Manet: Ritorno a Venezia

Manet: Ritorno a Venezia

manetSpesso l’uomo pensa, erroneamente, che non ci sia nessun tipo di legame e connessione tra il passato, concepito con una mistica reverenza malinconica, e la contemporaneità, percepita con disattenta e pigra indifferenza. Ma questo legame, sempre più impercettibile, emerge in tutto il suo vigore in quei momenti nei quali si decide non solamente di fare cultura ma di prostrarsi consapevolmente ad essa, di sfidare il tempo e lo spazio per far tornare un simbolo dell’arte contemporanea, un artefice del cambiamento, un autore di riletture del classico nel moderno, un artista del calibro di Manet, in una città come Venezia, frutto del continuo convivere di un passato glorioso con una non sempre apprezzata modernità. Manet ritorna a Venezia, città che lo ha incantato, città che lo ha accolto, città che agognava da tempo un evento di tal calibro.
L’esposizione che si terrà fino al 18 agosto 2013 presso le sale di Palazzo Ducale, le medesime sale che probabilmente furono visitate dal celebre pittore, vede una collaborazione importante, quella tra la Fondazione Musei Civici Veneziani e il Musée d’Orsay di Parigi, segnale di quanto l’Italia possa essere ancora oggi, nel 2013, protagonista del panorama artistico-culturale non solo europeo, ma mondiale.
Manet. Ritorno a Venezia è una mostra che non solo mantiene, ma addirittura supera le promesse fatte: ogni singolo elemento, dalle opere in mostra, all’allestimento, fino a giungere al catalogo, risulta essere in perfetta armonia; il visitatore si trova catapultato nella vita di Manet, nelle sue scelte pubbliche e private, e viene invitato a partecipare al fervore culturale di quel periodo, alle vittorie e alle sconfitte; Manet parla sinceramente, senza voler esasperare la sua maestria, ma testimoniandola con spiazzante sincerità.
Sarebbe sbagliato e superficiale ridurre il prestigio di questa mostra al solo accostamento della celeberrima Olympia (1863), finalmente in Italia, con la Venere di Urbino, opera di Tiziano del 1538, due oli che per la primissima volta si trovano l’uno accanto all’altro non sulle pagine dei libri di testo, ma su una parete reale: l’opera simbolo di Manet accanto al dipinto di Tiziano, che aveva a tal punto suggestionato e colpito l’artista francese da spingerlo a crearne una rilettura moderna. Queste due tele, infatti, sono la sintesi di un tema inedito per gli studi critici dedicati all’artista francese: l’italianità nella pittura di Manet, una tematica che non si riduce nella vicinanza delle due succitate tele, ma che si frammenta in molteplici visioni come, ad esempio, quella della solitudine di Gesù.
In questa sala troviamo sicuramente un Manet inedito ai più, abituati a interpretarlo attraverso un’aurea per lo più repubblicana, e non attraverso la cattolicità della sua fede. Sono contenute, qui, alcune delle opere più toccanti della raffigurazione di Cristo e della sua Passione, opere in diretto rapporto con quelle di Andrea del Sarto e di Antonello da Messina (Cristo morto sostenuto da tre angeli del 1475), lavori intrisi di profonda spiritualità, di un dolore reale e non apparente, frutto di una sensibilità attenta e, probabilmente, unica nel suo genere.
In ogni tela, in ogni bozzetto, in ogni lavoro a china e acquarello traspare un forte senso di rispetto: rispetto per la vita, rispetto per il dolore, rispetto per la morte. Impossibile, infatti, non notare come anche in opere scandalose come Olympia o Déjeuner sur l’herbe (versione della Courtauld Gallery di Londra) non ci sia in realtà nessun gesto malizioso, ma solamente una desolante indifferenza: la sconvenienza dei nudi non dipende dalle opere in sé, ma dal pregiudizio contenuto nell’occhio di chi guarda, un occhio che non ha mai notato che l’opera di Tiziano nasconde una seducente malizia ben superiore rispetto al ritratto della celebre prostituta, nel quale tale atteggiamento e apparente lasciva disponibilità, risultano, sorprendentemente assente.
Manet. Ritorno a Venezia fa, dunque, scoprire un artista inedito nel quale convivono un’anima spagnoleggiante (rapporto approfondito accuratamente dalla critica precedente), una olandese (approfondita nella sezione delle nature morte, nella quale compare anche l’opera Il limone, che ha interessato numerosi saggi sui rapporti tra arte e alchimia) e una italiana, in una molteplicità di frammenti che raccontano anche, e cosa sorprendente, in special modo, un uomo.
Questa è una mostra che affascina e lascia qualcosa al punto da far desiderare al visitatore di ritornare a visitarla, un’esposizione che torna a far innamorare l’uomo dell’arte, della letteratura, della musica, della cultura. Lo spettatore si faccia, dunque, incantare da Manet e dal suo ritorno a Venezia, ascolti le sue parole fatte di pennellate e di rimandi artistici e letterari, apra il suo cuore ad una mostra che ha il pieno diritto di divenire una delle esposizioni più affascinati sull’artista.

Didascalia immagine.
Édouard Manet, Olympia, 1863, olio su tela, 130×190 cm, Parigi, Musée d’Orsay. Donata allo Stato nel 1890 grazie a una sottoscrizione voluta da Claude Monet, ©Musée d’Orsay. Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt.

Scheda tecnica.

Manet. Ritorno a Venezia, fino al 18 agosto 2013, Palazzo Ducale, San Marco 1, 30124 Venezia.
Orario: 9.00-19.00 da domenica a giovedì; 9.00-20-00 da venerdì a sabato (la biglietteria chiude un’ora prima)
Biglietti: intero € 13.00; ridotto € 11.00.

 

Giulia Jurinich

29 aprile 2013

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