Aleppo e l’inumanità. Risvegliamo le coscienze

Aleppo e l’inumanità. Risvegliamo le coscienze
La distruzione ad Aleppo (Foto: www.alleo.it)

Il recente attentato ad Aleppo che ha tolto la vita a trenta persone ci mette ancora una volta di fronte l’interrogativo sulla nostra (in)umanità, su come si avverte la profonda necessità di risvegliare le coscienze di ognuno.

Non finisce mai.
La guerra civile siriana iniziata nel 2011 continua a spargere sangue, a stroncare vite, a interrompere le esistenze dei bambini che vorrebbero solo un cuscino e una coperta per sognare un domani migliore, per immaginare la luce delle stelle.

L’età del progresso, la tecnologia che non conosce precedenti, la possibilità di essere sempre “connessi”, il 2016, l’evoluzione, tutte cose che ci rendono speciali, che fanno elevare il nostro intelletto, eppure, ancora la guerra, eppure, ancora le armi.
Siamo così tanto evoluti da ammazzarci l’uno con l’altro. Siamo così tanto nell’era del progresso da non aver compreso che la potenza migliore di cui disponiamo è l’umanità, la chiave di volta per vivere bene tutti e farlo insieme.
Siamo l’era della connessione senza limiti eppure non siamo connessi con il cuore, eppure siamo lontani da chi dovremo proteggere, da chi dovremo aiutare.

Tendiamo a sostenere che serva tanto per cambiare il mondo, quando in fondo basterebbero la solidarietà e la responsabilità per risollevarsi, per cambiare noi e il mondo stesso che ci ospita, perché è bene ricordare che è proprio la terra ad ospitare noi e non il contrario. Capendo questa semplice nozione, forse cominceremo a trattare meglio la natura, a trattarci meglio così da garantirci un futuro migliore. Un futuro che gli abitanti di Aleppo non hanno e chissà quando avranno il diritto di poterlo creare. Un futuro che i bambini di Aleppo non hanno più la forza di sognare, perché non sanno – o ormai hanno dimenticato – cosa vuol dire poggiare il capo su un soffice cuscino, al riparo dalle bruttezze del mondo e sognare. Non sanno cosa sia passare una notte tranquilli, una notte sereni, una notte in cui è il silenzio a cullarli e non un bombardamento a farli temere che quella sia la fine del mondo, che quella sia la loro fine.

Un altro attentato ad Aleppo, altre lacrime

Dover descrivere la situazione di Aleppo è complicato, definire ciò che accade lo è ancora di più. Le forze in campo sono numerose, gli attacchi lo sono altrettanto. Il più recente ha visto trenta vittime civili in un attentato nella cittadina ad Est di Aleppo, Al Bab, per mano dello Stato Islamico. Un’autobomba dell’Isis ha provocato la fine dell’esistenza di trenta persone per impedire loro di abbandonare la città.
Nel frattempo la Russia ha denunciato il ritrovamento – sempre ad Aleppo – di “fosse comuni” al cui interno c’erano decine e decine di corpi mutilati e alcuni che portavano segni di spari alla testa, tra cui donne e bambini.

Sono i volti dei bambini spenti e sporchi di sangue e polvere quelli che ci lasciano più sgomenti e attoniti di fronte un servizio al telegiornale che annuncia un altro attentato, che annuncia altri morti.
Ci lascia attoniti, per un attimo i brividi ci percorrono le braccia, abbiamo forse anche un nodo alla gola che ci impedisce la corretta deglutizione, ma poi? Poi noi ce ne dimentichiamo, torniamo alle nostre solite vite, perché in fondo ci sentiamo dall’altra parte del mondo, in fondo stiamo scrivendo queste righe al sicuro, in una cameretta, magari ci infastidiamo se lo squillo del telefono ci distrae, non pensando che invece, in quella parte del mondo, dove forse non esistono telefoni, non ci sono distrazioni, ma spari a porre fine al battito del nostro cuore.
Noi ce ne dimentichiamo, perché ci hanno insegnato a voltare la testa, a volgere lo sguardo da un’altra parte se quello che accade non ci interessa in prima persona.

