Beirut Art Fair, la modernità delle artiste libanesi

Beirut Art Fair, la modernità delle artiste libanesi
Seta Manoukian - The angels (1986) Courtesy Emile Hannouche Collection ©Agop-Kanledjian

All’interno della VII edizione della Beirut Art Fair, una breve retrospettiva su un secolo di pittura femminile in libano.

BEIRUT – Parlare di arte femminile in Medio Oriente potrebbe sembrare un ironico ossimoro, stante la delicata situazione sociale (e politica) che  interessa questa martoriata quanto affascinante regione. Fa però eccezione il Libano, che già dalla metà del Novecento vanta numerose artiste il cui contributo alla scena artistica mondiale è però ancora oggi poco conosciuto. Da secoli terra d’incontro fra cristianesimo e islamismo, il Libano si è però sempre distinto per la sua laicità (nonostante le continue, disastrose ingerenze siriane tramite il braccio fondamentalista Hezbollah), il Libano è riuscito a sviluppare un ampio dibattito culturale interno, aperto anche alle influenze del resto del mondo, soprattutto europee e statunitensi.

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Blanche Lohéac Ammoun – Paysan Libanais (1950) Collection Emile Hannouche © Agop Kanledjian

Un’apertura che ebbe l’avvio negli anni del protettorato inglese e francese nell’area, e che fino alla Seconda Guerra Mondiale interessò anche la Siria e l’Egitto. Dopo, la storia prese pieghe differenti, ma a Beirut si continuò a respirare un’aria cosmopolita, e a questo contribuì anche il superamento della crisi del 1958, quando si rischiò la guerra civile per questioni politiche fra cristiani maroniti e musulmani sunniti. Una crisi che per un attimo sembrò far crollare la pacifica convivenza religiosa che aveva sin lì caratterizzato il Paese (così non sarà nel 1975, quando, pilotata dalla Siria, la guerra civile scoppiò davvero). Il clima laico e aperto all’Occidente che vi si respirava permise lo sviluppo di una scena artistica di ampio respiro, al cui interno anche le donne trovarono possibilità d’espressione.

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Juliana Seraphim – Untitled (1980) Courtesy Dalloul Collection. © Mansour Dib

A queste artiste poco conosciute, almeno a tredici di loro, ha reso omaggio a Beirut Lebanon Modern, una retrospettiva curata da Pascal Odille che testimonia la vitalità della scena artistica libanese, dal punto di vista femminile, caso più unico che raro in tutto il Medio Oriente. Queste le artiste inserite nella retrospettiva: Yvette Achkar, Etel Adnan,  Blanche Lohéac Ammoun, Huguette Caland, Saloua Raouda Choucair, Laure Gholayeb, Marie Hadad, Helen Khal, Seta Manoukian, Nadia Saikali, Juliana Séraphim, Cici Sursock, Bibi Zogbé.

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Seta Manoukian – The angels (1986) Courtesy Emile Hannouche Collection ©Agop-Kanledjian

È sorprendente, ma anche a suo modo commovente, ritrovare sulle loro tele le suggestioni dell’Impressionismo di Paul Cézanne, le scenografiche composizioni sullo stile di Martial Raysse, gli incubi post-moderni di David Onica, riletti per raccontare la realtà libanese, dalla cultura ancestrale alle tendenze contemporanee. Tredici artiste che hanno attraversato tutto il Novecento,  nate tra la fine del XIX e i primi quarant’anni del XX Secolo, gli anni più febbrili e romantici che il Medio Oriente abbia vissuto, assieme all’Indocina. Un clima cosmopolita, del quale le artiste in questione hanno largamente approfittato.

Cittadine del mondo, viaggiatrici in Europa e in America, attente alle correnti artistiche straniere e dotate di un profondo spirito di rilettura, hanno contribuito in maniera fondamentale a costruire l’identità artistica libanese, caratterizzata da una straordinaria apertura al mondo. Senza però dimenticare le proprie radici e il loro immaginario. È significativo notare come l’arte libanese si sia prevalentemente mantenuta nel solco del figurativo, e, soprattutto, vicina alla realtà quotidiana anche negli anni difficili della guerra civile.

Cosa che fa degli artisti e delle artiste libanesi i sensibili e attenti cantori di una società complessa, cosmopolita e laica. Le donne, in particolare, hanno approfittato del clima libertario della Beirut degli anni Trenta, città di artisti, viaggiatori, commercianti, avventurieri, dove si respirava un’aria progressista europea. Si è quindi affermata una “voce” femminile che ha influenzata anche la scena artistica, permeandola di una nuova sensibilità. Tutto questo è emblematico della condizione femminile in Libano, incomparabilmente più dignitosa rispetto agli altri Paesi mediorientali che negavano alle donne il diritto all’istruzione, relegandole a schiave di padri e mariti.

