LA MIA POVERA E ADORATA ITALIA!

di Patrizia Ferraro

In difesa del diritto al lavoro,  della cultura e dell’arte
“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” art. 1 della Costituzione italiana. Basterebbe questa sola citazione per mettere in discussione l’intero Stato italiano ed evidenziare il totale fallimento dell’operato della classe politica chiamata a rispondere della piena realizzazione e dell’efficienza dello Stesso.
Ormai da tempo è sotto i nostri occhi il collasso economico della nostra Italia, che imperterrita ha sempre preferito fondare la sua crescita economica e finanziaria quasi esclusivamente sulle aziende, sulle fabbriche, sulle industrie, escludendo qualsiasi tipo di investimento efficace e costante sulle risorse umane e creative del Paese.

Ed è così che un giorno dopo l’altro, al di là di ogni immaginazione e previsione,  grandi aziende falliscono, piccoli imprenditori svaniscono, il “Made in Italy” perde colpi! Di fronte a tutto questo, le riflessioni da fare sono probabilmente due, in prima istanza salta fuori, in maniera indiscutibile, la disattenzione, l’incuranza o forse l’incapacità dello Stato di far sì che tutto questo non accadesse, a cui è inevitabilmente collegato anche un forte senso di irresponsabilità, la cui più tragica conseguenza è la disoccupazione di tutti quei cittadini, padri e madri, che improvvisamente sono stati privati del loro diritto al futuro.

Sotto un’altra prospettiva, risulta evidente invece quanto possa essere rischioso e insicuro porre la propria fiducia quasi esclusivamente su risorse, per così dire “non rinnovabili”, non tenendo nella giusta considerazione tutto ciò che di più “rinnovabile” possa scaturire dall’essere umano, ovvero la creatività. Ed ecco che allora, in virtù di questa distorta visione del mondo, ma mi permetto di dire, anche visione distorta dell’economia, assistiamo impotenti alla costante penalizzazione di tutto ciò che concerne la cultura,  l’arte e la formazione umanistica. Del tutto incapaci di intuire non solo quanto la creatività possa, per certi versi,  garantire una maggiore modernità e stabilità alle aziende stesse, ma anche quanto le stesse attività creative possano, da sole, essere forte garanzia economica per un Paese. Basti pensare quanto l’Italia deve ad artisti come Michelangelo, Raffaello, Leonardo da Vinci, a scrittori come Pavese, Pirandello, Edoardo De Filippo, ad attori come Totò, Sordi, Gasmann, Mastroianni, ad educatori come Maria Montessori, a poeti come Dante, Montale, De Andrè, Alda Merini,  a registi come Fellini, De Sica, Rossellini, insomma non posso menzionarli tutti, non basterebbe un libro, e ancora basti pensare all’arte antica dei nostri avi, motivo inestinguibile di interesse turistico. Quanto essi abbiano dato e continuano a dare al nostro Paese, non solo dal punto di vista artistico ma anche economico, quanto dunque l’arte e la cultura possano essere più produttivi anche di molte grandi industrie e quanto, a differenza di quest’ultime, siano infallibili e quindi inesauribile fonte redditizia.

E se tutto ciò è vero, ed è vero in quanto corrispondente alla realtà dei fatti e non ad un pensiero astratto, risulta assurda e inconcepibile  la “miopia” di coloro che dalla loro torre d’avorio non riescono  a vedere in maniera chiara e distinta il malessere che divora la loro Italia, quell’Italia che sono stati chiamati a governare  e a far progredire. Risulta intollerabile la totale incapacità di previsione, da parte di questa classe politica, circa il futuro di questo Paese, un Paese nel quale ciò che dovrebbe essere un diritto, diventa sempre più una questione di “fortuna”, una questione di “contatti giusti” (o forse risulta più comprensibile il termine “raccomandazioni”), una questione di “cortesia o favore”, come se non fosse sufficiente aver investito buona parte delle proprie risorse economiche, fisiche e mentali in una qualche formazione professionale, come se non bastasse essere cittadino italiano per avere diritto ad un  lavoro.

Un Paese nel quale chi un lavoro l’aveva, ora non l’ha più, con tutto ciò che questo comporta anche a livello psicologico, ma già, che ingenua e sciocca, a chi potrebbe mai importare della stabilità psicologica dei cittadini? Chi sarebbe mai in grado di intuire che anche da questo tipo di stabilità e salute dipende il benessere e la crescita del Paese?