La necessità di risvegliare le singole coscienze

Noi stavamo passando le nostre feste al caldo, con i parenti intorno a sorriderci e tutti a raccontarci di come sia difficile la vita, di come il tempo passa senza sosta, mentre da un’altra parte del mondo la morte faceva la sua improvvisazione.
Noi qui con le nostre tavole imbandite di rosso e lì, ad Aleppo, le strade macchiate di un rosso vivo, di un rosso sangue, il sangue di una popolazione che non ha colpe, di una popolazione che si trova a vivere una guerra che non è loro, una guerra che non dovrebbe esistere perché la guerra non deve esistere.

E dalla sicurezza di una camera si fa presto a dire che la guerra non deve esistere, ma è qui, dal fondo di questa sicurezza che emerge la responsabilità di noi fortunati “dall’altra parte del mondo”.
Non vuol dire che se non abbiamo le capacità e le soluzioni per un cambiamento in meglio – che sia radicale e alle fondamenta – allora vuol dire che dobbiamo eclissare il problema, perché in fondo nemmeno ci tange in primis. Al contrario, dobbiamo risvegliare le nostre singole coscienze, ormai assopite dal tepore di un mondo che ci chiude in una realtà inscatolata e confezionata a seconda della moda del momento.

La nostra sensibilità non deve risvegliarsi solo nel momento che segue la vista di un video che rappresenta il dolore silenzioso di una bambino che ha visto con i suoi occhi quale sia il volto della malvagità e dell’inumanità di un essere umano che invece dovrebbe proteggerlo e regalargli un mondo in cui sia accessibile vivere.
Non dobbiamo indignarci per quanto accade, per poi scansare un uomo, o una donna, o un bambino, solo perché ha il colore differente dal nostro, solo perché parla un’altra lingua, solo perché apparentemente ci sembra diverso.

Non dobbiamo solo appellarci a qualche divinità per cambiare le cose, non dobbiamo smettere di informarci su quanto accade solo perché non accade a “casa nostra”, ma dobbiamo appellarci alla nostra coscienza, dobbiamo svegliarci e comprendere che solo migliorando noi stessi potremo raggiungere un miglioramento globale. Se continua ad interessarci solo il nostro singolo bene, come potremo adoperarci per creare un mondo buono per tutti? E se continuiamo a vivere nel nostro narcisismo come possiamo sognare un mondo migliore?

Quando ascoltiamo una notizia di qualche attentato, dopo aver visto un video in cui un bambino non ha più lacrime, in cui è immobile, con lo sguardo perso nel vuoto del terrore, con le sue piccole mani che si intrecciano tra loro cercando il modo migliore per non crollare e aggrapparsi a quell’alito di vita, ciò che dovremo iniziare a fare è non dimenticarlo.

Dovremo non additare i tanti migranti che scappano cercando un riparo da una guerra che gli toglie la vita, che gli toglie le forze, che gli toglie gli affetti. Questi tanti migranti hanno gli occhi impauriti, di chi ha visto l’odio puro, quello che non conosce tregua. I tanti migranti che arrivano attraversando il mare e che spesso lì trovano la morte, hanno scolpito nella propria mente le conseguenze delle azioni di chi, dal caldo delle proprie poltrone, sceglie chi deve avere la meglio, sceglie che è ora di giocare e vedere chi sia il più forte, a discapito di persone innocenti, di migliaia di bambini che hanno smesso di andare a scuola perché la scuola non è un posto sicuro, così come ormai sicura non è nemmeno la loro piccola stanza.

Non sarà un articolo a cambiare il mondo, ma sicuramente se le coscienze di tutti gli esseri umani si svegliassero, avremo il modo di cominciare a pensare a come migliorarlo, di cominciare a smettere di elevare muri che impediscano ai migranti di trovare la pace di cui tutti hanno diritto.
La dovuta riflessione, la dovuta coscienza è la speranza per cominciare a credere che qualcosa in meglio si possa costruire, soprattutto per quei bambini che di fronte i loro occhi ora hanno solo distruzione a causa dell’(in)umanità dell’essere umano.

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