Empatia? Giusto un sorso grazie

Empatia? Giusto un sorso grazie
fonte immagine: www.ilblog.circololettori.it

Nell’era della multimedialità dei rapporti e della fragilità delle relazioni umane viene da chiedersi quanto manca per l’estinzione?

Come afferma un videomaker americano, Peter Joseph, «siamo al capolinea di una cultura in declino». Dal primo momento in cui l’uomo ha emesso il suo primo sibilo vocale, trasformando quel suono in una esigenza di contatto con un altro individuo, la storia è cambiata.

Come il respiro che mantiene il nostro organismo in vita, presente e reattivo all’ambiente circostante, la parola mantiene in vita il nostro “io” interiore, la nostra personalità e la nostra identità.

È stato condotto, in un laboratorio nei pressi della città di Parma, un esperimento sulle attività cerebrali di un macaco. I ricercatori avevano collegato un dispositivo MRI (magnetic resonance imaging) al primato mentre cercava di aprire una noce. Volevano osservare quali neuroni si sarebbero azionati durante quell’azione. Per una strana coincidenza, come accade talvolta in ambiti scientifici, una persona entra nel laboratorio e, vedendo delle noci davanti a sé, cerca di aprirne una. Il macaco osserva immobile l’uomo che compie la stessa azione da lui compiuta poco prima e i ricercatori, con gli occhi puntati sull’elaborato dello scanner MRI, notano nella scimmia l’attivarsi degli stessi neuroni sia nel fare l’atto che nell’osservarlo. I ricercatori non capiscono cosa stia succedendo, pensano a un mal funzionamento del macchinario; ripetono pertanto lo stesso test con altri primati e in particolare con lo scimpanzé, essendo la loro neo-corteccia celebrale molto simile a quella di un essere umano. Viene così scoperto un tipo di neurone denominato neurone specchio.

Si tratta di una tipologia di predisposizione neuronale, che si ipotizza sussista anche in altre specie animali, basata sull’osservazione di un esecuzione di un azione. Ossia, quando osservo la rabbia, la frustrazione, il rifiuto, la felicità o qualunque genere di emozione, si manifesta la capacità di percepire ciò che sta avvenendo nel soggetto osservato. I medesimi neuroni si accendono come se si stesse sperimentando personalmente quella identica emozione. Quando, per esempio, assistiamo ad un ragno che si arrampica su di un braccio di una persona, anche noi avvertiamo i brividi. L’essere umano è infatti programmato per sentire i disagi altrui, come se fossero i suoi.

I neuroni specchio sono solo l’inizio di un filone di ricerca che coinvolge neuropsicologia, neuroscienze, psicologia evolutiva. Questa scoperta testimonia, a differenza di altre teorie precedenti come quella dell’uomo “accentratore” di Freud, che l’essere umano non è predeterminato ad atteggiamenti aggressivi, violenti o utilitaristici, bensì per la socievolezza. L’idea di “attaccamento” come propostonda Bowlby (psicoanalista britannico), ovvero una propensione all’altro e agli affetti, palesa che il nostro impulso primario è quello di “appartenere” e di comunicare empaticamente.

Quando in una nursery alcuni neonati iniziano a piangere, anche gli altri neonati presenti piangeranno. È il disagio empatico, radicato biologicamente nel neonato. Verso i due anni di età, il bambino comincia a riconoscersi nello specchio e cosi si avvia l’accrescimento del senso di empatia come fenomeno culturale e comunicativo. Il bambino, riconoscendo la propria immagine, comprende anche che sta osservando qualcuno che prova un emozione. Avviene una sorta di processo comunicativo inconscio in cui prova le stesse emozioni che riscontra nell’altro, come se fossero due essere distinti.

L’ipseità (caratteristica che distingue l’individuo in quanto singolo) è accompagnata dal progresso empatico; maturando l’ipseità, aumenta l’empatia. Verso gli otto anni, il bambino comprende il termine di nascita e di morte, impara da dove proviene, che la vita è una sola, che è fragile, vulnerabile e che un giorno anche lui morirà. Questo è l’inizio di un percorso esistenziale, formato da manifestazioni di origine culturale e sociale, con strati innati di sentimentalismi che trascendono la freddezza e la sterilità delle prime “evoluzioni primitive”, ma si avviano in paradigmi incentrati sulla coesione e sul senso di collaborazione in relazione a chi ci circonda. Quindi in una comunicazione del proprio essere al mondo.

Ma come ben sappiamo , nel quotidiano non viè rispetto di questi canoni naturali e non si crea neanche l’opportunità di una loro crescita di essi, se non raramente. Si vedono alzare barriere o sfruttare il carattere comunicativo empatico nel peggiore dei modi, sotto false forme di condotta, plagiate da sistemi corrotti, direzionati solo su precisi canali di interesse.

L’empatia comunicativa si basa sulla consapevolezza della morte, sulla celebrazione della vita e sullo spronarsi a vicenda per evolvere ed essere. Quando si parla di costruire una civiltà basata sulla empatia, non si tratta di un concetto utopico ma intendiamo quell’abilità umana di mostrare solidarietà attiva verso gli altri, animali compresi. Potremmo definirci “homo empaticus”. Sappiamo che le coscienze cambiano con la storia. Il nostro cervello ha collegamenti neuronali diversi da quello di un contadino medievale, entrambi diversi da quello di un raccoglitore/cacciatore di 30.000 anni fa. Da qui nasce una: come cambia la coscienza nel tempo? É possibile che noi esseri umani, programmati per “sentire” gli altri, estendiamo la nostra empatia, la nostra comunicabilità umana all’intero genere umano come famiglia estesa? Ed ai nostri compagni animali come parte della nostra famiglia evolutiva? E alla biosfera come nostra comunità condivisa?