Una sorte che non toccò a Marie Hadad (1899-1973), affascinata dall’Impressionismo francese, che immortalò il popolo dei Beduini in numerose tele sullo stile dell’ultimo Renoir, fra cui Petite Bédouine (1940), esposta qui a Beirut, e dove il lungo, tradizionale chador nero è drappeggiato con delicatezza a celare i capelli della ragazza. Toni scuri che contrastano con il rosso dello sfondo (quasi un fondo oro bizantino), e con i toni accesi e sensuali del volto, su cui spiccano le labbra rosse e ben tornite.

Ma è nello sguardo, in quegli scuri occhi levantini, che si concentra il mistero della bellezza delle donne libanesi, sospese fra pudore e sensualità. Il volto gradevolmente pieno, sottolineato dalla pennellata pastosa, ricorda da vicino l’ultima fase stilistica di Renoir. Affine per tematiche, Blanche Lohéac Ammoun (1912-2011), anch’ella vicina all’iconografia popolare libanese.

Il suo Paysan Libanais (1950) risente del Cézanne pre-cubista, con al costruzione geometrica della figura accostata a colori accesi. Il volto dell’anziano uomo, segnato dallo scorrere del tempo e da folti baffi grigi, ricorda, per la determinazione, quello di un antico patriarca della Bibbia; Ammoun ne fa il soggetto di una pittura dal sentire naturalista, attenta alla realtà popolare, alle sue figure ataviche depositarie della tradizione.

Su corde diametralmente opposte Juliana Séraphim (1934-2005), inserita in un contesto artistico di ampio respiro che risente delle tensioni internazionali che affliggono gli anni Ottanta (ivi compresa la guerra civile libanese). Palestinese di nascita ma libanese di adozione e cosmopolita per vocazione, Séraphim sorta di incubo post-nucleare che mette insieme Hieronymous Bosch, David Onica e David LaChapelle. Una tale varietà di suggestioni surreali, si spiega anche con la sua collaborazione a Planète, una rivista di letteratura fantasy, sulla quale anche Borges pubblicava i suoi racconti.

L’atmosfera del quadro risente di quell’ambiente, ma ancora di più vuole omaggiare lo stile metaforico dello scrittore argentino. Nei colori sgargianti dell’azzurro e del rosa, l’artista dà vita a una scena di surrealismo urbano estremo, con architetture orientali sullo sfondo e una serie di strane creature femminili che si muovono in primo piano, sorta di moderne sacerdotesse pagane che si muovono fra la terra e l’acqua; la strana città affaccia infatti su uno specchio di mare in cui nuotano bizzarre creature zoomorfe.

Vi si ritrova il Libano di quegli anni, in preda al caos della guerra civile, dove l’orrore era pane quotidiano e la violenza aveva distorto il rapporto con la realtà. Un Paese al collasso, sul quale però sembra vegliare l’occhio di Dio, riletto in chiave femminile, con un surreale mascara verde che dà volume alle ciglia. Un’opera dalla forte valenza simbolica, che ribadisce l’importanza del ruolo delle donne nella società.

Significativa anche la scultura della veneranda Saloua Raouda Choucair (1916), che negli anni Sessanta, dopo una fase dedicata alla pittura astratta, trova un suo linguaggio espressivo attraverso opere vicine all’esperienza modernista europea del periodo 1920-1930, che riecheggiano Henry Moore e Barbara Hepworth. La sua predilezione per l’astrattismo si spiega con la volontà d’integrare il linguaggio artistico europeo con la tradizione islamica, notoriamente poco propensa al figurativo.

Infinite structure (1974) è una sintesi fra idea, sostanza e dimensione, concepita in un materiale primitivo quale è il legno, e nella sua semplicità di forme (vicina la Cubismo), si “apre” all’osservatore grazie ai numerosi fori, e annulla le opposizioni davanti-dietro, interno-esterno, tutte le dimensioni dello spazio incluso il tempo, in favore non solo di una nuova fusione tra scultura e architettura, ma anche di una totalità che inglobi opera, ambiente e azione, e infondendo nell’opera stessa una rinnovata potenza fisica, tale da creare una forma in perenne dialogo con la realtà circostante, e mai da essa avulsa.

Una mostra contenuta, Lebanon Modern, ma interessante per lo spaccato che offre sia sulle aperture degli artisti libanesi verso la scena mondiale, sia, soprattutto, sul ruolo delle donne nell’arte libanese; un ruolo che merita di essere ulteriormente riscoperto e approfondito, anche alla luce di una nuova fase di stabilità in Libano sicuramente foriera di un’ulteriore crescita culturale.

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