La poetica dell’individuo

La poetica dell’individuo
RAM - La modella, 1920

L’epopea del ritratto nel primo Novecento, fra Toscana e Mitteleuropa, nell’opera di artisti italiani e stranieri attivi a Firenze. Fino al 4 settembre 2016, al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi. www.uffizi.beniculturali.it.

uffizi
Giannino Marchig – L’uomo dal monocolo, 1917

FIRENZE – A dispetto della sua centralità nella geografia italiana, o forse proprio per questo, nel corso della sua storia culturale Firenze è stata al centro di un discorso artistico di respiro mitteleuropeo che, nel primo trentennio del Novecento assisté al rifiorire della tecnica del disegno, grazie alla venuta in città di numerosi artisti triestini, svedesi, austriaci, che si affiancarono a quelli locali o degli immediati dintorni; numerosi erano infatti gli appartenenti al cosiddetto “cenacolo pistoiese”, riunito attorno a Giovanni Costetti. In quegli anni difficili e contraddittori, continuamente sospesi fra la guerra e la pace, si sancì l’incontro fra due “scuole di pensiero” relative al disegno: una naturalista, legata alla tradizione francese degli Impressionisti, e che guardava con interesse anche all’Art Nouveau, e un’altra aperta all’Espressionismo, che rileggeva in chiave anche grottesca. Attraverso le 37 opere esposte, acquisite dal 2004 a oggi, la mostra Sguardi sul Novecento. Disegni di artisti italiani tra le due guerre, si propone di illustrare l’evoluzione del ritratto nei primi trent’anni del XX Secolo, caratterizzati da una parte da una forte instabilità politica, che trovò sfogo nella nascita dei totalitarismi, ma che alla radice ebbe la grande crisi di fine Ottocento, scatenata da Nietzsche e dalla sua “morte di Dio”, che scosse in profondità le coscienze europee già minate dal nazionalismo, dall’antisemitismo e dal fallimento del positivismo. Dall’altra parte, la diffusione della fotografia modificò l’approccio degli artisti alla realtà, inclinandoli all’astrattismo, o comunque all’introspezione psicologica, superando il realismo stretto della scuola naturalista. Idealmente, la mostra odierna è una prosecuzione dell’antologica che nel 1911 fu voluta da Ugo Ojetti, e dedicata al ritratto italiano compreso tra la fine del Cinquecento e il 1861.

Valorizzando la collezione del Gabinetto Disegni e Stampe, i curatori Marzia Faietti e Giorgio Marini, presentano il lavoro di artisti noti e meno noti che si sono cimentati con la difficile arte del ritratto. Che appunto in questi anni, diviene un mezzo per immortalare angosce e aspirazioni dell’individuo, o semplicemente i suoi tratti psicologici, anche sulla scorta delle scoperte in materia di Freud e Jung. Si trattava, in definitiva, di un eroico tentativo di riaffermare la dimensione individuale dell’essere umano, davanti alla massificazione della società, che già con i carnai delle trincee aveva dimostrato quanto poco fosse considerato il singolo individuo. E le dittature totalitarie avrebbero proseguito sulla stessa china. Del resto, è proprio dell’arte, quella vera, remare contro le storture della società.

