GIORGIO METTA | Tra scienza e arte

GIORGIO METTA | Tra scienza e arte
Giorgio Metta

Gli occhi neri come il carbone brillano accompagnando il sorriso sentito che nasce da una sorta di divertimento interiore. Disponibile, attento, sensibile, scattante, acuto, veloce,  tenace, e curioso, gli occhi che ridono,  Giorgio Metta  nato a Cagliari è attualmente Vice direttore scientifico dell’IIT di Genova,  la città dove ha compiuto gli studi e di cui deve essersi allora innamorato.

Giorgio Metta

Cagliari, Genova, Sylicon Valley. Già all’Università iniziò l’incipit di quella che sarebbe diventata la sua ragione di vita.

Ho avuto la fortuna di ascoltarlo mentre con estrema semplicità e chiarezza mi illustrava i primi passi di questa sua avventura infinita ed affascinante. Il suo mondo è fatto di scienza, di passione, di sensibilità, intuizione, costanza… e tanta poesia.

Come dice Jean Claire dopo secoli di irresistibile attrazione tra arte e scienza, declinazioni diverse della filosofia, prima con Leonardo da Vinci a livello sperimentale,  e  con  Galileo e  Newton poi con le prime leggi universali, per arrivare ad Einstein e a Feynman, si compì alla fine dell’Ottocento, quello che sembrava un irrimediabile divorzio  tra arte e scienza. E l’Arte fu la grande perdente.

Il motivo fu nella messa fuoco del conseguimento della specializzazione come obiettivo primario a discapito di una formazione a tutto tondo. L’artista della tradizione era per contro indissolubilmente legato alla scienza, alla poesia, alla letteratura, alla musica, basta pensare a Leonardo o Michelangelo. La rivoluzione industriale travolse quasi irrimediabilmente questa figura, portando con sé la settorializzazione che si riverberò nell’istruzione, con una continua scissione dei saperi. Addirittura oggi ingegneria architettura e design appartengono a corsi di studi diversi.

E questa settorializzazione esasperata è ormai  attiva in ogni  campo.

Il mio interesse per l’arte mi ha portato a intercettare il CV di Leonardo da una parte e dall’altra mi ha fatto inciampare nel frutto dell’ingegno dei nostri ingegneri  riconosciuti  in tutto il mondo per quello che riguarda la progettazione di macchine industriali. Sono assolutamente tra i primi al mondo.

Mi sono stupita a commuovermi davanti a macchine meccanizzate inventate per imbottigliare, altre per movimentare la terra, e comunque per fare cose di ogni tipo. Non so cosa abbiano, sicuramente l’emozione è forte, sembrano quasi avere un’anima, sicuramente ‘una cifra’. E “l’emozione” è uno dei parametri fondamentali intrinseci all’arte, così come il progetto.

Oggi finalmente esiste una sorta di  presa di coscienza della necessità di ricomporre la crasi iniziata nel ‘700, e tanto sta facendo in questo senso il Festival della Scienza di Genova. Quindi quando mi è capitato di essere spettatore della poesia che emana iCub, o della tenerezza di R1, o di essere catturata dal fascino della danza elegantemente condotta da un robot industriale  che gentilmente prelevava dalle scaffalature l’installazione di un artista al posto di un pallet di parquet, ho capito che arte e scienza non possono che essere tutt’uno.

Abbiamo la fortuna di avere un mentore d’eccezione su questo tema. Parlo di Leonardo da Vinci, con cui si  dovrebbe  familiarizzare fin dalla prima infanzia, perché al di là della sua statura assolutamente  straordinaria, era mosso in realtà da una curiosità  insaziabile, che traspare da un prezioso documento.

Mi riferisco al CV che il sommo genio stilò per Ludovico il Moro che lo conobbe in realtà come musico. In questa veste infatti era stato presentato da Lorenzo il Magnifico allo Sforza, Signore di Milano. Indiscutibile tra i tanti interessi ivi elencati la sua passione per le macchine, volanti, belliche, mobili, ed è stato naturale immaginarlo a giocare con iCub, il prezioso “bambolotto”, prezioso davvero sotto ogni aspetto, nato grazie a Giorgio Metta e al suo team dell’IIT.

Da anni l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova si è orientato alla realizzazione di robot per arrivare a realizzarne uno di uso domestico. L’Istituto arroccato sulla collina di Morego, è proprio un alveare, dove  ognuno ha un compito ben preciso. E la complessità è tale che è anche difficile riuscire a dare un’idea di quanto avviene al suo interno. Gli indubbi risultati raggiunti presuppongono  team molto affiatati, la fiducia indiscussa di determinati investitori, la fede e un’intelligenza al di fuori del normale per riuscire a concepire e intendiamoci anche solo a coordinare un tale gruppo di scienziati perché di questo si tratta.

La  prima creatura vide la luce circa 10 anni fa. ICub è un umanoide, lo scafo che lo riveste, frutto di un design di altissimo livello, è stato concepito seguendo la realizzazione del progetto scientifico. I costi sono stati cospicui  se si pensa che solo in una mano, anzi per muovere un solo dito occorrono computer sofisticatissimi.

ICub è stata la piattaforma di partenza per quelli di uso domestico, di cui  R1 è l’antesignano che, se pur ancora lontano dal mitico Mr Jeeves di  wodehousiana memoria, oggi non solo ci emoziona ma si rende utile a livello familiare. Se di iCub è stato possibile esporre alla Gypsoteca di Firenze in occasione di Artour-o il MUST le tavole di progetto,  in 10 anni la progettazione è stata rivoluzionata e fin dalla prima riga si procede all’elaborazione in 3 D, ma il fascino resta totale. Di qui il mio interesse ad una branca dell’arte ricca che ci riserverà molte sorprese ricche di emozioni.

Ingegneri artisti? Credo proprio di sì e forse nella maggio parte dei casi non ne sono nemmeno consapevoli.

(testo e foto di Tiziana Leopizzi)

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