Le tracce etrusche fra Prato e Firenze

Le tracce etrusche fra Prato e Firenze

Bronzi e sculture in pietra, dal Mugello al Montalbano, per ricostruire le tracce della presenza etrusca nella toscana nord-occidentale. A Palazzo Pretorio fino al 30 giugno 2016. www.palazzopretorio.prato.it.

PRATO – “Chi non sa dov’è, non sa chi è”. È una delle citazioni più significative di Un bellissimo Novembre, raffinata pellicola di Mauro Bolognini che indaga anche il senso dell’identità da conservare nel tempo. In quest’ottica, la conoscenza del territorio e della sua storia è elemento imprescindibile per capire le proprie radici, il significato di usi e costumi ancora oggi in buona parte consueti, e per saper ritrovarne le tracce in piatti della cucina quotidiana, o in atteggiamenti di persone familiari.

La Toscana ha radici etrusche, e non fa eccezione il territorio pratese, che può vantare l’area archeologica di Gonfienti, estesa su circa quindici ettari tra il fiume Bisenzio, il torrente Marinella e i monti della Calvana, e rinvenuta fra il 1996 e il 1997. È appunto l’antico insediamento etrusco, il protagonista della piccola ma interessante mostra L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina, curata da Paola Perazzi e Gabriella Poggesi, e ospitata in Palazzo Pretorio. Scopo della mostra, è ricostruire la presenza dei nostri antenati nel territorio posto a settentrione del fiume Arno, nella piana tra Firenze e Pistoia, nel Mugello, e nel Montalbano. Un territorio vasto, conquistato nel tempo, lottando con le asperità della pianura paludosa, e addomesticando le ruvide colline mugellane e del Montalbano. E proprio i reperti in mostra – circa trenta, suddivisi fra bronzi e sculture in pietra -, riportano alla dimensione arcaica di quei secoli lontani, e, per una sorta di poetica metafora, danno la misura del carattere di quel popolo (che si è trasmesso ai loro discendenti, fino a noi), parco e raffinato insieme, ingegnoso e caparbio, che se fu costretto a soccombere militarmente alla potenza di Roma, non altrettanto fece da un punto di vista intellettuale e dell’eleganza dei costumi, trasmettendo agli ancora rozzi Romani una cucina più variata, uno stile artistico più evoluto, un gusto estetico più raffinato, ponendo le basi per una nuova civiltà.

Popolo misterioso, l’etrusco, le cui incerte origini anatoliche sembrano confutate da una ricerca effettuata nel febbraio 2014: confrontando il DNA mitocondriale dell’attuale popolazione toscana con quello estratto da ossa scoperte in alcune tombe antiche, parrebbe dimostrato come gli Etruschi non siano originari dell’Anatolia, come sosteneva Erodoto, ma fossero una popolazione autoctona italica, come invece sosteneva Dionigi di Alicarnasso. Diatriba sulle origini a parte, non può non affascinare, a distanza di secoli, quella poetica solarità che contraddistingueva la loro visione della vita, gaudente e riflessiva quanto basta, che permise loro di fondare un fiorente regno fra Umbria, Toscana e Lazio, prima di soccombere alla straripante potenza militare di Roma. Ma ancora oggi, quasi commuove la solennità dei tumuli funerari, adorni di cipressi e circondati da un silenzio antico di secoli, solenne quanto la Storia. E la bronzea Chimera ancora ci parla della visione etrusca della vicenda umana, sempre in antitesi fra bene e male. Un’arcaicità la cui grazia ineffabile è eternata dall’accentuazione drammatica della posa e nella sofisticata postura del corpo e delle zampe, tipiche del gusto etrusco della prima metà del IV secolo a.C. L’avventura della riscoperta etrusca in Toscana prende le mosse dal raffinato gentiluomo inglese Thomas Coke, che nel 1719, in visita a Firenze, rinvenne presso un antiquario il manoscritto De Etruria Regali, scritto nel Seicento dallo scozzese Thomas Dempster, e considerato il primo studio dettagliato sulla civiltà etrusca. Queste ricerche catturarono l’attenzione di Filippo Buonarroti, ministro della corte lorenese e collezionista di reperti etruschi. Ma la stessa famiglia Medici, cui è dedicata una parte del De Etruria Regali, prestò attenzione agli sviluppi delle prime ricerche archeologiche in Toscana, anche per rinsaldare il loro legame con il territorio, del quale dal 1569 erano divenuti Granduchi. A questo inestimabile patrimonio archeologico, nel 1997 si è aggiunta l’area di Gonfienti, purtroppo ancora oggi non completamente dissepolta, a causa della sconsiderata realizzazione dell’Interporto della Toscana Centrale, che ancora oggi insiste su gran parte dell’intera area etrusca. La mostra può essere un’occasione per riportare Gonfienti sotto i riflettori dell’opinione pubblica, e far sì che i recenti accordi fra Regione Toscana e Comune di Prato vadano verso la concreta ripresa degli scavi.

