Henri Cartier-Bresson. Un punto interrogativo poggiato sulla realtà

Henri Cartier-Bresson. Un punto interrogativo poggiato sulla realtà
Place de l'Europe, Stazione Saint Lazare, Parigi, Francia, 1932 (Henri Cartier-Bresson/Magnum Photos-Courtesy)

Il fotografo Henri Cartier-Bresson è un Maestro della fotografia. La emme maiuscola rimanda ad un uso della macchina fotografica – per Cartier-Bresson solo la Leica poteva dirsi tale – come prolungamento del proprio occhio, capace di cogliere la realtà, la vita, con folgorante immediatezza: «Ho capito all’improvviso che la fotografia poteva fissare l’eternità in un attimo».

Lo sguardo che si posa sulle sue immagini per incanto si immedesima nello sguardo dell’uomo che le ha scattate. Scatti che rimandano ad una curiosità e reverenza che si aveva per la meraviglia rappresentata dal mondo e dall’essere umano che lo abita. Il fotografare per Cartier-Bresson non è infatti un tecnicismo: «Fare un ritratto per me è la cosa più difficile. Difficilissima. È un punto interrogativo poggiato su qualcuno».

Fotografare come atto “necessario”, dal significato profondo, quasi svilito dal passaggio dall’analogico al digitale, con la possibilità infinita data dai mezzi oggi a disposizione.

L’homo digitalis, inoltre, è andato progressivamente perdendo una capacità, quella di guardar fuori da sé, insensibile al fascino rappresentato dall’Altro. Il crescente egotismo, l’atomizzazione e l’autoreferenzialità della società hanno favorito un narcisismo digitale – «isole narcisistiche di Ego» assolutamente inesistente nelle foto di Cartier-Bresson.

«Per guardare bene, bisognerebbe imparare a diventare sordomuti», ed essere capaci di fare del fotografare uno «strumento dell’intuito e della spontaneità. (…) Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale. Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere».

Il filosofo Byung-Chul Han parla di “lo sciame digitale”, questo nuovo assembramento di persone del quale è responsabile l’odierna rivoluzione digitale: «Non è una folla, poiché non possiede un’anima, uno spirito. L’anima raduna e unisce: lo sciame digitale è composto da individui isolati. (…) Il socius cede il passo al solus; non la moltitudine, quanto piuttosto la solitudine contraddistingue la forma sociale odierna, sopraffatta dalla generale disgregazione del comune e del collettivo».

Cartier-Bresson avvertiva il confine labile che separava la curiosità, essenziale alla fotografia, alla sua spaventosa controparte, cioè l’indiscrezione, che è una mancanza di pudore. La cultura del sensazionalismo e il chiasso mediatico introdotto dai “mi piace” – la Leica invece è silenziosa, parole di Cartier-Bresson -, hanno reso la comunicazione «povera di sguardo» e di riguardo, con immagini «addomesticate» per essere rese consumabili.

Le immagini di Cartier-Bresson sono immagini che risplendono di vita propria, che sono ancora vive. Citando ancora Byung-Chui Han, in Nello sciame parla di crisi della rappresentazione: «Roland Barthes descrive la fotografia come un’emanazione del referente: la sua essenza è la rappresentazione. Da un oggetto reale, che c’era un tempo, sono partiti dei raggi che impressionano la pellicola: la fotografia conserva le tracce quasi materiali del referente reale»; la fotografia digitale invece «mette radicalmente in dubbio la verità della fotografia e porta definitivamente a compimento l’era della rappresentazione, segna la fine del Reale: in essa non è più presente alcun rimando al referente reale».

Gli scatti di Cartier-Bresson rimandano incessantemente al reale che, seppur lontano nel tempo, appare così vicino, familiare e interessante. Cartier-Bresson insiste sul concetto di “sensibilità”, è questa la chiave del saper guardare e fare attenzione a ciò che ci circonda: «Ci sono scuole per qualsiasi cosa, dove si impara di tutto e alla fine non si sa niente, non si sa niente di niente. Non esiste una scuola per la sensibilità. Non esiste, è impensabile. Ci vuole un certo bagaglio intellettuale».

«Se hai un talento, ne sei responsabile. Ci puoi lavorare sopra» dirà Henri Cartier-Bresson. Eppure a lui non è stato subito chiaro che la fotografia fosse la strada da seguire. Ha infatti 24 anni quando scatta l’immagine guida scelta per questa rassegna monografica alla Villa Reale di Monza. Sono passati due anni dall’acquisto della sua prima Leica e non ha ancora le idee chiare su cosa fare nella vita, come accade a molti giovani. Sa solamente che è «un tipo nervoso, e amo la pittura» e che «per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla».

Questa sarà la sua salvezza, perché il non interessarsi direttamente allo sviluppo dei propri scatti lo porta a non migliorare il negativo, non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non fa alcuna scelta se non quella di accettarle o scartarle. Nient’altro, lasciando che lo scatto sia quel passaggio in grado di catturare ciò che “è ora”, è il regno del soggetto ripreso.

«Quando mi interrogano sul ruolo del fotografo ai nostri tempi, sul potere dell’immagine, ecc. non mi va di lanciarmi in spiegazioni, so soltanto che le persone capaci di vedere sono rare quanto quelle capaci di ascoltare. (…) Guardi certi fotografi di oggi: pensano, cercano, vogliono, in loro si avverte la nevrosi della nostra epoca attuale… ma la gioia visiva, quella in loro non la sento. Si sentono delle ossessioni, il lato morboso, a volte, di un mondo suicida».

«Per parlare di Henri Cartier-Bresson – afferma Denis Curti, curatore di diverse mostre – è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra “postuma”, credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell’esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum. Insomma, Cartier–Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire».

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook