Batman e Superman: come due eroi ci insegnano a comunicare

Batman e Superman: come due eroi ci insegnano a comunicare

Il duello di Batman e Superman non è soltanto fisico e mosso dalle circostanze: è prima di tutto un dialogo tra due interlocutori diversi. Come i due eroi ci insegnano a comunicare con diverse posizioni partendo da un film e da un fumetto ben fatti.

«Ormai non puoi più sfuggire al tuo destino, gli dei hanno già deciso e Atena ti ucciderà per mezzo della mia lancia: sconterai tutto il dolore che hai portato al mio popolo». Parola di Achille, il guerriero semidio improvvisamente furioso e umano contro Ettore, Batman e Superman, laddove Troia puo’ sembrare la Gotham/Metropolis dell’antichità o forse il contrario.

Il nuovo film targato DC Comics, primo capitolo di una nuova interpretazione dell’universo della casa editrice nata nel 1934, vede fronteggiarsi i due eroi nati rispettivamente dalla penna dalle coppie Siegel-Shuster e Kane-Finger. Un vero e proprio evento, atteso ed evocato da una liturgia del mantello fatta di trailer, notizie e commercializzazioni – anche made in Fiat. Eppure il risultato non delude nonostante ci siano i perplessi, i dubbiosi affezionati magari e giustamente a Christian Bale. Ma cosa caratterizza questa battaglia tra Batman e Superman? Cosa significano i loro personaggi in una pellicola del genere e come questo lavoro è riuscito a contestualizzare il loro duellare? La chiave di lettura è la comunicazione tra i due supereroi. Per quanto riguarda la pellicola, Zack Snyder è riuscito nel non facile compito di comunicare il linguaggio del fumetto nel formato cinematografico. Il regista statunitense è stato capace di concentrare l’essenza grafica e stilistica delle storyboard nella cinepresa senza comprimere o ridurre il valore di entrambe. Nella prima parte del film, dove la parte introduttiva è ricca di immagini, la fotografia è ben curata proprio in virtù di questo interdipendenza tra fumetto e cinema. Dalle prime scene infatti appare chiaro come la surrealtà dell’arte fumettistica sia adagiata al racconto tratto da situazioni visivamente comuni, un segno quest’ultimo caratterizzante della precedente trilogia sul pipistrello diretta da Nolan. Il gotico di Gotham è sapientemente miscelato alle scenografie aeronautiche di Superman: il cielo e la terra si incontrano. La capacità di impattare da subito chi vede il film è sinonimo di un’originalità che trova nel formato ibrido la funzionalità narrativa. Perché andando a condensare il tutto si tratta di una storia. In questo senso la presenza in produzione dello stesso Nolan contribuisce cinematograficamente a rendere giustizia alla contrapposizione tra l’umanità di Batman e il mondo superiore di Superman. Il duello tra il cavaliere oscuro e l’uomo d’acciaio non è solo un opposizione, ma un confronto a tutto tondo, in questo senso l’apporto di Snyder-Nolan nell’ultima rappresentazione cinematografica dei due campioni fornisce un’ottima cornice dove incasellare le loro attitudini e dialettiche differenti.

Il primo, Bruce Wayne, uomo forte e logorato, cittadino indignato con l’alter ego prostrato e stanco dopo vent’anni di devoto agnosticismo all’oscurità. La sua barba è incolta e i suoi dialoghi brevi e concreti, bada al sodo il rampollo di Gotham City: eliminare l’imprevidibilità della vita, ergo la possibilità che il kryptoniano diventi cattivo, magari come la sorte che gli ha tolto la guida dei genitori. Batman è semplicemente un uomo che lotta e gusta con abnegazione il tempo e la paura di perdere un equilibrio, di nuovo. Capovolge al suo scopo i suoi stessi tormenti e li esprime con abilità comunque fuori dal normale. Il suo rifugiarsi nel buio lo aiuta a combattere il dolore che ha dentro attraverso lo stesso veleno; eppure Batman riesce a porsi domande, nel film come negli albi, e a mettersi in discussione di continuo verso ciò che lo circonda, proprio come fa un uomo ancora vivo aggrappato al curioso delle cose. E lo fa anche con Superman, stabilisce un contatto tra due “scuole” differenti senza neanche troppa ambiguità essendo umano e quindi errante, prima di tutto con se stesso: è questo che lo rende poetico. Al di la delle circostanze, Superman non è un “nemico” da abbattere, ma opportunità e rigore, il prepararsi a un confronto impregnato di ebbrezza, la vita, un discorso.

L’altro, Superman, l’alieno con le debolezze dell’uomo immerso in una battaglia psicologica – comprensibilmente parallela alla pellicola – che non riesce a spiegare al suo cuore apparentemente puro. Non riesce a farlo perché crede in qualcosa mentre il suo “avversario” sa che non tutto ha un senso e questo lo sciocca. Al kryptoniano di Smallville mancano solo gli attacchi di panico, perché non vuole diventare come il pipistrello e ha capito che i tempi nei campi di grano vicini alla fattoria dov’è cresciuto sono lontani: Clark, il mondo è fatto anche di merda che non viene necessariamente dall’universo. E quando questa ti rende anche (semi)mortale, allora bisogna aprire la mente. Superman si rende conto giorno per giorno di come la gente lotti senza la capacità di volare e resistere a tutto; così, all’opposizione dei diversi approcci, egli risponde con una proverbiale moralità fatta di azioni. «Pensate male di me? Eccomi» sembra dire. Superman ci crede, lo fa sempre, e lo dimostra innamorato com’è di ciò che lo ha accolto aprendo al dialogo.

Entrambi sono colpiti l’uno dell’altro e come in ogni grande storia la morale c’è se la si vuole vedere, in un racconto neo-americano dove una cosa sicura si chiama inaspettato. Batman e Superman nel loro dialogare riducono una battaglia mossa da molteplici dinamiche all’essenza della buona e rispettosa comunicazione. Si scontrano certo, ma serve. Altro che meri muscoli e occhi laser, loro si che sono un esempio nell’America – e nel mondo – post talk show dove «la favola più grande è che il potere sia innocente», Luthor docet: come le parole Lex. Batman e Superman raggiungono tutto ciò che inseguivano nel film come nei fumetti? Chi puo’ dirlo. È certo invece come entrambi prendano una posizione riuscendo a convogliare verso una soluzione che li completi: il mondo non ha sempre un senso, «eppur si muove».

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