Un Paese nel quale l’intera nuova generazione sembra destinata a diventare adulta senza un’identità sociale. E cosa di più grave e tragico ci può essere per un paese se non questo appunto?  Un’intera generazione di persone “emarginate”! perché questo vuol dire non avere un’identità sociale, questo vuol dire non avere un ruolo riconosciuto all’interno di una società organizzata, questo vuol dire non avere l’opportunità di qualificarsi in modo professionale attraverso la costanza di un lavoro. A tal proposito mi vengono in mente i cosiddetti “lavoretti precari” a causa dei quali si è costretti a passare da una competenza all’altra senza acquisirne alcuna in maniera professionale, per non parlare dei test dei vari concorsi pubblici, il cui obiettivo sembra solo quello di eliminare più gente possibile o anche le varie qualifiche richieste ancora prima di poter svolgere una qualsiasi mansione, come se non fosse proprio la costante esperienza lavorativa a rendere sempre più qualificato e competente un lavoratore, come se non fosse più corretto valutare piuttosto le capacità e le attitudini di coloro che si accingono ad intraprendere un lavoro e di monitorarne poi, di volta in volta, i suoi progressi e il suo contributo per l’intera società (il che risolverebbe, tra l’altro, il problema di tanta incompetenza e irresponsabilità nei più svariati settori lavorativi).

Eppure, nonostante la realtà dei fatti sia questa, sento ancora parlare quasi con stupore e rammarico di “fuga di cervelli” dall’Italia, cari politici tutti, pensate forse che il motivo sia un amore spudorato per le nazioni estere  o un forte desiderio di lasciare la propria terra? Bé, forse è il caso di chiedere a chi questa scelta l’ha fatta già! se avessero preferito le vacanza all’estero e il lavoro a casa propria, e non il contrario!

Cari politici, mi rivolgo a voi perché a voi sono state affidate le sorti di questo Paese e dei suoi cittadini! Nonostante le vostre energie mentali siano per il momento concentrate sul versante libico, voglio ricordarvi, che qui, da noi, in Italia, la guerra è iniziata da un bel po’, si combatte per “campare”, si combatte per non perdere del tutto la propria dignità, si combatte per cercare in tutti i modi di non rimanere ai margini di una società dentro la quale, volenti o nolenti, viviamo, si combatte per non cadere nel baratro della disperazione. Ma forse, voi tutto ciò non l’avete mai intuito fino in fondo e se così fosse, allora, vi prego di non umiliare ulteriormente i vostri cittadini con discorsi in difesa e a favore della famiglia, perché vi assicuro che la formazione di un nucleo familiare, anzi addirittura anche il mantenimento delle famiglie già esistenti,  in queste condizioni, nelle nostre condizioni è solo una vaga e vana utopia.

Infine vi invito a riflettere sull’importanza che potrebbe avere per il nostro Paese investire sulle energie creative della mia e delle future generazioni, un investimento che anche se non destinato a risultati immediati, come ho evidenziato nelle righe precedenti  potrebbe essere garanzia di una inesauribile e infallibile risorsa artistica, culturale e non di meno economica e redditizia. Vi esorto ad affinare le vostre capacità di previsione, considerando che un Paese che non crede nei suoi giovani, che non crede nella cultura, che non crede nell’energia “rinnovabile” della creatività, è destinato inevitabilmente al fallimento e alla “depressione”, i sintomi sono già ben evidenti e doloranti. Credo di poter dire a nome di buona parte dei cittadini italiani, che non ce ne importa niente delle vostre litigate, delle vostre rivalità, delle vostre barzellette, anzi siamo stanchi di tutto questo!

Concludo dicendo che il mio discorso, lungi dal voler essere una sorta di svalutazione della tecnologia o della scienza a vantaggio delle discipline umanistiche, è da considerarsi piuttosto, una giusta rivendicazione del valore anche di quest’ultime, già da tempo fortemente penalizzate nel nostro Paese. Se un ingegnere può progettare una città più funzionale, se uno scienziato può con le sue ricerche dare speranza a malati incurabili, se un medico può salvarci la vita, vorrei ricordare loro che un artista, un musicista, un poeta, uno scrittore, può sollevare, alleggerire e dare speranza al loro animo, può condurre il loro pensiero laddove non avrebbero tempo di arrivare da soli, perché anche il pensare, lo scrivere, la poesia, il comporre, il creare non s’improvvisano, esigono tempo, costanza e sacrificio per essere affinate, in quanto tali hanno tutto il diritto di essere prese nella giusta considerazione e di essere remunerate al pari di qualunque altra attività lavorativa che contribuisca alla crescita, al progresso e al benessere, spirituale ed economico, di una Nazione.

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