RUBALDO MERELLO | Un francese a Genova

RUBALDO MERELLO | Un francese a Genova

Mia mamma* ha quasi 92 anni ma l’occhio è sempre attento e raffinatissimo. Non potendo più seguire le mostre in prima persona le vive attraverso le immagini che le portiamo. Così ha rivisto Rubaldo Merello e ne è rimasta incantata. Fissava l’ipad ricco di immagini, leggeva attentamente i totem che accompagnano l’esposizione sussurrando “interessante… veramente interessante”.

La mostra è in effetti molto leggibile e il visitatore scivola all’interno, lievemente, invitato ad entrare in un mondo senza tempo tra fiaba, narrazione, testimonianza e fantasia. Il reportage di una fuga come si scoprirà poi. Il primo impatto è però un limpido “do di petto”, un magnifico bronzo di Segantini raffigurante Troubetzkoy.

Lasciando la facile strada della retrospettiva i curatori hanno infatti optato per sottolineare il contesto internazionale in cui si mosse Merello. Un’attenzione illuminata dato che il pittore era stato ingiustamente relegato dalla critica in un ambito locale. In realtà poté godere di un contesto ricchissimo fatto di protagonisti stimolanti che la relativa vicinanza temporale non ha mai aiutato a mettere nella giusta prospettiva. Questa la sfida colta da Matteo Fochessati e Gianni Franzone, curatori della Wolfsoniana, in perfetta sintonia tra loro e il Comitato Scientifico.

L’Europa viveva per la prima volta, il suo primo momento di pace iniziato nel 1870. Gli equilibri sanciti da due giganti come Francesco Giuseppe e la Regina Vittoria che ai loro contemporanei parevano immortali. Una simile miracolosa finestra si è riaperta ancora per il nostro Continente nel 1945. Si diceva della particolare e costruttiva atmosfera che ha connotato la fine dell’Ottocento. I viaggi e gli spostamenti erano fattibili. La nostra città e le riviere erano mete particolarmente ambite. Anche gli artisti si riversarono qui numerosi, attratti anche dalla luce particolare, che divenne protagonista del Divisionismo esploso in quegli anni.

Nonostante Segantini ne gettasse le basi alla Triennale, non si configurò mai come un movimento vero e proprio per la mancanza di un manifesto. Ebbe dei seguaci che presero spunto dalla tecnica del “Pointillisme” che si basava sulla complementarietà dei colori. Coadiuvati e affascinati dalle scoperte scientifiche gli artisti cercavano strade alternative all’accademismo imperante. Merello presente al “Salon des Peintres Divisionnists Italiens”, organizzata da Gubricy, personaggio sensibile e molto attivo, ne sposò le istanze, corroborato comunque dal nuovo clima culturale ben descritto da Previati: “Compito dell’artista non è quello di copiare letteralmente tutto ciò che si vede (…). L’artista deve anzitutto rinunciare alla speranza di ritrovare nel mondo esteriore il quadro già composto. La verità dell’arte è lontana dalla contraffazione del vero”.

Spinto anche dal suo isolamento, per scelta, sul monte di Portofino, l’artista arriva a concentrarsi “in maniera maniacale” sugli stessi scorci fino ad elaborarne mille sfaccettature, soprattutto il mare lo ossessione, nel suo continuo mutamento, cosi uguale e cosi diverso. Imposta una ricerca per certi versi tangente al postimpressiosmo e ai fauve. In sintonia con alcuni pittori suoi coevi come Antonio Discovolo e Amedeo Iori, influenzò anche alcuni emergenti, tra cui Sexto Canegallo. Notevole a questo proposito il dipinto dell’allora giovane artista esposto quasi a chiusura della mostra.

L’ultimo decennio del Novecento vede una Genova quindi ricca di fermenti culturali. Convergono qui da tutta Italia, come accennato prima, artisti di spessore tra cui Pelizza da Volpedo, Gaetano Previati, Plinio Nomellini. Accolti da Ceccardo Roccatagliata Ceccardi entrano in contatto con Eugenio Baroni Pietro Albino Eduardo de Albertis Giuseppe Pennasilico Federico Maragliano e certamente anche con il nostro, nonostante la sua scelta di vita rasentasse per scelta il romitaggio. L’immane tragedia poi della scomparsa prematura del figlio, lo isolerà poi definitivamente e completamente dal resto del mondo. Scompare improvvisamente nel ‘22.

Già nel 1926 gli vengono dedicate ben tre mostre, alla galleria Pesaro a Milano, a Palazzo Bianco a Genova a cura di de Gaufridy e la “ Prima Mostra Chiavarese d’Arte Moderna” con il testo di Mario Labò.

Si deve poi a Gianfranco Bruno la riscoperta dell’originalità dell’artista che passava indifferentemente dalla pittura alla scultura, cosa in sé piuttosto rara. Il suo respiro internazionale è stato però compreso ed esaltato solo oggi, complice sicuramente l’approfondirsi della prospettiva temporale e l’intuizione dei curatori della mostra.

“Interessante interessante” soprattutto alla vista dei paesaggi vibranti e incantati, flash della sensazione scaturita dal pensiero che si nutriva delle istanze di un’Europa che non era consapevole del suo momento dorato.

La mostra si compone di 12 sezioni che toccano il teorico Gubricy, Segantini, Nomellini a Genova e il “suo” mare, Pelizza da Volpedo, il paesaggio interiore fino al la sua ossessione, San Fruttuoso, le forme dell’acqua, Merello scultore, Merello e il simbolismo, e oltre Merello. Completa l’ampio panorama la mostra del fotografo tedesco Alfred Noack, che ripercorse le vedute immortalate dal suo coetaneo Rubaldo Merello.

Promossa da Palazzo Ducale la mostra resta aperta fino al 4 febbraio p.v.
Lunedi chiuso, domenica 9.00 – 19.00 feriali 9.00-13.00 e 15.00-19.00
Attenzione la biglietteria chiude un’ora prima.

www.palazzoducale.genova.it

*Renata Ramondo, avvocato ideò l’Ellequadro nel 1978.

La presentazione con il Direttore Pietro da Passano, i curatori e l’assessore alla Cultura della Regione Liguria Ilaria Cavo

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