INVITO A CASA MONET. UN GIORNO A GIVERNY

Ogni anno più di 500.000 visitatori provenienti da Europa, Asia e America decidono di trascorrere un’intera giornata a Giverny, piccolo borgo francese di 523 anime situato nel Dipartimento dell’Eure in Alta Normandia.

Qui visse tra il 1883 e il 1926 Claude Monet, uno dei padri dell’Impressionismo.

Il Pittore trasferì la sua residenza in questo luogo remoto attratto dalla bellezza del paesaggio collinare, dalla pace e dalla tranquillità che vi regnavano.

 

Una dimensione domestica e bucolica tanto amata dalla moglie Alice e lontana anni luce dai rumori e dal fragore della Parigi di fine ‘800, grande metropoli al culmine del suo splendore e in piena trasformazione urbanistica.

Monet sentì l’esigenza di estraniarsi, di trovare un ambiente ricco di suggestioni, di luci, di ombre e di cambiamenti atmosferici per dipingere la natura in tutte le sue forme come aveva detto anni prima il suo maestro Boudin.

Questa dottrina divenne un’ossessione per Claude; viaggiava freneticamente cercando una sistemazione definitiva che gli permettesse di produrre qualcosa di eccezionale.

Prima di Giverny c’erano state Le Havre, Barbizon, Londra, Argenteuil e Vetheuil ma in nessuno di questi luoghi decise di mettere radici forse perché ritenuti poco stimolanti o per l’ansia di scappare ai suoi creditori.

Poi la rivelazione..quella minuscola cittadina di sapore medievale, con le strade strette e con qualche bottega di artista di periferia.

Un eremo adatto per dipingere, per riflettere e per appartarsi lasciando alle spalle qualsiasi critica come quelle di Louis Leroy che alla prima mostra della Sociéte Anonyme del 1874, con tono dispregiativo, definì impressionista la pittura del Maestro e dei suoi colleghi facendo riferimento all’uso irreale dei colori e dei contrasti e allo stile poco in linea con la tradizione accademica.

La sensazioni provate da Monet tutt’ora vengono percepite dai turisti che varcano i cancelli della tenuta accolti dal profumo inebriante dei fiori.

Questo primo settore, accuratamente studiato e pianificato negli anni, è chiamato Clos Normand.

In rapida successione, tra aiuole e sentieri, sfilano narcisi, tulipani, giacinti, violette, azalee, rododendri, iris, margherite, peonie, rose e girasoli pronti a diventare il soggetto preferito delle macchine fotografiche trasformando il giardino in un set cinematografico.

Non si può rimanere passivi davanti a cotanta bellezza; si prova solo stupore nell’immaginare quanto lavoro abbia comportato una creazione del genere.

Era l’intento di Claude circondarsi di elementi naturali, catturarli nei vari momenti della giornata analizzando le variazioni di luce, di prospettiva e di tonalità. Un esperimento attuato molti secoli prima da Leonardo da Vinci, lo scienziato che ricercava nel mondo il principio primo dei fenomeni.

L’Artista spese quasi tutti suoi guadagni per rendere ancora più superbo il suo paradiso nutrendolo ed educandolo come fosse un figlio a cui si insegnano i primi passi.

Nel 1893 venne acquistato il pezzo di terra prospiciente la dimora e, grazie alla presenza del piccolo rigagnolo d’acqua chiamato Ru, si procedette alla creazione del bacino delle Ninfee e del ponte giapponese.

Per 20 anni il Maestro rappresentò in modo fedele ciò che vedeva e percepiva all’interno del suo Eden usando un tratto rapido, veloce, frenetico che nel corso dei decenni divenne sempre più essenziale ed evanescente raggiungendo, talvolta, punte di astrattismo.

Dopo la sua morte nel 1926 iniziò un lento declino; il figlio Michel abbandonò la tenuta e solo nel 1961 l’Accademia delle Belle Arti di Parigi ne ottenne la gestione.

Un decina d’anni dopo venne chiamato il celebre paesaggista Gèrald Van Der Kemp che si occupò di risistemare il parco seguendo i criteri originali e furono assunti dei maestri locali per ricostruire il ponte giapponese distrutto dalle bombe durante la seconda guerra mondiale.

La proprietà tornò quindi a splendere e ad essere un luogo di ritrovo come lo era stata ai tempi di Monet, grande istrione che amava la compagnia di Renoir e Pissarro.

Nella villa padronale sono conservati i suoi oggetti personali, le fotografie di famiglia e le stampe orientali quasi non fosse cambiato niente, quasi si attendesse ancora l’ospite d’onore che passava le ore nello studio progettando, facendo schizzi e dando sfogo alla fantasia illimitata.

Giverny è quindi una tappa obbligata per coloro che amano l’Artista o per coloro che sono incuriositi da questa figura imponente che ha cambiato il corso della storia dell’arte!

Federica Bruccoleri

17 settembre 2012

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