Noiosa-mente

Noiosa-mente

«Tu l’hai visto oggi il cielo»
«No»
«E non ti manca il cielo?»
«No»
«E cosa ti manca?»
«Niente».

Queste frasi lapidarie appartengono al dialogo con un adolescente. In esso si trova riversata la consapevolezza di una mancata corrispondenza con una realtà alla quale inizia ad affacciarsi come individuo a sé e non più come appendice di altro. Un’età critica, nella quale spesso l’unico paesaggio familiare e desiderato è lo schermo di un computer, in un isolamento pericoloso in cui ognuno si crea un mondo virtuale più allettante e meno angosciante.

Come scriveva Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: «Nasce l’uomo a fatica, / Ed è rischio di morte il nascimento. / Prova pena e tormento / Per prima cosa; e in sul principio stesso / La madre e il genitore / Il prende a consolar dell’esser nato», ma ad un certo punto ci si ritrova in una «solitudine immensa», a faccia a faccia con un se stesso che ancor non si conosce.

Il disorientamento adolescenziale non sempre solleva le faticose domande esistenziali, «ed io che sono?», o svela alcun desiderio che la vita sia altro, ma rivela solamente il gorgoglìo di quel malessere esistenziale che fa sospirare «a me la vita è male». Se si scava più a fondo, l’unica chiave di lettura sembra racchiudersi nella parola noia, quel tedio che assale e che una volta faceva volgere gli occhi al cielo per anelare una risposta al «fastidio (che) m’ingombra / La mente, ed uno spron quasi mi punge / Sì che, sedendo, più che mai son lunge / Da trovar pace o loco». Una risposta che ora la si affida in misura sempre maggiore alla tecnologia e a quella varietà di mondi virtuali senza vincoli spazio-temporali che internet regala con immediatezza ed istantaneità. La noia fa paura, lascia spazio all’abisso della propria esistenza, a quella ricerca di senso vertiginosa che è meglio scansare e riempire. E in questo passaggio cruciale di strappo che l’adolescenza porta per il raggiungimento dell’indipendenza, si è ormai spettatori troppo spesso di un passaggio verso l’internet-dipendenza.

Eppure la noia, questo tempo interminabile di cui avere orrore, non ha connotazioni solamente negative. Il solipsismo tecnologico nel quale trovar rifugio è solo l’ennesima illusione di sfuggire a quel tedio e a quelle domande di fondo che hanno tormentato da sempre l’animo umano.

Nella lingua ebraica per indicare la noia si usa il termine Leshaamem (dalla radice aramaica amum, “offuscare, oscurare”), che rimanda alla notte e all’atavica paura del buio, oltre che alla speranza che il buio finisca presto, racchiudendo però contemporaneamente anche il significato di «struggersi di desiderio per qualcosa o diventare triste per il desiderio o per l’ozio». Uno struggimento universale che ha attraversato i secoli sia in ambito letterario (Ch. Baudelaire, G. Flaubert, I.A. Gončarov, G. Leopardi, A. Moravia) che filosofico (A. Schopenhauer, S. Kierkegaard, M. Heidegger).

«Anche questa notte passerà / Questa solitudine in giro / titubante ombra dei fili tranviari / sull’umido asfalto», così scriveva Ungaretti nella poesia La noia, condensando in poche righe l’inquieta insoddisfazione che sempre più spesso qualifica la vita contemporanea, così frenetica e bulimica da condurre sovente ad un vuoto esistenziale. Nulla rimane, nulla sazia ma tutto scorre in un susseguirsi di veloci fotogrammi.

Simone Weil annotava che «la noia è una malattia dell’anima. Per cui in tutti gli aspetti della vita sociale, in tutti i momenti del vivere, è necessaria una certa dose di rischio, che impegni le risorse dell’anima ed eserciti il coraggio. Così si vince e si estirpa la noia dall’anima». Altrimenti la vita è solo un vergognoso delirio.

«Quando tu riesci a non aver più un ideale, perché osservando la vita sembra un enorme pupazzata, senza nesso, senza spiegazione mai; quando tu non hai più un sentimento, perché sei riuscito a non stimare, a non curare più gli uomini e le cose, e ti manca perciò l’abitudine, che non trovi, e l’occupazione, che sdegni – quando tu, in una parola, vivrai senza la vita, penserai senza un pensiero, sentirai senza cuore – allora tu non saprai che fare: sarai un viandante senza casa, un uccello senza nido. Io sono così», queste le parole di Pirandello indirizzate alla sorella Lina in una lettera del 13 ottobre 1886. Pirandello sembra forare il sipario calato sul tempo che passa, per arrivare dritto nel cuore di chi legge anche dopo quasi centotrenta anni. Sembra sussurrarci all’orecchio che forse la confusione adolescenziale diventa terreno fertile per qualunque dipendenza, in primis quella da internauti così recente eppure così fagocitante, solo perché la vita interconnessa smarrisce il nesso con la realtà. La sfida attuale che si impone è proprio questa, ridare contenuti a questo strumento divenuto purtroppo paradigma, rendendolo capace di creare nuove sinapsi umane e di alimentare la curiosità per la grande caccia al tesoro rappresentata dalla vita. La sharing economy sembra schiacciarci l’occhiolino e dire «sì», è possibile rimettere in campo l’essere umano usando il virtuale solamente come porta d’accesso a realtà di scambio concrete.

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