Latouche: “Uscire dall’imperialismo della crescita”

Serge Latouche, meglio noto come il teorico della decrescita felice, torna a tuonare e a provocare. Lo ha fatto ieri mattina nell’aula magna della facoltà di Lettere e Filosofia dell’università Roma tre, gremita di studenti e non, all’interno di una conferenza dal titolo “Quale rapporto fra economia, ecologia e filosofia? L’occasione della crisi”. È parso a molti interessante il titolo ma la provocazione delle sue parole lo è stata ancora di più.

 

“Se ci guardasse un greco ci prenderebbe per pazzi. Nella medicina ippocratica la crisi dura solo un attimo, è il momento decisivo in cui il malato si avvia verso la guarigione o verso la morte. La nostra crisi invece sembra non finire mai”. Un’analisi lucida, anche se a grandi linee, dell’evoluzione della crisi statunitense dal fatidico 2008 è stata oggetto di un passaggio specifico dell’intervento dell’economista, a conclusione del quale ha annotato che essa sia stata il prodotto di atteggiamenti irresponsabili da parte degli operatori della finanza, colpevoli di aver “immesso sul mercato una quantità incredibile di junk bonds che ammontano a circa 12 volte il PIL mondiale”. L’impressione è che sia stato messo in atto un vero e proprio ”ingranaggio infernale”.

Alla platea è suonata quasi incredibile la sua battuta: “Abbiamo l’opportunità di vivere direttamente il collasso dell’Occidente” ma non è certo uno spirito catastrofista ad animare il suo pensiero. Anzi. La sua è una proposta atta a far sì che l’Occidente si salvi da un baratro ben più irreversibile della bancarotta economica, quella della perdita del senso. La crisi in questa prospettiva si trasforma in reale opportunità: “riconcettualizzare”, parola chiave del lessico latouchano, significa un autentico rovesciamento del modo di pensare e di apprendere la realtà. In questo stesso senso va il suggerimento di “decolonizzare l’immaginario”, titolo tra l’altro di una sua pubblicazione del 2004, così come il richiamo a non permettere che l’economia si impossessi dell’intero spazio sociale dell’uomo. Oggi l’homo oeconomicus è diventato quasi il cardine di un “pensiero unico”, assolutizzante pertanto di una realtà molto più ampia, troppo ampia per poter essere rinchiusa nelle anguste maglie di un’unica dimensione. Il prodotto di ciò non può che essere ciò che l’economista della decrescita felice ha definito senza mezzi termini “la doppia impostura”, consistente nell’imposizione politica del rigore e del bilancio. Occorre, prima che sia troppo tardi, sfatare il mito della crescita fine a se stessa, basata sulla triplice illimitatezza che ha ormai mostrato tutti i suoi inganni: della produzione, della creazione di bisogni cosiddetti “artificiali” e della proliferazione di scarti.

Il passaggio conclusivo dell’intervento ha fatto esplicito riferimento agli otto obiettivi, le otto “R”, in cui si articola fondamentalmente il concetto di decrescita. Ad esse è parso ne abbia aggiunta una nona, posta forse non a caso al termine del contributo: “Ritrovare il tempo per la vita contemplativa”. Un monito, un auspicio, che suona tanto paradossale quanto urgente.

Andrea Lariccia

8 novembre 2012

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