Assisi “Cammino” Christo o del reale impossibile

Assisi “Cammino” Christo o del reale impossibile

Colto attento spiritoso, saggio e autorevole anche per l’ingannevole corona candida che gli incornicia il capo, Christo è in realtà un  ragazzo di ottantadue anni.

Si muove libero, totalmente a proprio agio nonostante lo sguardo di Giotto, sprizzando  energia da tutti i pori durante la piacevolissima conversazione condotta da Andrea Montanari. Sublime la cornice, la Chiesa Superiore di San Francesco, un luogo dell’immaginario collettivo a livello mondiale.

Questo l’impegnativo palcoscenico scelto per lui all’interno di “Cammino”, il convegno internazionale organizzato da “Il Cortile di Francesco”, che ha come tema il dialogo tra credenti e non credenti.

Christo è palesemente innamorato della vita e lo è a un punto tale che persino la perdita della  sua compagna, musa  e complice non solo collaboratrice, è stata  sublimata come presenza  continua e costante. Christo e Jeanne-Claude, o solo Christo, è il nome del loro progetto d’arte che diventa la trama della loro tela infinita.

Una scintilla che innesca una reazione a catena che dura tutt’oggi. Le domande incalzano e il pubblico attento si diverte.

“L’arte è per puro piacere” afferma, e paradossalmente diventa  cosi motore d’economia, basti pensare alla recente operazione realizzata sul lago di Iseo, Floating Piers che ha attirato circa  un milione di persone e creato  un indotto di 8 milioni di euro. Ma come nasce Christo.

È il 1958 quando arriva a Parigi, un anno cruciale per l’arte che per ovvi motivi vede trasferire il proprio baricentro contro ogni logica, a New York.  È qui, nella Ville Lumiere che scocca la scintilla tra lui, originario di Gabrovo in Bulgaria e Jeanne-Claude Denat de Guillebon nata a Casablanca. Pensano e si muovono all’unisono, tanto che si parlerà di loro al singolare. Armati di tessuto cerato e spago nascono i primi wrapped objects, avvolgendo lattine, sedie, bottiglie e scatole ne cambiano  i connotati, i contenuti restano, ma la percezione cambia radicalmente. La loro visione dell’estetica entra a vele spiegate nell’immaginario collettivo.

L’architettura, la natura, il territorio, un semplice oggetto sono la ” tela” su cui intervenire, e il sottile filo conduttore è la storia dell’arte che è la vera protagonista del “suo” continuo dialogo con l’umanità. Il gesto di “impacchettare” il luogo scelto mimetizzandone l’aspetto, ottiene  l’effetto esattamente contrario al gesto: il nasconderlo infatti lo pone  immediatamente in primo piano, e sottraendolo al quotidiano, ne sottolinea forma e contenuti troppo spesso disattesi in primis proprio da noi che ne dovremmo essere invece gli attenti testimoni.

Determinato nel suo percorso, apre una nuova incontenibile ricerca: gli spazi canonici dell’arte non bastano più, l’arte esce dallo studio e dalle gallerie con i primi progetti di quella che sarà poi  codificata come land art. “Le dispiace smantellare le sue opere?” – “Le installazioni si smantellano ma l’immagine resta”.

I progetti  presuppongono uno studio accurato del  territorio, e scelto  il luogo dove intervenire, aggiunge ogni volta una perla alla sua collana, che nonostante ciascuna sia temporanea, in realtà si imprime  profondamente  nell’immaginario, regalandola per sempre all’osservatore, chiunque esso sia.

Così impacchetta, avvolge lega freneticamente oggetti ed edifici che, isolati dal proprio habitat, assumono un carattere  diverso, diventano  il suo segno e diventano qualcosa di unico, un nuovo,  inedito ed ineguagliabile modo di  fare arte  non solo mai  tentato ma nemmeno lontanamente immaginato prima.

Il mega schermo accompagna la conversazione e sfilano alcune delle sue installazioni, “Valley Curtain”  del 1971 che si dispiega su 394 metri di larghezza, una tenda di polyamide arancione che sbarra il fondo di una vallata in Colorado tra due fianchi rocciosi; a Roma le Mura Aureliane, “The wall”; “The Umbrellas, project for Japan and Western U.S.A.”, con lo scopo di collegare tra di loro Giappone ed ovest degli Stati Uniti in una linea ideale formata da 3000 ombrelli di forma ottagonale, talora raggruppati, talora distanziati gli uni dagli altri, disposti seguendo l’andamento del terreno; a Newport Rhode “Ocean Front”, 13940 metri quadri di tessuto di polipropilene che galleggiano sul mare. Tanti i suoi interventi ma mai troppi, fino al  più recente Floating Piers di cui si è già detto, ed  è in cantiere Mastaba, la cui idea risale al 1977, 410.000 barili colorati per il deserto di Abu Dhabi.

Impossibile anche solo nominarli tutti, ma a dare una visione globale c’è l’eccellente mostra di Wolfang Voltz, amico e sodale, al Chiostro dei morti, con una straordinaria panoramica completa del loro lavoro.

“Cosa resterà di Christo dopo di lui”? La domanda lo fa sobbalzare ma si riprende prontamente. Christo è già storia.

La mostra è aperta, con orario continuato, fino al 7 gennaio 2018. www.cortiledifrancesco.it

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook