La verità ingombrante di Nero catrame, primo romanzo di Edoardo Maspero

La verità ingombrante di Nero catrame, primo romanzo di Edoardo Maspero
Edoardo Maspero

Nero catrame è il primo libro di Edoardo Maspero. Il titolo rende bene ciò che si prova nel leggere, pagina dopo pagina, la storia di Adam, dei suoi amici, del suo mondo, quello “bene”. Un ritmo serrato, pulito, vibrante come una corda tesa.

Incontro Edoardo sotto il cielo blu di giugno, blu come l’acqua del lago di Pusiano che dista, calmo, solamente una manciata di metri da noi. È giovane Edoardo, ma ha nei suoi occhi quella consapevolezza senza età fatta dall’urgenza di osservare la realtà e indagarla, senza un giudizio moralistico ma esistenziale. Lascio quindi lo spazio proprio a lui, sperando che le sue parole vi conducano per mano alla lettura del suo romanzo, come è accaduto a me. Leggetelo, è molto di più di qualsiasi descrizione, di più della sua facile apparenza. È un romanzo doppio, a due facce, che riguarda ognuno di noi, intensissimo. Ha un battito di fondo, palpitante, che va ascoltato. È questa musica che lascerà il segno, questo urlo che rimane intrappolato in gola. Non lasciatevi confondere dalla realtà cruda e scartavetrante che viene messa in vetrina. La poesia è quella dell’intimo, quella della verità che non si può negare a se stessi, quella della speranza nascosta in ogni piega, anche la più imprevista. E di un insopprimibile desiderio, sempre in bilico, tra la vita e la morte.

Il tuo libro entra prepotentemente nella testa, costringendo ad aprire gli occhi sulla tua generazione, senza alcun filtro. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

Era il 1 giugno 2014, avevo ancora 19 anni e avevo appena concluso il primo anno di università. Ho passato un anno e mezzo su questo libro, un anno e mezzo che ha rappresentato forse il periodo più bello della mia vita, anche se te ne rendi conto dopo, quando tutto è ormai finito. Nelle Memorie dal sottosuolo, Dostoevskij dice che «l’uomo è creatura frivola e disordinata e, forse, come il giocatore di scacchi, ama soltanto il processo del raggiungimento del fine, e non il fine in sé», ama la fatica del percorso, una sofferenza che è anche bellezza.

Mentre lo scrivevo ero infatti molto positivo, anche se i miei genitori non credevano in ciò che stavo facendo; mi ricordo che mia madre continuava a ripetermi di studiare, ma io invece stavo ore e ore a scrivere, ad osservare, anche tramite Facebook. Sentivo l’esigenza di scrivere della vita che conoscevo, una vita che si sviluppava in una grande metropoli come Milano. In quel periodo ogni cosa era occasione di spunto ed ispirazione. Osservavo tutto con la massima attenzione e lealtà, imparando anche a saper cogliere la bellezza di ciò che vedevo e non solamente la negatività, senza essere prevenuto e alla perenne ricerca di un equilibrio possibile in mezzo a ciò che equilibrio non era.

L’idea è nata da una sfida con me stesso dopo la lettura di This Side of Paradise di Fitzgerald. Ero rimasto colpito dall’expicit, in cui Amony Blaine, tornato dal fronte, tende le mani al cielo cristallino, splendente, esclamando «conosco me stesso ma niente altro», rendendosi conto dei sogni e delle illusioni perse. Una provocazione aumentata quando mi sono imbattuto nella lettera scritta da Fitzgerald al suo amico Edmund Wilson proprio in merito alla stesura di questo libro, nella quale confidava «se decideranno di pubblicare la mia opera, diventerò famoso in una notte». Nessuno era riuscito a scrivere un’opera che racchiudesse i sentimenti di un’intera generazione, desideri persi, disillusioni, mancanze, speranze, che rendono tragica e bellissima l’adolescenza. Mi sono detto, io sarei in grado? Cosa posso dire riguardo la mia generazione, cosa ha da offrire, in cosa crede?

E hai trovato le risposte?

Non ho la pretesa di definirmi scrittore e tantomeno di dare risposte. Guardandomi attorno constatavo però con amarezza che in testa alla classifica dei libri più venduti c’era la Parodi, o il primo libro della Ferragni. Fa riflettere. I miei coetanei mi dicono che leggo molto, mah, il problema è che forse loro leggono poco e male.

