PALAZZO CHIABLESE | Un viaggio nella Belle Epoque a braccetto con Toulouse Lautrec

PALAZZO CHIABLESE | Un viaggio nella Belle Epoque a braccetto con Toulouse Lautrec
Jane D’Avril - Toulouse Lautrec (fonte immagine: www.artemagazine.it)

Ce lo ripetono spesso, ormai da parecchi anni: Torino è a tutti gli effetti una piccola Parigi. Basta passeggiare per le stradine del quadrilatero, per incontrare un piccolo ristorante che sembra un bistrot parisien in piena regola. La Mole Antonelliana? Un simbolo, certamente, come anche la Tour Eiffel. Per regalare un altro assaggio di Parigi da potersi gustare nel capoluogo piemontese, a Palazzo Chiablese nei dintorni di Palazzo Reale, verrà ospitata la mostra “Toulouse – Lautrec. La belle èpoque”. Quest’esposizione, che rappresenta una vera chicca e permette di curiosare un po’ nella vita di un personaggio particolare e poco conosciuto, sarà disponibile dal 22 ottobre fino al 5 marzo 2017. Insomma, un lasso di tempo abbastanza ampio tanto da non potersela far scappare.

Su Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Montfa non si sa moltissimo, ma basta dare una piccola occhiata alle sue opere per ricavare qualche dettaglio sulla vita di questo personaggio. Visitando la mostra, allestita utilizzando colori tendenti al rosso e luci soffuse anche per ricreare un po’ gli ambienti dei bistrot parigini, si possono ammirare molte suoi disegni, ritratti, dipinti, litografie e copertine di riviste alle quali lui ha collaborato.

Indecisa se classificarlo o meno come uno degli artisti Bohémien francesi, durante la visita si arriva alla conclusione che Toulouse Lautrec sia inclassificabile, nel senso che si distacca completamente da qualsiasi raggruppamento possibile proprio per le sue peculiarità: insieme dandy elegante aristocratico (per la sua famiglia), ma anche assiduo frequentatore di locali notturni, dove in quegli anni sbocciava una nuova arte più giovane e più fresca, ma anche molto cupa e spesso troppo inebriata dai fiumi di assenzio.

Le rappresentazioni più ricorrenti dell’artista sono sicuramente le donne, la sua prima grande passione, che vengono però ritratte in due maniere diverse, anche se sempre predominanti sul resto del dipinto: a volte le possiamo vedere ballerine entusiaste e sprizzanti energia da tutti i pori come nel caso delle molte rappresentazioni della ballerina Jane D’Avril, con la quale Toulouse aveva una forte complicità e che venne soprannominata “La Melinite”, proprio perché nel momento in cui si esibiva ballando diventava fuoco e fiamme tanta era l’energia e la vita che emanava con la sua figura.

Spesso però, accanto a questa così piena vitalità, si affiancano anche donne esauste, stanche e con le spalle che tendono sempre verso il basso, come se portassero sulla loro schiena un peso davvero eccessivo per i loro fragili corpi (e qui non si parla di magrezza): queste sono le prostitute, le abitanti dei bordelli, le compagne della vita di Toulouse che si limitava ad osservarle e a ritrarle nei gesti quotidiani, quelli più semplici, come versare l’acqua in una tinozza prima di potersi fare il bagno. Ed è in queste rappresentazioni che l’artista ritrae queste donne di schiena, ma le poche volte invece che sono visibili in viso, si può notare come gli occhi di tutte siano ridotte a delle fessure, il che conferisce a tutte uno sguardo severo, di sfida, ma principalmente esausto.

Come lo sguardo che probabilmente ha caratterizzato Toulouse Lautrec per buona parte della sua vita: affetto da picnodisostosi, dopo un incidente in cui si fratturò entrambe le gambe, queste ultime smisero di crescere, così che da adulto rimase alto solo 1,52 m, avendo sviluppato un busto normale, ma mantenendo le gambe di un bambino (0,70 m). Questo suo handicap purtroppo lo penalizzò molto (sia fisicamente, sia psicologicamente), soprattutto per quanto riguarda un altro dei suoi soggetti preferiti: gli animali, in particolare modo in cavalli. Non potendo però cavalcarli, si dedicò alla loro rappresentazione e la sua produzione di disegni equestri, visibili nel percorso della mostra, si arricchì principalmente durante il periodo in cui venne ricoverato in un ospedale per malattie mentali e il medico curante gli suggerì di concentrare la sua arte verso dei soggetti che in qualche modo lo potessero rallegrare.

Sicuramente un artista, ma prima di tutto un uomo purtroppo votato alla solitudine, che lui stesso contribuì ad aumentare, trovando un po’ di conforto nell’alcool e nella compagnia delle prostitute, i quali conforti (principalmente il primo) lo portarono alla morte prima di poter compiere 40 anni.

Uscita dalla mostra, la sensazione è quella di lasciarsi alle spalle un uomo che ha cercato di esprimere il proprio disagio tramite la sua arte, pur non riuscendo del tutto a curarsi solo con quella.

 

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