003d1153-f991-4a97-84ba-33d3e44ee5edNell’attesa, a Palazzo Pretorio emergono i tratti di una produzione scultorea raffinata, rivelatrice di una civiltà non estranea al buon gusto, a un certo pragmatismo con cui affrontare l’esistenza quotidiana, unito a una religiosità solare, e un rapporto con la morte che si rivela sostanzialmente sereno, così come il rapporto con il divino. È questo, infatti, il tema scelto per la mostra pratese, che lo approfondisce sia nell’aspetto della produzione delle figure votive in bronzo, raccolte nella prima sezione, sia in quello delle più severe steli funerarie disseminate lungo le grandi vie di comunicazione dell’epoca. Di queste steli, appartenenti al gruppo delle “fiesolane”, ben ventotto si possono ammirare a Prato, apprezzandone la sorprendente modernità del tratto, e l’enigmatica espressione dei volti ivi rappresentati, molto spesso volti sorridenti, appena beffardi, propri di uomini gaudenti e consci della loro forza, sia fisica sia intellettuale. Una civiltà che ha plasmata la toscana, come scrisse anche Malaparte in Maledetti Toscani, conferendole quel carattere parco, laborioso, frugale e insieme raffinato, che ancora si ritrova nei toscani del XXI Secolo. Nei bronzi, provenienti dalla piana tra Prato e Firenze, si ravvisa invece una plasticità che, a partire dalle avanguardie del primissimo Novecento, ha conosciuta un’ampia rivalutazione, tanto che ancora oggi non è infrequente trovare scultori che si ispirano a tali forme, in particolare il bergamasco Ugo Riva. La raffinata essenzialità della cultura etrusca possiede infatti caratteri universali, capaci di parlare ancora a distanza di secoli, riuscendo a riassumere in pochi tratti la verità terrena dell’essere umano. Suggestivo il bronzo dell’Offerente di Pizzidimonte, conservato al British Museum di Londra, ma di cui in mostra è possibile ammirare soltanto una riproduzione, per quanto di buona fattura. Altro reperto importante, la Coppa Douris, (dal nome del pittore cui è attribuita la decorazione), rivenuta a Gonfienti, e ornata con figure mitologiche.

Pur non toccando l’ampio respiro delle recenti mostre cortonesi (per numero e tipologia dei reperti esposti), quella pratese è comunque un’occasione di scoperta e approfondimento della crepuscolarità della civiltà etrusca. Aggirarsi fra statuette e steli, ammirare la raffinatezza del bronzo e la delicatezza dei volti scolpiti nella pietra, significa compiere un viaggio in un’epoca ormai leggendaria, che però ha fornito materia di studio a generazioni di eruditi, il cui amore per la cultura si intravede anche nella certosina opera di studi etruschi compiuti nei secoli. E oggi, lasciarsi avvolgere da questi capolavori, significa riannodare il legame con il territorio. E capire chi siamo.

 

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