La stagione fiorentina del primo trentennio del Novecento, fu quindi felice per i ritrattisti, incoraggiata dall’ambiente cosmopolita che si creò in città. Guardati con superbia dai Futuristi – che, accalcati alle Giubbe Rosse, della Mitteleuropea avevano apprezzate le teorie di Otto Weininger e poco altro -, a Firenze ritrovarono la vivacità dei caffè letterari, che avevano avuto modo di apprezzare, ad esempio, a Vienna e Trieste, artisti quali Zorn, Craemer, Marchig, portarono in Toscana la lezione simbolista – della quale apprezzavano le suggestioni poetiche -, e Whistler, il cui approccio romanticheggiante non manca di interessare gli incisori delle Venezie. Altro artista di riferimento, a conferma della pluralità internazionale di questa stagione, Edgar Chahine acquafortista viennese di origine armena, viaggiatore a Venezia, Parigi e Costantinopoli. Il Ritratto di signora in abito lungo (1922), di Marchig, richiama Boldini nella posa, e con lui la tradizione del grande ritratto parigino, ma con una pensosità degna del croato Miroslav Kraljevic. La sobria solennità dell’abito nero, infine, rimanda alla borghesia Biedermeier dell’epoca. Più moderno, dall’aggressività cinematografica (quasi un fotogramma de L’angelo azzurro), il Nudo seduto con le calze nere (1920), sulla scia del libertarismo dei tedeschi Wandervogel; il disegno colpisce per carnalità del nudo, colto, un po’ sull’esempio di Lautrec, in un momento d’intimità mattutina. Incisivo, e inquietante, L’uomo dal monocolo (1917), caratterizzato da uno sguardo luciferino, inserito in pieno in quel clima angoscioso risvegliato a fine Ottocento da von Stuck e colleghi.

uffizi
Giovanni Costetti – Profilo di Giuseppe Lanza del Vasto, 1926

Se questo era l’approccio mitteleuropeo, gli artisti locali ancora guardavano alla tradizione impressionista e naturalista, più consona, per la sua intimità, a una società atavica quale appunto quella toscana. Ecco quindi Anselmo Bucci, che, con la sua Mytha (1909), risente della lezione “classica” di Chahine, e nello sguardo pensoso e le labbra strette, graziosamente francesi, immortala una fanciulla della buona borghesia. Mazzoni Zarini, invece, è ancora strettamente legato all’Impressionismo, con le sue donne dall’impeccabile eleganza, presenze forti e irrinunciabili nella buona società, che però sta vivendo i suoi ultimi anni di gloria, prima che le trincee della Grande Guerra pongano fine alla Belle Epoque.

Gli anni Venti vedranno un’Europa radicalmente diversa, senza più Imperi Centrali e afflitta dalle ferite della guerra; l’arte si fa quindi ancor più oscura, sofferta, vicina al sentire di quei durissimi anni. Ecco quindi spiegati i tratti grotteschi di Giovanni Costetti, e la metafisica di Colacicchi. Si avverte l’urgenza di raccontare un’umanità provata, che ha persi i suoi millenari valori di riferimento della civiltà agricola, e si volge ora con preoccupazione verso quella industriale, accompagnata però da un rinnovato nazionalismo e da un’idea di violenza sempre più pressante. Vicino a Colacicchi, uno dei fratelli Michahelles, Thayaht, chenel Ritratto di giovane (1925), delinea volumi al limite dell’astrazione, mentre il gioco di ombre è di matrice postmetafisica. Il fratello Ram è invece più v icino a una linea naturalista, nell’ottica però del “ritorno all’ordine” predicato da Ardengo Soffici, così come i membri del “cenacolo pistoiese”, inclini alla tradizione dei Primitivi toscani.

Scelte stilistiche a parte, la ritrattistica toscana di questi tre decenni sottolinea il riappropriarsi, da parte dell’artista, del ruolo di coscienza civile della società – dopo l’ubriacatura delle avanguardie -, e il ritorno alla centralità dell’individuo.

RAM - La modella, 1920
RAM – La modella, 1920

Una mostra che ha la bellezza quale fil rouge ideale, bellezza cercata ed estrapolata dall’interiorità dell’essere umano, anche nella durezza della sofferenza, e che solleva un velo su un momento artistico poco noto del Novecento, foriero d’intuizioni estetiche, e portatore, nella sua produzione, di quell’afflato intellettuale che scaturisce dalla pagine di Svevo, Rilke, Saba, Mann, caratterizzato da uno sguardo curioso e appena ironico, ma sempre comprensivo, sulla società e le sue stranezze, i suoi slanci sentimentali e le sue nefandezze.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook