Mezzo secolo di storia dell’arte nelle Collezioni Guggenheim

Mezzo secolo di storia dell’arte nelle Collezioni Guggenheim
Vasily Kandinsky - Curva dominante 1936 - Solomon Guggenheim Museum, New York. Photo by Kristopher McKay

A Palazzo Strozzi, cento opere dalle collezioni Guggenheim fra America ed Europa, raccontano l’evoluzione dell’arte contemporanea, fra il 1920 e il 1960. Fino al 24 luglio 2016. www.palazzostrozzi.org/guggenheim.

FIRENZE – Il Novecento ha segnato il convulso ingresso dell’uomo nella modernità, attraverso un vertiginoso progresso tecnologico e scientifico, sconvolgendo ritmi e stili di vita che fino a pochi anni prima, erano sembrati immutabili. La nascita dell’industrializzazione su larga scala spopola le campagne, le città vedono crescere a dismisura le periferie operaie, si generano tensioni scaturite dal consolidarsi della coscienza di classe, esplodono i conflitti sociali. Situazioni difficili da gestire per uno Stato, che cerca uno sfogo al di fuori dei suoi confini. Il pensiero politico conosce un fase di radicalizzazione, la tragedia della Grande Guerra segna profondamente l’Europa, ma la stagione dei totalitarismi è ormai incombente. Proprio dai fatidici anni Venti prende le mosse Da Kandinsky a Pollock. La grande arte dei Guggenheim, curata da Luca Massimo Barbero, e realizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi in collaborazione con la Guggenheim Foundation di New York, con alcuni prestiti da collezioni private; una mostra di ampio respiro, lungo circa mezzo secolo di storia dell’arte, e che pone a confronto la collezione di Solomon Guggenheim con quella di Peggy, sottolineandone il diverso approccio con cui sceglievano le opere. Una mostra da leggere sotto due punti di vista, quello strettamente legato alle preferenze dei collezionisti, e quello sociopolitico del significato delle opere esposte. Perché il Novecento è stato un secolo di radicale cambiamento anche per l’arte, che ha vista una radicale ridefinizione dei canoni estetici, un più marcato piglio politico, e una decisa apertura alla trasgressione, al sovvertimento, in linea con quell’angoscia esistenziale che ai primi del secolo attraversò l’Europa.

Solomon (1861-1949) e Peggy (1898-1979), rispettivamente zio e nipote, provengono da un’agiata famiglia di proprietari di miniere, e sin dalla giovinezza hanno dimostrato un profondo amore per l’arte. Solomon avviò la sua collezione negli anni Novanta dell’Ottocento, concentrandosi sugli Impressionisti e l’arte primitiva, per poi dedicarsi all’Astrattismo a partire dagli anni Trenta del Novecento. Peggy, che ha trascorsa la giovinezza a Parigi, a contatto con la Lost Generation americana di Djuna Barnes e Scott Fitzgerald, è affascinata da ogni tipo di avanguardia, dal Cubismo, al Surrealismo, dall’Astrattismo all’Informale, fino all’Action Painting, che infatti caratterizzeranno la sua collezione, molto più eclettica di quella dello zio Solomon. Al di là delle differenze di gusto, le due collezioni costituiscono un’ampia documentazione sull’evoluzione dell’arte moderna, e danno la misura della statura e della lungimiranza di Solomon e Peggy, che hanno voluto rendere visibili le loro opere, idealmente a tutta l’umanità, attraverso l’istituzione della Fondazioni, a New York e a Venezia.

In apertura di mostra, una bella sezione introduttiva sulle due collezioni, con un ricco materiale fotografico degli anni newyorkesi di Solomon e Peggy, ma soprattutto con alcune opere capitali che ne definiscono i caratteri. Il primo predilige l’Astrattismo, magnificamente rappresentato dallo scenografico Curva dominante di Kandinsky, un tripudio di colori ed elementi naturali stilizzati, leggibile come una sorta di contraltare di Guernica, nel senso che rappresenta un tentativo di trasferire su una dimensione più accettabile il difficile clima della Russia (e dell’Europa) degli anni Trenta. Un’opera concettualmente commovente, dove le linee morbide e i colori allegri suggeriscono l’urgenza di pace. Aperta anche ad altre forme di avanguardia Peggy, dalla cui collezione si può qui ammirare, fra gli altri, la Donna che cammina di Giacometti, L’uccello nello spazio di Brancusi, L’aurora di Delvaux, lo strepitoso Bacio di Max Ernst. Sculture e dipinti che ben spiegano il cambiamento occorso nel sentire artistico del Novecento, dominato da un malessere che, si può dire, non lo ha più abbandonato. La ricerca minimalista di Giacometti e Brancusi è indicativa dell’attenzione riservata all’arte tribale africana, per un ritorno alle origini, dopo i fasti neoclassici e romantici, mentre le divagazioni metafisiche e surrealiste di Ernst e Delvaux raccontano il clima d’angoscia che avviluppa l’Europa fra le due guerre, in preda al nazionalismo, all’antisemitismo, a una fame di sangue che i milioni di morti del 1918 non sono riusciti a placare. L’allontanamento dalla figurazione classica non è dovuto soltanto a sperimentazioni stilistiche, ma è altresì indicativo sia dell’impellente necessità di abbattere i confini del reale, sia dell’impossibilità oggettiva di raccontare l’orrore se non attraverso una sua deformazione.

Da questo punto di vista, colpiscono le opere cubiste e surrealiste (nella seconda sezione), raccolte da Peggy negli anni Trenta, a dimostrare la sua attenzione per gli sviluppi dell’arte europea. Le incisioni di Picasso Il sogno e la menzogna di Franco, anticipano Guernica, e sintetizzano, in chiave leggermente ironica, la tragedia della guerra civile spagnola. Mai come nel Novecento la violenza è resa dall’arte in maniera così vivida, fino all’Ottocento essendo prevalso, nel rappresentare le guerre, l’aspetto eroico, quasi agiografico, della vicenda bellica. Un’orrida bellezza cattura l’osservatore de L’Antipapa di Max Ernst, dove mostruose figure a metà fra il mitologico, lo l’antro e lo zoomorfo, raccontano la decadenza di un’intera società (analogamente, La caduta degli Dei, ambientato negli stessi anni, racconta gli stessi concetti). Su corde leggermente diverse, i ready made di Marcel Duchamp, importanti sia perché apriranno la strada alla serialità di Andy Warhol, sia perché costituiscono una “sberleffo” all’arte classica (basti pensare alla Gioconda baffuta), in questo rientrando nel clima aggressivo dell’Ubu Roi di Jarry, a dimostrazione del costante dialogo fra arte e letteratura.

L’arte americana la si apprezza nelle sezioni dedicate a Jackson Pollock, Mark Rothko, e alla corrente dell’Espressionismo Astratto, (amati sia da Solomon sia da Peggy), dal substrato culturale decisamente più debole rispetto a quello degli artisti europei; in America ci si concentra principalmente sulle soluzioni estetiche, liberando il segno e il colore, con blandi riferimenti alla poesia della Beat Generation, che si fa portavoce di una società libertaria. La mostra è quindi una straordinaria occasione per ammirare un’ampia selezione di opere provenienti dall’America e dall’Europa, perdersi fra i giochi coloristici che raccontano un’America in piena espansione, cui il puritanesimo quacchero comincia ad andare stretto. Parallelamente, anche l’Europa del secondo Dopoguerra cerca di risorgere dalla ceneri del conflitto, ridefinendo radicalmente anche il suo sentire artistico. Tensioni e innovazioni che non sfuggono a Solomon e Peggy, le cui collezioni anche qui procedono in parallelo. La sezione dedicata al periodo, vanta in mostra, tra gli altri, Fontana, Burri, Dubuffet, Jorn e Vedova, sospesi fra nuove soluzioni estetiche e la ridefinizione dello spazio circostante, in particolare Fontana con la serie dei Concetti spaziali. Chiude la mostra la sezione dedicata agli anni Sessanta, che dall’Astrattismo di Twombly giunge sino alla Pop Art di Lichtenstein, emblema di una società irrequieta, giovanile, libertaria, ben decisa a sovvertire gli ultimi brandelli della tradizione.

Da notare come molti degli artisti in mostra, fra cui Calder e Dubuffet, furono già celebrati negli anni Sessanta con personali al Museo Solomon Guggenheim di New York, pertanto la mostra è anche occasione di studio e rievocazione di eventi museali del passato, legati alla famiglia Guggenheim. La figura di Peggy è particolarmente interessante, per la sua spumeggiante personalità e l’amore per l’Italia, per Venezia in particolare, ma anche per Firenze, dove nelle sale della Strozzina, nel lontano 1949, volle presentare la sua collezione. A lei, circa a metà della mostra, è dedicata la sezione che documenta, tramite fotografie dell’epoca, la sua residenza newyorkese e quella veneziana, ambienti letteralmente intrisi di opere d’arte, che danno la misura della sua sensibilità nel comprendere e nel seguire le evoluzioni artistiche del Novecento.

Una mostra, quella fiorentina, dedicata a due fra le più importanti collezioni private a livello mondiale, e a due figure che con il loro esempio mecenatismo fanno impallidire tante istituzioni pubbliche dei nostri giorni.

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