L’etereo Fausto Melotti al Mart

E’ sempre un piacere tornare al Mart. Il Museo d’arte moderna e contemporanea di Rovereto, progettato dall’archistar Mario Botta, ha proprietà stupefacenti: nella distanza di pochi passi proietta il visitatore da una graziosa cittadina pedemontana all’interno di un’architettura di valore internazionale. Fuori, la Val d’Adige con il contorno dei monti trentini; dentro, l’atmosfera di New York o Parigi o Londra, delle grandi capitale dell’arte. La geniale invenzione dell’architetto ticinese sta nell’aver inserito la nuova struttura in un’area arretrata rispetto al fronte strada di Corso Bettini che, in questo modo, mantiene ininterrotta la sequenza dei palazzi storici. Una grande piazza circolare, coperta da una cupola vetrata, organizza lo spazio vuoto attorno al quale è distribuita la facciata dell’insieme museale.

 

All’interno, la vastità degli spazi espositivi che in totale arrivano a 5600 mq. colloca il Mart tra i più vasti musei europei. Nessuna finestra alle pareti, ma una serie di lucernari dai quali la luce piomba zenitale sulle sale dalle pareti bianche e dai pavimenti di legno chiaro, un minimalismo che valorizza le opere d’arte, nel mentre un sofisticato sistema di controllo computerizzato regola l’intensità luminosa e la mantiene costante per tutte le ore di esposizione solare, una scelta che concentra l’attenzione sull’arte piuttosto che sull’architettura.

Inaugurato nel 2002, nei suoi dieci anni d’attività ha prodotto 250 mostre. La prima, sotto la nuova direzione di Cristiana Collu, ha riportato un profeta in patria: Fausto Melotti. Nato proprio a Rovereto nel 1901, una laurea in ingegneria elettronica, studi di scultura a Brera con Adolfo Wildt, una grande passione per la musica, l’artista si colloca fra i pionieri dell’astrattismo italiano. E’ a partire dagli anni ’60 che,  abbandonato un certo rigore geometrico, la sua creatività si fa più libera, le forme più fantasiose e la modellazione arretra per far posto a quegli assemblaggi metallici, ermetici al primo sguardo ma non più di tanto perché, invece, alquanto narrativi. E questa narrazione di storie, situazioni, personaggi, viene dichiarata dai titoli, indubbiamente necessari all’interpretazione. In questo modo, cinque insiemi di fettucce colorate diventano “Le contrade” e subito la memoria corre agli stendardi medievali, qui sintetizzati al massimo; una cascatella di fili penduli mima la “Pioggia d’estate” e uno scudo e freccia intravisti tra straccetti di tessuto rimandano alla guerriera “Clorinda”. Questi moduli metallici, “vestiti” di garze, reti, cenci, evocano con ironia un mondo immaginario, fiabesco e talora mitico. La poesia dell’aerea plastica di Melotti, poggia sul disegno, sulla povertà dei materiali, su un ritmo musicale percepito dalla sequenza degli elementi, pieni e vuoti.

Il suo repertorio è filiforme, incorporeo, i suoi assemblaggi sono figure nello spazio piene di eleganza, affatto invadenti, anzi poetiche come una tela di ragno attraverso la quale si guardi il mondo. Tutte le sue sculture sono ludiche mise en scène, sognanti teatrini, effimere architetture, città di fil di ferro, gabbie amorose, carri con le ruote all’insù, tende del deserto, mezzelune di rame, forme scaturite da un’inventività acrobatica che blocca l’immagine alla semplicità dello schizzo e non va oltre.  L’arte si fa allora gioco, quello di manipolare i fili, di aggiungervi catenelle, lamiere, stoffe rigide o fluttuanti, di far oscillare cerchi, ovali, ellissi, di inventare giardini allineando assicelle dalle forme elementari, come disegnati da una mano infantile. Un’arte, quella di Melotti, che se giustamente interpretata, mette di buon umore e non irrita con i pretenziosi e arcani significati spesso affibbiati all’astrattismo.

Nel percorso espositivo le opere si confrontano con i Concetti Spaziali di Lucio Fontana, disegni di Joan Mirò, un “Mobile” di Calder, con la “Femme debout” di Alberto Giacometti, con una nera estroflessione di Agostino Bonalumi, un “Cavaliere” di Marino Marini, i monocromi bianchi di Enrico Castellani e Piero Manzoni, quadri di Carrà, De Chirico, Licini e Picasso, una convivenza tra rigore e leggerezza, tra metafisica dipinta e concretezza tattile.

In occasione della mostra, è stata restaurata e posizionata all’esterno del museo “La grande clavicola” del 1971, 4 metri d’acciaio che ripercorrono l’intero percorso artistico dello scultore, dalle sperimentazioni degli anni ’30 alle ricerche degli anni ’60. L’installazione, esposta alla Biennale di Venezia del 1972, sarà visibile in modo permanente nel Parco delle Sculture del Mart.

INFO. La mostra “Fausto Melotti. Angelico Geometrico” a cura di Denis Viva sarà visitabile fino al 30 settembre dal martedì alla domenica 10.00 – 18.00, venerdì 10.00 – 21.00.

Ingressi € 11,00, ridotti € 7.00.  Fino al 30 settembre è visitabile, sempre al Mart, “Ricostruzione Futurista” un percorso all’interno del secondo Futurismo e fino al 15 ottobre “Giuseppe Tornatore. Prima del cinema”, mostra fotografica del periodo giovanile del futuro regista siciliano che ritrasse volti e luoghi di Bagheria.

Cinzia Albertoni

16 settembre 2012

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