscimento dell’aggravante mafiosa, nel processo di Mafia Capitale, è invece la teoria della III corte d’Assise d’appello di Roma che, due giorni fa, ha condannato, applicando l’articolo 416 bis, 17 imputati dell’inchiesta Mafia capitale, apertasi il 2 dicembre 2014, con l’arresto di 37 persone per mano dei Carabinieri dei Ros.

«Quanto accaduto è grave, è un atto assolutamente stigmatizzabile l’aver riconosciuto in questa roba la mafia. Credo che per molti cittadini da oggi sia molto pericoloso vivere in Italia: è una bruttissima pagina per la giustizia del nostro Paese», commenta così la sentenza di appello Alessandro Diddi, legale di Buzzi.

«Questa sentenza rappresenta per me una sorpresa, perché già non condividevo la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto due associazioni distinte. L’insussistenza dell’accusa mafiosa mi sembrava inattaccabile: mi sbagliavo. Questo collegio ha invece riconosciuto l’esistenza della mafia. E se persino questo collegio, che è uno dei migliori della corte d’appello, ha riconosciuto l’aggravante mafiosa di questa, o io non capisco più nulla di diritto, ci può stare, oppure è successo qualcosa di stravagante che ha influito sulla sentenza. In questo Paese la magistratura mette bocca su tutto e si arroga il compito di moralizzare la società», dice invece Giosuè Naso, avvocato di Carminati.

«Bisogna tenere la barra dritta sulla legalità», afferma la sindaca Virginia Raggi, presente alla lettura della sentenza (qui).

Corruzione Capitale in primo grado e Mafia Capitale in appello

I giudici d’appello smentiscono la sentenza di primo grado: non si tratta dunque di sola corruzione nei settori amministrazione e imprenditoria, ma di organizzazione criminale a stampo mafioso, capace di muoversi come un clan.

Un’organizzazione criminale cresciuta nel tempo: dalle semplici estorsioni fino al controllo di attività economiche, infiltrata in appalti e commesse pubbliche; in grado di gestire centri di accoglienza per immigrati e campi nomadi, di finanziare cene e campagne elettorali, con l’unico obiettivo di lucrare nel “mondo di mezzo”.

In primo grado i giudici avevano stabilito che si trattava di due gruppi criminali distinti, quello facente capo a Carminati e l’altro a Buzzi, privi di infiltrazione mafiosa: una forma di criminalità né “autonoma” né “derivata”, perché mancante della violenza e dell’intimidazione tipica dei reati puniti con l’articolo 416 bis.

Le condanne

La corte d’Assise riconosce l’aggravante mafiosa, è vero, ma riduce le pene, in virtù della mancata continuazione interna per gli episodi di corruzione. La procura generale di Roma, con il sostituto procuratore generale Antonio Sensale, aveva chiesto non solo il riconoscimento del 416 bis, ma pene molto più alte: 26 anni e mezzo per Massimo Carminati e 25 anni e nove mesi per Salvatore Buzzi, ex ras delle cooperative rosse. Il processo in appello ha invece stabilito condanne diverse: per Carminati la condanna è scesa da 20 anni (condanna del 20 luglio 2017) a 14 anni e sei mesi. Per Salvatore Buzzi la pena passa da 19 anni a 18 anni e quattro mesi. Gli imputati hanno assistito alla lettura della sentenza in video conferenza dalle carceri di Opera, a Milano, e Tolmezzo, in provincia di Udine, dove sono detenuti.

Sono riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere di stampo mafioso anche Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi), ex consigliere di Forza Italia, Franco Panzironi (8 anni e 7 mesi), ex numero uno di Ama, Carlo Pucci (7 anni e 8 mesi), ex manager di Ente Eur, Franco Fabrizio Testa (9 anni e 4 mesi), collaboratore di Buzzi.

Luca Odevaine, ex vicecapo di gabinetto di Valter Veltroni, ha patteggiato la pena, rideterminata a 5 anni e 2 mesi più l’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni (e non più perpetua). Claudio Turella, funzionario del servizio giardini del Comune, la pena è stata fissata a sei anni.

I magistrati hanno inflitto 3 anni e 8 mesi a Emanuela Bugitti, 9 anni e 4 mesi a Claudio Caldarelli, 10 anni e 4 mesi a Matteo Calvio, 3 anni a Mario Cola, 4 anni e 6 mesi a Sandro Coltellacci, 4 anni e 6 mesi a Mirko Coratti (l’ex presidente Pd dell’Assemblea capitolina), 2 anni a Giovanni De Carlo, 6 anni e 3 mesi a Paolo Di Ninno, 2 anni e 1 mese ad Antonio Esposito, 4 anni a Franco Figurelli, 4 anni e 10 mesi ad Agostino Gaglianone, 6 anni e 6 mesi ad Alessanra Garrone, 4 anni e 10 mesi a Carlo Maria Guarany, 4 anni e 8 mesi a Cristiano Guarnera, 5 anni e 4 mesi a Giovanni Lacopo, 8 anni a Roberto Lacopo, 3 anni e Guido Magrini, 3 anni e 11 mesi a Michele Nacamulli, 3 anni e 2 mesi Pierpaolo Pedetti, 4 anni a Mario Schina, 2 anni e 3 mesi ad Angelo Scozzafava, 2 anni e 6 mesi per Giordano Tredicine, 9 mesi per Tiziano Zuccolo.

