Michel Houellebecq, «la verità è scandalosa. Ma senza, non c’è nulla che abbia valore»

Michel Houellebecq, «la verità è scandalosa. Ma senza, non c’è nulla che abbia valore»

Michel Houellebecq ha una voce calda e malinconica quando inizia a leggere l’ultimo capitolo tratto da Piattaforma nel centro del mondo. Siamo al Parenti di Milano, un teatro che vale la pena vivere, in un lunedì sera capace di colmare la sala come accade in eventi che lasciano il segno. Il pretesto è il gran finale della Milanesiana ma il nome di Houllebecq è un richiamo da non lasciarsi scappare. Un’immagine sullo schermo reca la scritta «Nous habitons l’absence», verso tratto da Configuration du dernier rivage: «Disparue la croyance / Qui permet d’edifier / D’etre et de sanctifier, / Nous habitons l’absence. / Puis la vue disparait / Des etres les plus proches».

houellebecqLo stesso schermo farà scorrere il testo in francese con traduzione a lato di quanto sfugge mentre si ascolta Michel. Chi non conosce questo autore non può forse capire la sorpresa di ritrovarsi immersi nelle parole soffuse di chi è considerato un cinico provocatore, basti leggere Le particelle elementariPiattaforma e non ultimo Sottomissione in cui si predice, con un’inquietante contemporaneità, un’islamizzazione futura della Francia.

L’intera serata non lascia il segno, è stata un’occasione sprecata, a tratti noiosa, per poter andare a fondo dello sguardo assolutamente interessante che Houellebecq ha verso la realtà. Lui invece ha fatto la differenza. È stato commovente ascoltare la sua voce, di una commozione vera e poco sentimentale, quella che ti trascina nelle righe di un libro e te lo fa sentire vero, che ti riguarda, che sta parlando a te, per te e di te.

Non fa sconti sulla realtà, per questo non delude. In Rester vivant scrive: «La verità è scandalosa. Ma senza, non c’è nulla che abbia valore. Una visione onesta e ingenua del mondo è di per sé un capolavoro… Man mano che vi avvicinate alla verità, la vostra solitudine aumenta». E la scelta di questo brano ricalca proprio questo squarcio sul mondo umano e non nel quale viviamo, questa ferita che ti fa guardare a fondo la carne della sostanza.

Spontaneo era il protendersi in avanti mano a mano che Michel proseguiva, scandendo quasi con sofferenza le parole: «La mia vita era una forma vuota, ed era meglio che rimanesse tale. Se avessi consentito alla passione di penetrare nel mio corpo, subito dopo sarebbe arrivato il dolore. Il mio libro si avvicina alla fine. Sempre più spesso, ormai, rimango a letto quasi tutto il giorno. Certe volte accendo l’aria condizionata al mattino, la spengo alla sera, e tra i due atti non accade assolutamente niente».

Di lui Baricco ha scritto nei giorni seguenti la pubblicazione di Sottomissione, coincisa tristemente con la strage a Parigi nella sede di Charlie Hebdo, libro per il quale Houellebecq è stato molto attaccato e contestato: «Se ancora esiste una pratica che si chiama letteratura — contraddistinta da un certo dominio tecnico superiore e da un’ardita fedeltà ad antiche, estreme, ambizioni — non sono poi molti gli scrittori che oggi vi si dedicano con risultati memorabili: per quel che ne capisco io, uno è Houellebecq. Per questo, chinarsi su ogni suo libro, anche a costo di uscirne delusi, è un gesto che vale la pena di compiere. Di rado è un’esperienza piacevole: Houellebecq è un pensatore spinoso, prima che uno scrittore capace, e il disprezzo chirurgico con cui prova a fare a pezzi luoghi comuni a cui dobbiamo una parte significativa della nostra buona coscienza rende la lettura dei suoi libri fastidiosa fino alla ripugnanza. Tuttavia, quasi sempre l’intelligenza è affilatissima, e la scrittura non banale. Alte le ambizioni, coerente il gusto. Ce n’è abbastanza per interessarsi a lui: quanto ad amarlo è una conseguenza possibile almeno quanto lo è il detestarlo».

Impossibile non subirne il fascino, impossibile rimanere indifferenti. La sua voce continua, la lettura è lunga eppure si desidera che non finisca mai, in questo sottovuoto che l’atmosfera del teatro crea: «Quando la vita amorosa è cessata, l’esistenza nel suo complesso si infetta di qualcosa di leggermente convenzionale e forzato. La forma umana resiste, resistono i comportamenti abituali, resiste insomma una specie di struttura: ma, come si usa dire, manca il cuore».

Piattaforma è un romanzo che vale soprattutto per Valérie, è a lei che si affeziona il lettore, è lei l’assenza che si fa presenza fino alla fine: «Si può abitare il mondo senza capirlo, basta poterne ricavare un po’ di cibo, di carezze e di amore. A Pattaya il cibo e le carezze costano poco, rispetto ai parametri occidentali e perfino a quelli asiatici. Quanto all’amore, non mi è facile parlarne. Ora ne sono convinto: per me Valérie resterà una splendida eccezione. Valérie era uno di quegli esseri che hanno la capacità di dedicare la propria vita alla felicità di qualcuno, di farne il proprio scopo principale, forse l’unico. Questo fenomeno è un mistero. In esso sono la felicità, la semplicità, la gioia; ma continuo a non capire come, e perché, riesca a compiersi. E se non ho capito l’amore, a che serve aver capito il resto?».

Senza Valérie, senza l’amore, nemmeno la morte fa paura: «La morte, adesso, l’ho capita; non credo che mi farà molto male. Ho conosciuto l’odio, il disprezzo, la decrepitezza e varie altre cose; ho conosciuto anche qualche breve istante d’amore. Di me non sopravviverà nulla, e non merito che qualcosa mi sopravviva; sarò stato solo un individuo mediocre, sotto tutti gli aspetti».

Come disse Amleto prima di morire, «il resto è silenzio».

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