‘Questa maledetta vita’, autobiografia di Giacomo Leopardi

‘Questa maledetta vita’, autobiografia di Giacomo Leopardi

È uscito per i tipi della prestigiosa casa fiorentina Leo S. Olschki, l’autobiografia di Giacomo Leopardi, attentamente ricostruita dallo studioso Raffaele Urraro, che regala ai lettori uno splendido ritratto di questo tormentato poeta. Il volume è inserito nella Biblioteca dell’ “Archivium Romanicum”.

Si è soliti immaginare Leopardi come una personalità rassegnata al dolore, in cui lo relegavano la sua debole costituzione e un carattere così introverso da risultare persino intrattabile, unito a una fama di tetra misantropia che a torto lo ha accompagnato nel tempo. In realtà, la figura del poeta di Recanati è molto più complessa e sorprendente di quanto si possa pensare a una prima affrettata lettura, e gli rende giustizia il bel saggio in forma di romanzo del professor Raffaele Urraro. Dopo Giacomo Leopardi. Le donne, gli amori, edito anch’esso da Olschki, Raffaele Urraro ricostruisce in toto la vicenda umana e artistica del poeta recanatese, con “Questa maledetta vita”. Il romanzo autobiografico di Giacomo Leopardi, un poderoso studio in forma di saggio di romanzo insieme, scritto dopo un lungo e attento studio delle carte più intime lasciate dal poeta, travalicando la sua opera e lasciandosi attrarre dalla descrizione delle sue angosce, dei suoi disturbi fisici, della sua malcelata rabbia da questi ultimi certamente acuita.

A muovere la fatica letteraria di Urraro, l’intenzione, mai però realizzata, dello stesso Leopardi, di scrivere una sorta di romanzo autobiografico in forma epistolare, nel puro stile della tradizione romantica a lui coeva, intenzione della quale resta testimonianza in numerosi appunti e lettera ad amici e intellettuali.

Il romanzo-saggio di Urraro è commovente occasione per scoprire le illusioni e le immancabili delusioni che Leopardi ebbe in vita, sperando sempre, nel suo intimo, di trovare calore e accoglienza nelle città in cui si recava, nelle persone che voleva incontrare, ma che il suo carattere, amareggiato, ripetiamo, anche dalle sofferenze fisiche, finiva per distorcere o allontanare da sé. Roma – dove si recò nel novembre del 1822 per restarvi fino all’aprile dell’anno successivo, e che aveva immaginata come un vivace centro mondano e culturale -, lo delude invece per la sua sciatteria, per l’ipocrisia della corte papalina, per la ragnatela di tuguri attorno ai palazzi nobiliari, ma soprattutto lo delude la consistenza dell’ambiente intellettuale, dove strinse soltanto pochissime amicizie, soprattutto con gli stranieri. Si trovava a disagio in un ambiente così colorato, gioviale e rumoroso, (forse persino troppo), e lo feriva una così scarsa attenzione alla profondità della letteratura, della poesia, della filologia. Un “incidente” che ci dà la misura della personalità di Leopardi, ovvero quella di un uomo che amava a tal punto la vita e i suoi piaceri, da non poter sopportare che la si sporcasse di volgarità e di qualunquismo. Un vizio, quest’ultimo, che la cultura italiana non ha mai del tutto perso.

Attraverso un’approfondita ricerca negli scritti del poeta, Urraro ricostruisce il suo ipotetico Journal che ne racconta l’anima, e ci restituisce l’insolita immagine di un Leopardi dandy del pensiero, che vagheggia l’altrove non tanto come meta romantica di sfogo dei sentimenti, ma come luogo dove poter essere sé stessi. E tuttavia, sé stesso Leopardi lo rimarrà sempre, anche a costo di allontanarsi dagli altri, seppur con una certa sofferenza che sfogherà nei suoi versi e nelle sue prose più toccanti, ma anche argute, amare, di gusto sociologico. Il lettore riscopre così gli appunti leopardiani per il mai realizzato romanzo autobiografico, brani di lettere ad amici e colleghi, e quei passi meno noti dello Zibaldone di pensieri, delle carte napoletane, che raccontano i suoi triboli, le sue fatiche letterarie, le sue idee, insomma l’uomo Leopardi. Attingendo a che a fonti bibliografiche di spessore, quali, fra le altre, gli studi di Chiarini, Croce, Origo, De Robertis, l’autore ricostruisce anche il clima dell’Italia dell’epoca, dove palpitavano i primissimi sentimenti risorgimentali. Un’Italia forse distratta da altre questioni, che non capì Leopardi, come più tardi non capirà altre figure tormentate e solitarie. Ed è proprio la solitudine l’aspetto che più colpisce il lettore, come un qualcosa di cui Leopardi soffriva, e che non cercava di proposito (anche se a lungo lo si è accusato di misantropia); lo prova il fatto che a Napoli non disegnava mischiarsi con quella plebe cenciosa ma bonaria, così diversa da quella un po’ maligna di Recanati. Urraro dà testimonianza di tutta la vita di Leopardi, dal difficile rapporto con i genitori, dalle malattie cui soffrì nell’infanzia, passando per i soggiorni in Italia, gli impeti poetici e letterari, fino all’ultimo soggiorno napoletano, in compagnia dell’ambiguo Ranieri, e durante il quale morì, nel giugno del 1837. Un’esistenza, la sua, affatto facile, eppure eroica per gli sforzi che gli costò, per la sopportazione delle delusioni cui andò incontro, per quel suo comprendere e scusare, in fondo, l’indole infelice degli uomini, per la quale incolpa la “matrigna Natura”. Sfuggire al proprio destino non è degno di un individuo pensante, e Leopardi rifuggirà l’idea del suicidio – pur avendola accarezzata -, come “atto irresponsabile verso sé stessi e verso gli altri. C’è in lui, quindi, uno stoico coraggio con cui affronta l’esistenza, nel corso della quale sempre vagheggiò l’amore di una donna, e che sfiorò soltanto nel breve soggiorno bolognese, quando conobbe la contessa Malvezzi.

Nel bel volume di Urraro – scritto con intento di ricerca ma con piglio da romanzo -, tutto Leopardi, tutta la sua personalità paradossalmente sin qui poco conosciuta, e soltanto attraverso stereotipi che ne limitano la grandezza. A impreziosire il volume, l’elegante veste grafica che vede in copertina lo struggente Le ultime ore di Giacomo Leopardi, del pittore naturalista pugliese Antonio Piccinni (1846-1920), che con la sua atmosfera in chiaroscuro, cattura anche visivamente l’anima di un poeta che amò l’umanità e soffriva per la sua infelicità, ricevendone in cambio soltanto dileggio. Il tempo, che è galantuomo, comincia però a rendergli giustizia.

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