Una social intervista a #svegliamuseo

Una social intervista a #svegliamuseo

Francesca De Gottardo è la giovane creatrice di #svegliamuseo, il progetto che ha l’obiettivo di portare i musei italiani a sfruttare il potere del web per creare un effetto rete. Da buona professionista della comunicazione digitale, Francesca si è prestata a condurre un’inconsueta intervista via Whatsapp, rispondendo alle domande attraverso audio e messaggi. Il risultato? Una social intervista divertente e originale che ha saputo sfruttare le potenzialità dei social network come strumento di condivisione e d’informazione.

Ciao Francesca, direi di partire spiegando a chi non lo conoscesse ancora cos’è #svegliamuseo.
Si tratta di un progetto nato, come suggerisce il titolo, con un intento provocatorio nei confronti della comunicazione museale online. Lo scopo originario era intervistare dieci social media manager di dieci musei stranieri per consigliare, in ambito di comunicazione digitale, dieci musei italiani; in tal senso prevedevo di chiudere in tre mesi il progetto per poi scrivere un articolo per qualche giornale. In realtà, anche per un colpo di fortuna, ho iniziato a parlare di questo argomento proprio quando incominciava a nascere l’interesse generale verso questi temi; per questo motivo un progetto che sarebbe dovuto durare tre mesi si è poi evoluto in un progetto di tre anni. Dapprima si è venuta a formare una community su Facebook composta da cento persone; oggi le persone sono diventate 8mila e il progetto non solo fornisce risposte teoriche a delle problematiche concrete ma incita i musei italiani ad adottarle e a svilupparle pragmaticamente in maniera creativa e originale. Oggi #svegliamuseo è un luogo di ritrovo, un contenitore di risorse e di informazioni, di contatti, di scambio e di incontro tra professionisti che in Italia si occupano di digital e cultura.

Quando è nato #svegliamuseo e da quale esigenza?
Il progetto è nato nel settembre 2013 mentre lavoravo per una web agency, per la quale dovevo fare la mappatura della comunicazione dei musei del nord-est d’Italia a supporto della candidatura di Venezia come capitale europea della cultura. In quell’occasione mi sono resa conto di come il settore museale fosse sprovvisto di conoscenze e competenze in ambito di comunicazione digitale. Da qui l’idea di creare uno strumento a supporto dei musei italiani per migliorare la comunicazione online.

Porti avanti questa iniziativa da sola o ti avvali di collaboratori?
Inizialmente ero sola, successivamente si è venuto a creare un vero e proprio team costituito da Aurora Raimondi Cominesi, un’archeologa, Alessandro D’Amore, archeologo conosciuto su internet grazie a Twitter e, infine, Valeria Gasparotti, incontrata ad una conferenza sui musei e il digitale nel 2014. Nel corso del tempo, per impegni personali, il gruppo è andato riducendosi fino ad essere costituito solo da me e Valeria.
Che tipo di formazione avete o state acquisendo?
Io ho una laurea in archeologia e un master in Marketing, mentre Valeria è laureata in Management dei Beni Culturali e ha un master in Museologia con specializzazione in tecnologie mobile. Aldilà del percorso universitario, tuttavia, questa professione richiede una formazione continua sul campo, quindi esperienze di stage e internship all’estero. Ad esempio, entrambe abbiamo lavorato allo Smithsonian di Washington e siamo state consulenti e collaboratrici a progetto per vari musei in Italia. L’ideale è mettersi in gioco e provare ad utilizzare gli strumenti sul campo, sbagliando e sperimentando il più possibile. Attualmente io lavoro come Digital Project Manager presso Furla e Fondazione Furla, mentre Valeria lavora al Google Cultural Institute.

Qual è la vostra idea di museo? Corrisponde a quella vigente in Italia?
Il museo è un luogo per imparare, per accrescere la propria cultura e per crescere come individui. Deve fornire un’esperienza a tutto tondo, coinvolgendo il visitatore raccontandogli delle storie. Abbiamo insomma un’idea colorata e giovane, anche se è rilevante non perdere mai di vista l’importanza del contenuto culturale. Quest’idea a volte coincide con i musei reali, ma spesso, soprattutto per quanto riguarda la parte di comunicazione, ci sono ancora dei gap tra reale e ideale. Questo avviene in particolare in Europa; al contrario, in America, vengono progettate strategie digital a 360 gradi capaci di coinvolgere il visitatore prima, durante e dopo la visita.

