Non basta ricercare la felicità (parte 1) – Quando un proprio significato conta di più

Non basta ricercare la felicità (parte 1) – Quando un proprio significato conta di più

Una volta pensavo che lo scopo della vita fosse perseguire la felicità. L’idea comune è che per arrivare alle vette di questo stato sublime si debba inseguire il successo. Per questo ciò che ho fatto è cercare un lavoro ideale, una compagna perfetta, un appartamento adatto alle mie esigenze.

Ma invece di sentirmi appagato, mi sentivo frustrato e stranamente alle corde. Mi sono reso conto che la mia strana sensazione, era un qualcosa che ho notato in molte altre persone in differenti contesti. Chiunque avesse un buon stato di salute, un ottimo impiego e l’ultimo modello della Porsche, comunque, soffriva irrimediabilmente di stati di ansia, egocentrismo e depressione.

Affacciandomi in modo sempre più approfondito nel campo della psicologia positiva e del benessere, ho cercato la risposta alla domanda: “Cosa rende le persone realmente felici?”.

E sotto ogni aspettativa, ho scoperto, analizzando ricerche nel settore, che inseguire la felicità rende infelici.

Wow!! Sono rimasto di sasso quando lessi questo dato. Di fatto, guardandoci intorno con più attenzione, noteremo anche noi nella nostra società un serie di sconvolgenti consuetudini che attanagliano il nostro mondo; il crescente tasso di disoccupazione, episodi di violenza urbana, e la natura sempre più deturpata del suo verde.

Sebbene questi fatti agghiaccianti, le condizioni di vita in senso generico hanno avuto un netto miglioramento su molti punti di vista ma, nonostante queste qualità acquisite, persistono i problemi pocanzi elencati con tutti quei sentimenti di solitudine e malinconia che si trascinano con se.

C’è un senso di vuoto che tiene le persone “in sospeso” nella loro vita, quel mal di pancia cronico senza però aver ingerito troppe caramelle; e non bisogna identificarsi come malati patologici dalla diagnosi di qualche medico, ma chiedersi: “è tutto qui? Questa è la vita?”

Secondo una ricerca, ciò che preannuncia questa disperazione non è la mancanza di felicità, ma la mancanza di qualcos’altro. La mancanza di un significato nella propria vita.

Inevitabilmente, si scatenato in me una fiumana di domande a tal proposito: “Cosa c’è di più importante dell’essere felici? Qual è la differenza tra essere felici ed avere un significato nella propria vita?”

In psicologia, la felicità viene definita come uno stato transitorio di sollievo e benessere. Stare bene in quel momento.

Ma c’è di più.

Il celebre psicologo Martin Seligman afferma che: “il significato, l’obiettivo del nostro perpetuo benessere deriva dai legami, dal porsi al servizio di qualcosa oltre se stessi e dallo sviluppare il meglio di sé”.

C’è un ossessione che permea le fondamenta della nostra attuale cultura sulla felicità; ma riflettendo in modo acuito sulle parole di Seligman, cercare il significato sia la strada migliore da percorrere.

Gli studi lo dimostrano apertamente senza incomprensioni. Chi costruisce in se un significato nella vita, ottiene maggior resilienza, miglior risultati nel lavoro o in ambiti accademici e aumenta la propria longevità.

Tutto questo mi ha fatto chiedere: “Come possiamo vivere in modo più significativo?”

Per scoprirlo mi sono immerso in una marea di storie di persone che con loro esperienze, gesta, modi e stili di vita , il quale hanno portato un sostanziale cambiamento in meglio a se stessi ed alle persone intorno.

E collegando ogni frammento di essi, ho scovato, come li definisce la scrittrice Emily Smith i 4 pilastri di una vita significativa.

Il primo sono i legami. Il legami derivano da avere dei rapporti cosiddetti umani, per il quale si ha valore per ciò che si è e per cui si dà valore agli altri. Questi legami nascono dall’amore, da momenti condivisi con gli altri rappresentando una scelta; si può scegliere di condividerli con gli altri.

Questa scelta implica la volontà di non respingere le persone che accettano di starci accanto per quello che siamo, e bisogna fare molta attenzione ad accorgercene, ad evitare atti che possono svalutare e fare sentire invisibili chi abbiamo vicino.

Il legami, per molte persone, sono la fonte più essenziale del significato, che ci connette a famiglia e amici.

Il secondo pilastro è lo scopo. Trovare il proprio scopo non è la stessa cosa che trovare un lavoro che ci renda felici.

Uno scopo riguarda meno ciò che si vuole, ma più ciò che si dà.

Un Clown per strada un giorno mi disse che il suo scopo è far sorridere i bambini, che poi sorridono ai genitori, e poi i loro cari… e poi tutti gli altri. Be’ insomma, una catena che non finisce mai.

In prima persona mi accorsi di tale affermazione quando un giorno, insieme ad un gruppo di amici, regalammo abbracci per strada ai passanti a profusione. Si instaurò un clima di allegria e spensieratezza da brividi.

Per dare senso alla vita c’è la necessità di usare le proprie energie per servire gli altri.

Molti di noi percepiscono questa sensazione attraverso il lavoro, sentendosi indispensabili. Ma ciò significa che questioni come il distacco lavorativo, la disoccupazione, una bassa partecipazione alla forza lavoro, non diventano solo temi di carattere economico, ma esistenziale. Senza qualcosa di utile da fare, le persone si inpanicano.

Probabilmente non è una buona mossa trovare lo scopo nel lavoro, ma prendere il lavoro come qualcosa per cui ci dà da vivere, dei “perché” che ci portano avanti.

Il terzo pilastro del significato è andare oltre se stessi: la trascendenza.

Gli stati di trascendenza sono quei rari momenti in cui si esce dalla frenesia della vita quotidiana, la percezione di sé svanisce, e ci si sente connessi in una realtà diversificata.

Opinioni differenti asseriscono che la trascendenza derivi dall’osservazione dell’arte, o dalla fede religiosa. Personalmente l’ho ritrovata nella scrittura, nello sport, nella musica.

Ho scoperto, inoltre, che queste esperienze trascendentali possono letteralmente mutare le nostre emozioni nel presente. Per esempio passare almeno 1 ora di tempo immerso in una foresta riduce del circa del 800% dello stress accumulato, attivando una nuova luce dentro di noi.

Infine il quarto pilastro consiste nel raccontare storie, la storia di se stessi che si racconta a se stessi.

Creare un racconto dalle esperienza della propria vita procura una forma di nitidezza; ci aiuta a comprendere come noi siamo diventati noi stessi.

Come essere i veri scrittori della nostra storia? Il prossimo articolo parlerà proprio di questo e se non conosci Marco Dolfin è arrivato il momento di saperlo. Costruire la propria vita sui quattro pilastri del significato è possibile.

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