«Perché sono famose queste icone?», chiede il protagonista nella sua apatia ad un suo amico coetaneo, che risponde «perché è figa e sa come vestirsi, conta qualcos’altro?». Questo è il punto. Quando sono sulla home di Facebook non vedo frasi di Alda Merini, della Levi Montalcini o della Cristoforetti, l’astronauta italiana di cui pochissimi ricorderanno il nome. Nessuno parla di vere donne. Cosa colpisce una ragazza di 14 anni? Una bionda, che pesa meno di 50 chili e ti sappia dire come vestire. A questa età intrattieni rapporti attraverso la scuola, la famiglia o i social network. A meno che non legga, non guardi film o mastichi cultura, questo è il suo universo: aspettare il sabato sera per divertirsi e innamorarsi. E poi c’è Facebook che trasla esempi e idoli negativi, dalla fashion blogger, allo youtuber, ai nuovi rapper alla Fedez, intenti a comunicare solamente immagine e apparenza. Una realtà facile da apprezzare, perché fondamentalmente non ti mette di fronte te stesso. Quanto è semplice acquistare una maglietta consigliata da Chiara Ferragni e quanto invece difficile leggere un libro che ti pone delle provocazioni. Sono due strade completamente diverse.

Eppure tu appartieni alla generazione che descrivi ma ti poni interrogativi, perché?

Ho vissuto alle frange di tutto quello che descrivo, di cocaina ne ho vista, ma parlo di ciò che conosco cercando di descrivere ciò che accade, senza però un giudizio moralistico ma esistenziale. Il mio editore mi disse: «A me piace la tua scrittura perché è una macchina da ripresa, tu non giudichi», in quanto io rimango incollato al dato di fatto.

Indubbiamente esistono mille modi per raccontare una situazione, ma è la cruda registrazione di ciò che avviene a farne risaltare la bellezza o la tragicità. Per esempio, se si va ad una festa in cui un amico sta male e vomita la bile, è “logico” che tutti ci mettiamo a ridere e che qualcuno dica «adesso lo filmo così domani ci facciamo una risata». Però un conto è vivere questa scena, un conto rappresentarla. È proprio nella sua descrizione che esce fuori potentemente quanto sia tragica, cioè il tuo amico sta male e la prima cosa che viene in mente è quella di riprenderlo con il cellulare, non chiedergli come sta e se vuole una mano. «Dave ad ogni sboccata ha cento like», è questo il punto al quale siamo arrivati, ma io posso solo descriverlo perché non so come ci siamo arrivati e non so perché tutto questo mi abbia fatto nascere alcune domande. Forse per misantropie, misoginie e frustrazioni varie sofferte al liceo.

Il libro tocca uno spaccato di generazione che ho vissuto, è mia, ma non mi è mai andata bene. Posso azzardare a dire che mi ha spinto una sorta di rivincita, un far aprire gli occhi. Quando hai avuto un’amica che voleva uccidersi per una sua foto nuda inviata ‒ da deficiente ‒ al suo ex, che ha pensato bene di girarla a tutti, bé, ti dici che allora c’è qualcosa che devi fare per mettere in guardia dalla potenza distruttiva di questi mezzi. Indubbiamente la tecnologia non ha solamente aspetti negativi, sono moltissimi quelli positivi, come l’amplificarsi della possibilità di conoscersi ed incontrarsi, ma si va sempre più nella direzione di un loro utilizzo tragico.

Siamo ancora capaci di accorgerci e di mettere in atto un cambiamento?

Ti leggo una citazione tratta da Le città invisibili di Calvino: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che abitiamo già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni e formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio». Questo è.

In copertina hanno voluto mettere la mia foto, ma quel ragazzo non rappresenta me ma qualunque mio coetaneo di cui parlo nel libro. Per il protagonista ho scelto il nome Adam come rimando al primo uomo, colui che apre gli occhi e vede il mondo per la prima volta, facendone parte, senza giudicarlo anche se ne è contrariato. C’è una scena ambientata in un famoso locale milanese che io chiamo Olly – con un minimo di intuizione si può capire con precisione quale sia – nella quale descrivo, in un flusso di coscienza, cosa accade dentro a Adam quando si allontana per andare in bagno. Si ritrova solo con se stesso e guardandosi allo specchio gli viene da piangere. Nessuno sinora si è accorto della potenza di questo passaggio, come in quel locale nessuno si è accorto che gli occhi non erano lucidi per la troppa coca tirata.