Quali strumenti comunicativi utilizzate per farvi conoscere e promuovervi?
#svegliamuseo comunica essenzialmente attraverso il blog, un account Twitter e un gruppo su Facebook: questo perché noi esercitiamo un servizio B2B, rivolgendoci essenzialmente ai professionisti. Nel momento in cui è il museo che si rivolge al pubblico, invece, gli strumenti del digital possono essere infiniti e variano in base al target di riferimento. In questo modo il museo può raggiungere qualsiasi tipo di utente e può mostrare diverse facce di sé, risultando così più accessibile e giocoso.

Qual è la situazione italiana in confronto a quella estera? Cosa si può o si deve fare per essere al passo coi tempi?
Purtroppo molti professionisti del settore fanno questo accostamento in maniera negativa. Sicuramente ci sono degli esempi americani e inglesi di eccellenza ma si tratta di casi isolati. In passato ho fatto una mappatura della comunicazione digitale di un campione di sessanta musei americani constatando che, in realtà, questi si trovano allo stesso livello della maggior parte dei musei del nostro paese. La differenza grossa è che in Italia su più di 4000 musei una percentuale molto bassa sta usando strumenti digitali; quindi la discrasia sta più nella quantità che nella qualità.

Esistono degli esempi positivi italiani?
Sicuramente il MART di Rovereto, il MAXXI di Roma, Palazzo Madama di Torino, il Museo della Scienza di Milano e il Madre a Napoli. Aggiungerei anche il Guggenheim, Palazzo Grassi, Museo Salinas in Sicilia e il Museo Poldi Pezzoli. La situazione, rispetto a tre anni fa, è sicuramente in evoluzione per quanto riguarda i musei pubblici, privati, le fondazioni, gli istituzioni di grandi e piccole dimensioni, addirittura i musei non ancora aperti al pubblico: il digitale non conosce confini e spesso è la struttura più piccola che riesce ad ottenere i migliori risultati di creatività ed engagement online.

Parliamo di socialmuseum. Il mondo social rappresenta certamente una nuova frontiera per l’istituzione a livello comunicativo. Quali canali sono da privilegiarsi?
E’ importante avere un account Twitter e Instagram ma, aldilà di questo, è fondamentale pensare a contenuti in linea con il canale, con il pubblico del canale e del museo e con gli obiettivi che il museo stesso ha quando decide di aprire il canale. Non basta aprire un account Instagram perché «lo fanno tutti».

Recentemente si è svolta su Twitter la #MuseumWeek2016: che ne pensi?
In realtà sono molto scettica, perché questa è nata come strumento di dialogo tra il museo e il pubblico, mentre sta funzionando come mezzo di dialogo tra musei. Ciò non esclude che fare rete tra musei utilizzando il digital è fondamentale ed è una delle tendenze di quest’ultimo anno e mezzo; basti pensare all’account Instagram @52museums, altro esempio di collaborazione e di rete.

Qual è il futuro del museo? Quali sono le nuove frontiere?
Le prospettive future vanno in direzione di quest’idea di rete e community online, di collaborazioni, progetti condivisi e scambi anche a livello di contenuti tra i musei. Un esempio che sposa in pieno l’ottica di internet e che si inserisce in un trend di apertura è Museum InstaSwap, in cui un museo fotografa l’interno di un altro, dando visibilità alle collezioni altrui attraverso i propri canali: cosa impensabile fino a poco tempo fa.

Ultima domanda: che futuro avrà #svegliamuseo?
#svegliamuseo sta seguendo questa direzione di rete e condivisione, compatibilmente con il tempo sempre più ridotto a disposizione. Attualmente non scriviamo più articoli ma organizziamo incontri, workshop, lezioni universitarie, aperitivi con professioni per creare occasioni di scambio, dialogo e crescita.

Grazie mille Francesca non solo per l’intervista ma soprattutto per lo stimolo e per la fiducia nel cambiamento, cosa di cui un paese come l’Italia ha davvero tanto bisogno.

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