Se è possibile immaginare tutto questo, forse potremmo porre in salvo il genere umano dai “silenzi agghiaccianti” che avvolgono le loro menti. E se questo, invece, non sarà possibile neanche immaginarlo, credo che le alternative di sopravvivere con la denominazione di “esseri umani” saranno davvero scarne. L’empatia comunicativa è la mano invisibile, è ciò che permette alla nostra sensibilità di allinearci con quella altrui, formando unità sociali più estese. Empatizzare è civilizzare, civilizzare è comunicare. Nelle civiltà primitive la comunicazione si estendeva solo fino alla propria tribù e fin dove arrivava la voce. Chiunque fosse al di là di quel limite era considerato “alieno”. Passando alle grandi civiltà idrauliche-agricole, la scrittura permise di estendere il sistema nervoso centrale annullando una frazione di tempo e spazio, accomunando più gente.

La diversificazione delle abilità e l’emergente ipseità portarono alla coscienza teologica e diedero all’empatia comunicativa una nuova espressione. Invece di rimaner ancorati a legami di sangue, c’è stato un “de-tribalizzamento” e si sono avviati legami basati su vincoli religiosi. Ad esempio, Ebrei provenienti in una determinata località geografica iniziano a “frequentare” altri ebrei provenienti da un altro luogo, come una famiglia estesa. Stesso discorso si può fare con i cristiani , mussulmani e cosi via.

Arrivando al XIX secolo, con la volta della rivoluzione industriale i nostri mercati si estendono in altra aeree del globo; si diffonde l’idea e in successione l’avvento dello “stato nazionale”; quindi si allarga ancor di più la condizione di “comunione” tra , ad esempio , gli inglesi con gli altri inglesi , i tedeschi con gli altri tedeschi. Ma prima non esistevano le nazioni. Queste sono semplici “inivenzioni dell’intelletto”, che ci permettono di estendere la nostra famiglia e di saldare relazioni e identità poste sulle nuove e complesse rivoluzioni energetiche e informatiche che abbattono il tempo e lo spazio.

Ma se siamo passati dall’empatia nei legami familiari, all’empatia nei gruppi religiosi, fino all’empatia fondata sull’identificazione nazionale, è cosi difficile immaginare che le nuove tecnologie ci permetteranno di estendere la nostra empatia al genere umano allargato all’intera biosfera? E per quale ragione dovremmo fermarci qui, all’identità nazionale e all’empatia basata su valori ideologici, teologici o legata alla parentela?

Disponiamo di tecnologie che ci permettono di estendere il sistema nervoso centrale e di focalizzarci visceralmente come una famiglia, non soltanto razionalmente. Se ripercorriamo nel passato la nostra memoria i devastanti e tragici eventi che colpirono Haiti e poco dopo il Cile, nel giro di poche ore, grazie ad alcuni social network e a filmati presi dai telefoni mobili, l’intero pianeta ha abbracciato empaticamente e portato aiuto alle località suddette.

Se fossimo minimamente guidati dal materialismo, egoismo, utilitarismo ed edonismo come hanno proposto nel loro lontano passato i filosofi illuministi, non potremmo spiegarci il sostegno in massa ai popoli sventurati.

Secondo dati certi, 175.000 anni fa, nella zona denominata Rift Valley del continente Africano, vivevano circa 10.000 esseri umani anatomicamente simili a noi, i nostri diretti antenati. I genetisti hanno individuato una donna primaria, una vera e propria “banca dati”, i cui geni sono stati trasmessi a ognuno di noi. Hanno individuato un unico maschio, chiamandolo “Adam cromosoma Y”, di certo il maschio dominante. I suoi geni sono arrivati sino a noi. La novità è che 6,8 miliardi di persone a diversi livelli di coscienza, teologico, ideologico, psicologico, drammaturgico, si riducono ora ognuno contro l’altro a sostenere le proprie idee sul mondo, pur provenendo tutti da due soli individui.

Dovremmo ricominciare a riconoscerci come una famiglia estesa, allargando il nostro senso di identità. Non perdendo le uniformità nazionali, religiose o parentali ma estendendo la nostra portata di socializzazione all’intero genere umano, guardando le altre creature come un compagno di viaggio con il quale condividere le nostre esperienze, valorizzando la nostra biosfera come la nostra comunità interattiva. Dovremmo ripensare alla “narrativa umana”. Se davvero possediamo queste qualità empatizzanti, comunicative e sociali dovremmo portare alla luce questa essenza. Se, d’altro canto, la reprimiamo come genitori, educatori, lavoratori e governanti, le pulsioni secondarie prendono piede. Ecco allora imporsi il narcisismo, il materialismo, la violenza, l’aggressione.

In conclusione, ogni essere umano ha bisogno di comunicare, di rapportarsi con l’esterno, di essere vivamente partecipe del più bello spettacolo del mondo: la vita. Un lungo e preminente respiro…

Giuseppe Lolli

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