Haring, Buggiani e Marziani: un trio vincente a Firenze

Haring, Buggiani e Marziani: un trio vincente a Firenze

Il mondo dell’arte non ha confini né di tempo né di spazio.

Ritrovare i lavori di un artista è comunque ritrovare un vecchio amico. Cosi Made in New York di Keith Haring e Paolo Buggiani, grazie alla regia di Gianluca Marziani, a Palazzo Medici Riccardi a Firenze,  propone questo dialogo, all’apparenza singolare, un tuffo nel passato e contemporaneamente nel futuro.

Lasciato momentaneamente Spoleto Guanluca Marziani, direttore di Palazzo Collicola, ha voluto mettere l’accento su quel fenomeno nato nei sotterranei bui e inospitali di New York ma di lì emerse fino a raggiungere musei e gallerie, offrendosi ad un pubblico mondiale.

Da sin: Emiliano Fossi sindaco di Campi Bisenzio e della Città Metropolitana e Paolo Buggiani al centro

Merito di un ragazzino, tutto nervi e gessetto, che trovava irresistibili le superfici nere poste dalla pubblica  amministrazione sui  manifesti  scaduti. Li riempiva velocissimo con i suoi segni essenziali e chiarissimi, per scomparire appena compiuto il “misfatto”. La gente arrivò ad impazzire per quella sorta di memorie metropolitane, e qualcuno fortunatamente le salvò dagli ulteriori passaggi degli attacchini, come Paolo Buggiani che ne recepì  subito le valenze.

Artista eclettico e libero, toscano d’origine, in quel periodo, dopo una lunga sosta a Parigi, si stabilì a New York. Qui la sua vita ingranò un’altra marcia, che lo proiettò in una dimensione altra abbandonando l’espressione pittorica cui era legato. Erano gli anni settanta e le sue sculture fiammeggianti come le macchine luciferine, sfrecciavano sulle strade, mentre  le barche infocate accarezzavano il mare.

Si trovò a contatto con gli artisti della Street Art, fenomeno che Gianluca Marziani conosce fin dagli esordi e che ci ha voluto raccontare cosi. Una puntualizzazione doverosa la sua nei confronti della Street Art, espressione artistica totale proprio perché racchiude al suo interno istanze politiche, sociali, estratti sublimati di vita con un linguaggio d’impatto immediato e trasversale. Buggiani, attratto come tanti, iniziò a fotografare le lavagne di Keith Haring, poi iniziò a salvare quelli che poteva, e l’esperienza sfociò poi in un percorso dai contenuti più attuali che mai.

Allestita negli spazi di Palazzo Medici Riccardi la mostra è anticipata già nella corte con due delle sue macchine infernali, un’auto e una barca, “carrozzate Buggiani”. La mostra si apre con una serie di segni bianchi inconfondibili ormai per noi, su fondo nero, fondo che veniva usato per  censurare i manifesti scaduti, e che per Keith Haring divenne il supporto ideale al suo fare: idea, rapidità di esecuzione; i gessetti volavano sui supporti inediti lasciando un alfabeto della forza di un racconto che veniva recepito dalle folle in transito.

Doveva essere molto colto Haring per realizzare simili sintesi culturali, mediando la tribalità africana, quella degli aborigeni, o degli aztechi, gli egizi, ma anche temi ossessionanti come il nucleare e la fame nel mondo, o scottanti come omosessualità e razzismo. I suoi disegni semplici all’apparenza ma ricchi di memoria ci ricordano che è sempre lo stesso uomo, dalle caverne ai grattacieli, ad essere protagonista del dono della vita.

L’emozione è forte anche ora. Lo sguardo scivola poi su “The Flyng man”, iniziando il dialogo tra i due protagonisti dell’esposizione, il magnifico omaggio che l’artista fece a Buggiani. I due come si è anticipato ebbero occasione di frequentarsi ma ciascuno percorreva la propria strada libero, come nel codice degli Art Streeters. La ridda di immagini salvate fu forse fonte di ispirazione e nacque da una felice intuizione un nuovo capitolo di  Buggiani “Mitologia Urbana”. La mitologia greca, con tutti i suoi risvolti simbolici e psicologici, ritornava protagonista con figure come Icaro o il Minotauro, ricche di significati, estremamente a loro agio in una città labirinto per eccellenza come New York.

La percezione delle immagini, immagini prima incise sulle pareti delle caverne, poi disegnate, dipinte, scolpite, in tempi più recenti fotografate e grazie alla TV mandate in onda, rimase uguale a se stessa per migliaia di anni. La ricezione era in funzione dell’occhio fisico dell’osservatore. Ora l’osservatore da fermo ha il mondo sotto gli occhi, ma qui non si perde il pathos perché il messaggio travalica quello legato all’immagine stessa, aprendo  la mente ad altri scenari.  La  “Street Art” era un terreno libero e aperto e ogni individuo completamente indipendente.

Oggi la Street Art, confida Buggiani, è stata travisata, spesso tralascia il messaggio, senza il quale l’arte non può parlare d’arte, e si confonde con la decorazione.

La mostra, dopo l’ultima sala che  presenta i lavori, alcuni splendidi, dei compagni di street art – Hambleton, Hiratsuka, Holzer, Kruger, Levine, Salle –  si  chiude con un’installazione altamente scenografica, uno dei suoi rettili meccanici, mostri spave4ntosi, ma  niente in confronto all’homo “sapiens” che ci auguriamo tutti diventi tale solo grazie ad una  cultura  “mostruosa” per aprirsi alle meraviglie della vita.

Made in New York. Keith Haring, (Subway drawings) Paolo Buggiani and co. La vera origine della Street Art, prodotta e organizzata da MetaMorfosi e patrocinata da Città Metropolitana di Firenze con il contributo della Regione Toscana, di Fondazione Guglielmo Giordano e Listone Giordano, è aperta fino al 6 febbraio 2018.

(foto di Tiziana Leopizzi)

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