Vengono assolti Stefano Bravo, Pierina Chiarvalle, Giuseppe Ietto, Sergio Menichelli e Pulcini Daniele per non aver commesso il fatto, Nadia Cerrito invece perché il fatto non sussiste. Quest’ultima era la segretaria di Buzzi e ha aiutato gli inquirenti a ricostruire la trama delle tangenti.

Massimo Carminati: un’intera vita nel “mondo di mezzo”

Dall’eversione nera con i Nar alla Banda della Magliana, fino a Mafia Capitale. Un’intera vita spesa nel “mondo di mezzo”, a metà fra la terra dei vivi e quella dei morti, a metà fra le ideologie e la verità. Anello di congiunzione tra la criminalità romana e i gruppi eversivi di estrema destra.

A Roma inizia a frequentare la sezione del MSI di Marconi e poi quella del Fuan di via Siena nel quartiere Nomentano. Milita in Avanguardia Nazionale partecipando alle manifestazioni e agli scontri di piazza durante gli anni di piombo, guadagnandosi la fama di duro e di picchiatore e ricevendo per questo varie denunce per reati di rissa, violenza ed aggressione.

Studia all’Istituto Paritario Mons insieme a Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi e Valerio Fioravanti. Attraverso queste frequentazioni, Carminati iniziò a percorrere la doppia strada della militanza politica eversiva e della malavita.
Il 6 marzo del 1978, durante una rapina all’armeria Centofanti, Anselmi viene ucciso dal proprietario: come vendetta i Nar fanno esplodere una bomba contro l’armeria. Atto per cui Carminati sarà indiziato, ma mai condannato.

Intraprende, tramite Fioravanti, il percorso di lotta armata con i Nuclei Armati Rivoluzionari, in qualità di intermediario presso la malavita romana.

Il 27 novembre 1979 partecipa, insieme a Valerio Fioravanti, Domenico Magnetta, Peppe Dimitri e Alessandro Alibrandi, alla rapina di autofinanziamento del gruppo ai danni della filiale della Chase Manhattan Bank di piazzale Marconi all’EUR.

Il 13 gennaio 1981 in una valigetta, rinvenuta su un treno, furono trovati un fucile da caccia, due biglietti aerei a nome di due estremisti di destra, del materiale esplosivo T4 dello stesso tipo di quello utilizzato per la strage di Bologna e un mitra MAB proveniente dal deposito della Banda della Magliana all’interno del ministero della Sanità. Il mitra permise agli inquirenti di risalire ai legami tra la Banda e la destra eversiva dei Nuclei Armati Rivoluzionari.

Per questa vicenda, il 9 giugno 2000, nel processo di primo grado Carminati fu condannato a 9 anni di reclusione assieme al generale del Sismi, Pietro Musumeci, al colonnello dei carabinieri Giuseppe Belmonte, al colonnello del Sismi, Federigo Mannucci Benincasa e a Licio Gelli. Ma la sentenza definitiva considerò colpevoli soltanto Musumeci e Belmonte, Carminati fu assolto in appello.

Fu incriminato e poi assolto anche per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli. Omicidio perpetrato, secondo Antonio Mancini, pentito della Magliana, da Carminati . “Fu Massimo Carminati a sparare assieme ad Angiolino il biondo (Michelangelo La Barbera). Il delitto era servito alla Banda per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari, finanziari romani, ossia negli ambienti che detenevano il potere”.

Dopo tre gradi di giudizio, nell’ottobre del 2003 la Corte di Cassazione emanò una sentenza di assoluzione “per non avere commesso il fatto” sia per i supposti mandanti sia per i supposti esecutori materiali dell’omicidio (Carminati e La Barbera), valutando le testimonianze dei pentiti non attendibili.

Colpito da mandato di cattura per le azioni con i Nar, Massimo Carminati fu arrestato il 20 aprile 1981, a 23 anni. Fu catturato mentre tentava di fuggire all’estero insieme a due avanguardisti, Domenico Magnetta e Alfredo Graniti.

Arrivati nei pressi del valico del Gaggiolo, in provincia di Varese, a bordo di una Renault 5 azzurra, che viaggiava a fari spenti e con l’intento di espatriare clandestinamente in Svizzera, i tre si imbatterono in un posto di blocco della polizia.

Tentarono di scappare, ma la polizia che li aspettava alla frontiera, probabilmente grazie ad una soffiata del pentito Cristiano Fioravanti, aprì il fuoco su loro, convinti che nell’auto ci fossero i capi superstiti dei Nar: Francesca Mambro, Giorgio Vale e Gilberto Cavallini. La raffica colpì la fiancata dell’auto e un proiettile trapassò il parabrezza infilandosi nell’orecchio sinistro di Carminati fino a raggiungere l’occhio. Gli altri due rimasero illesi. Portato d’urgenza in ospedale sopravvisse perdendo l’uso dell’occhio sinistro. A bordo dell’auto furono ritrovati 25 milioni di lire e tre diamanti. Fu il primo arresto per Carminati.

Durante l’udienza di Mafia Capitale del 27 giugno 2017, il suo avvocato, Giosuè Bruno Naso, presentò un’altra versione della cattura: Carminati sarebbe uscito dall’auto disarmato e con le braccia alzate, ma gli agenti gli spararono in faccia a bruciapelo. Sempre secondo l’avvocato Naso quell’operazione fu architettata dagli agenti della DIGOS di Roma: “Carminati doveva morire perché doveva diventare, da morto, l’autore della strage di Bologna”.

 

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