Aprire gli occhi fa male, come il prendere coscienza e distaccarsi dagli esempi negativi. Io ne cito molti, non solo la Ferragni, ma anche Chiara Nasti, una ragazza che a 17 anni si è già rifatta seno e labbra ed è seguitissima sui social, con più di trentamila “mi piace” su Instagram, o programmi come Uomini e donne e il Grande Fratello.

Gli adulti in questo libro sono i grandi assenti, fisicamente e come capacità di educare. Nero catrame vuole parlare forse principalmente a loro, sbattendogli in faccia ciò che solitamente si preferisce non guardare o negare?

In settimana sono stato al Maurizio Costanzo Show e si è parlato di femminicidio, sottolineando che la comprensione del rapporto paritario tra uomo e donna è un fatto culturale che parte dalla funzione educativa della scuola. Nel mio libro ci sono fatti di cronaca nera, che comprendono anche esempi di femminicidio, e parlo anche dell’abuso e della spettacolarizzazione della tragedia, quel sentirsi fortunato attraverso la sventura altrui. È così, è umano, e Costanzo come altri ha costruito una puntata su un tema atroce come il femminicidio.

Eppure, anche se condivido il richiamo alla cultura, non sempre i professori sono all’altezza di questo compito e la stessa famiglia, che è la prima cellula da cui deve partire tutto, è profondamente inadeguata. Quante madri spiegano il ruolo della donna, facendomene comprendere appieno l’importanza? Nessuno ti parla delle ribellioni che hanno portato ad una acquisizione dei diritti o della lotta all’apartheid scatenata dal no di una donna. La donna è vista come un oggetto e molte ragazze seguono questa “regola” per avere successo. Una pagina Facebook “Non sapevo che fosse una duemila” aveva lanciato un concorso per stabilire chi fosse la ragazza duemila più “ghiotta”, ebbene l’amministratore si è visto letteralmente intasare la pagina dalle moltissime inviate di ragazze in costume, con atteggiamenti provocanti e lussuriosi. Solo per apparire.

Nel mio libro non c’è distinzione fra i sessi, hanno comportamenti simili, tutto è lecito e nulla soddisfa più. Negli anni ’60 l’abuso di droga rappresentava una ribellione, come il sesso. Ormai invece è solo noia e la ricerca di un limite da superare, di perversione continua, in cui l’uomo e la donna sconfinano in promiscuità che rappresentano solo spettacolarizzazione e eccesso. La televisione ha influito.

L’editore Gremese ha creduto nel mio libro, portandomi al Salone del libro di Torino come esordiente dell’anno. Quasi nessuno crede nei giovani, a lui invece devo dire grazie per aver avuto fiducia in me. Per il resto, ce l’ho fatta senza conoscenze e senza aiuti, nemmeno dei miei genitori, i primi a sottovalutarmi e a non aver letto ancora il mio libro. Ciò dice tutto.

E ora, cosa ti aspetti dal tuo romanzo?

Nero catrame è di fatto una denuncia, vorrei che tutti i genitori lo leggessero, perché la colpa di ciò che accade è loro. Quando persone adulte mi dicono che non vogliono fare leggere il libro ai loro figli, si rendono conto che così censurano la stessa realtà che vivono? Ciò significa che sei uno dei genitori del mio libro, uno di quelli che chiude gli occhi. Quanti sono i genitori che si accorgono della vita fatta o strafatta dei propri figli? Quanti preferiscono “cambiare canale”? Quanto si vuole conoscere il proprio figlio? Se io dovessi uccidere qualcuno mia madre direbbe «era una brava persona», come avvenuto purtroppo in molti fatti di cronaca nera. Grazie al cazzo, potevi benissimo ascoltarmi prima, capisci? Il protagonista non prende mai una decisione, vive in un circolo di apatia ed indifferenza perché se nulla conta e ti interessa, se non ti frega niente della vita, smetti di soffrire.

Adesso il destino di questo libro non è più in mano mia, ma spero che viva, che diventi necessario ad almeno una persona.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook