Van Gogh, cantore dell’anima degli umili

Van Gogh, cantore dell’anima degli umili
Vincent Van Gogh - Vecchio sofferente - 1882 - copyright Kroller Muller Museum

La sensibilità di Van Gogh verso la civiltà contadina, in 120 opere, per la maggior parte disegni, che documentano la sua attenta ricerca espressiva. Al Kröller-Müller Museum di Otterlo (Olanda), fino al 9 aprile 2017. (www.krollermuller.nl)

OTTERLO – È ancora attuale il messaggio di una pittura che guarda alla dignità del lavoro e alla bellezza, estetica e spirituale, della natura? Cosa può ancora dirci la personalità sensibile e introversa di Vincent van Gogh? A questi interrogativi tenta di rispondere The early Van Gogh: work against indifference, la grande retrospettiva curata da Auke van der Woud e in corso al Museo Kröller-Müller di Otterlo, l’istituzione olandese che ospita la seconda collezione al mondo di opere di Van Gogh, dopo Amsterdam.

L’esposizione consta di ben 120 opere, tutte appartenenti al museo, che in questa occasione focalizza l’attenzione del pubblico sui primi cinque anni della produzione artistica del pittore olandese. Si tratta quindi di una mostra di studio, volta ad approfondire la conoscenza dei disegni di Van Gogh, dallo stile “tormentato” dei quali è possibile comprendere la sua costante ricerca estetica che aveva per obiettivo la ricerca della verità spirituale dei soggetti che ritraeva.

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Vincent Van Gogh -Contadina che lega i covoni di grano-1885 -copyright Kroller Muller Museum

Van Gogh non si fa scrupolo di riprodurre minutamente sguardi infossati, volti segnati dalle rughe, mani avvizzite, espressioni rattristate e rassegnate, abiti sdruciti e una xx sensazione di atavica fatica. Una mostra che guarda agli aspetti più “spirituali” della sua produzione artistica, quella rivolta ai contadini che, ancorati alla terra, conducevano una vita di dignitosa povertà e fatiche quotidiane, fatiche però oneste, che li mettono in continuo rapporto con la natura. Infatti, è sempre stato attratto dalla terra e dal sistema sociale che ruota attorno ad essa, un’affinità dovuta anche alla sua educazione religiosa (protestante), che vede nel duro lavoro, anche dei campi, un segno evidente della Grazia divina.

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Vincent Van Gogh – Vecchio sofferente – 1882 – copyright Kroller Muller Museum

Personalità inquieta, nella pittura cerca le sue radici spirituali, che per estensione divengono le radici di ognuno di noi, e che, appunto, si ritrovano negli arcaico e millenario lavoro dei campi, cui però un’industrializzazione sempre più diffusa sottrae risorse umane e ambientali. Desta quindi una certa commozione lo sguardo, oseremmo dire contemplativo, e la sensibilità con cui Van Gogh ritrae gli ultimi, il rispetto con cui entra nelle loro misere abitazioni e le fa sembrare una sorta di luoghi sacri, tanta è l’attenzione che il pittore riserva ai lavori domestici – come l’accensione del fuoco -, da farli sembrare riti religiosi; ma anche per la spartana dignità di questi interni, testimoni silenziosi di vite faticose e dignitose insieme.

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Vincent Van Gogh -Natura morta con zoccoli – 1881 – copyright Kroller Muller Museum

Non c’è ideologia, alla base dell’interesse per il mondo contadino; più semplicemente, c’è un’affinità di fondo, una sintonia con la natura e i suoi ritmi che si riverberava nell’animo solitario e contemplativo del pittore. La sua dolorosa partecipazione emotiva alle fatiche dei contadini lo spinse a dar loro voce attraverso le sue tele. Così si espresse, in una lettera al fratello Theo: «Agisci contro l’indifferenza; perseverare non è facile, ma quel che è facile, non significa poi molto». Parole che danno la misura della sua affannosa ricerca di una verità espressiva che andasse oltre l’accademismo.

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Vincent Van Gogh -Mietitore – copyright Kroller Muller Museum

Forse presentendo il non lontano tramonto della civiltà contadina, la ritrae con amore pensoso, e sembra fare proprio l’assunto del filosofo Senofane di Colofone, per il quale «dalla terra tutto deriva». E la terra, la campagna, sono il milieu dei contadini, gli “umili” così amati e ammirati da Van Gogh. Umili, ma ricchi della dignità dell’onesto lavoro. A tal punto questi scenari lo affascinano, da indurlo ad affermare che la mano di un lavoratore fosse più bella da disegnare dell’Apollo del Belvedere. La terra è solidità, concretezza, sincerità, una dimensione che dava serenità alla sua anima tormentata. L’arte è il mezzo estremo che una personalità particolarmente introversa come Van Gogh sceglie per comunicare con gli altri, dopo aver tentate la via dell’insegnamento e dell’apostolato missionario, prima appunto di scoprirsi pittore a ventisette anni. Formatosi artisticamente sull’esempio del realismo paesaggistico della scuola di Barbizon e del messaggio etico e sociale di Jean-François Millet, non passò per lui in secondo piano anche l’influenza nipponica degli ukiyo-e, nel cosiddetto periodo del Giapponismo.
A Parigi, nel 1886, strinse amicizia anche con numerosi pittori Impressionisti, in particolare Pissarro, Monet, e poi Signac e Gauguin, e assieme a loro trascorse notti irrequiete nei bassifondi di Montmartre, negli anni folli della Belle Époque, quando l’estetica sembrò prendere il sopravvento sulla realtà quotidiana e per dimenticare la crisi economica e la recente guerra franco-prussiana, l’aristocrazia e l’alta borghesia europee si gettarono nei piaceri del lusso e del divertimento, seguite, anzi probabilmente precedute, dagli artisti. Eppure, Van Gogh non riuscì a entrare pienamente in sintonia con l’ambiente e la frenesia della città, e nel febbraio del 1888 si trasferì ad Arles, in Provenza, muovendosi fra Saint Remy e Les Saintes Maries, attratto dalla serenità della campagna, in una sorta di ritorno alle origini.
E sono proprio le origini che raccontano le opere esposte a Otterlo, ognuna delle quali costituisce un’elegia umana, racchiusa nei toni scuri dei colori, intiepidita dalla pennellata, o dal tratto, morbidi e pastosi, che in molti casi precorrono l’Espressionismo del primo Novecento (ma solo per ragioni estetiche).

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Vincent Van Gogh – I mangiatori di patate -1885 – copyright Kroller Muller Museum

L’anima di Van Gogh si sublima in queste tele, dove il suo tocco riesce a conferire dignità artistica a cibi umili quali le patate, quotidiano companatico di miseri pasti consumati nei campi o in fumose cucine. E ancora, i gesti più semplici, anche i meno “nobili”, come falciare il fieno nei campi, pelare le patate, o zappare la terra. Evidenti i richiami al naturalismo letterario di Zola, che però qui si vela di poesia, stando a quanto affermò egli stesso: «Vorrei dipingere uomini e donne con quel non so che di eterno». La sua grandezza sta nell’aver saputo guardare l’essenza dell’uomo, e non la sua apparenza. Lontano dalle luci della mondanità borghese, preferì sempre la verità di un’esistenza vicina alla natura. E la sua opera è una coerente testimonianza contro l’indifferenza (che pure in vita subì egli stesso). Van Gogh è il cantore di un’intera civiltà, e fa dell’arte un mezzo e non un fine, cercando la soluzione estetica migliore per dare voce anche agli umili, agli ultimi.

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