L’inno alla Vita di Oliver Sacks

L’inno alla Vita di Oliver Sacks

Il 30 agosto 2015 è morto, all’età di ottantadue anni, Oliver Sacks, neurologo e scrittore britannico, anche se è riduttivo definirlo e rinchiuderlo in due parole, che nel suo caso significano un’intera esistenza pervasa dalla passione per la vita ed il suo significato. Fino all’ultimo respiro.

Lo stesso Sacks descrive il fascino esercitato su di lui dai suoi pazienti: «[…] mi stavano molto a cuore e sentii che era una specie di missione raccontare le loro storie. Avevo scoperto la mia vocazione, e la seguii con ostinazione, risolutamente, ben poco incoraggiato dai miei colleghi. Quasi inconsciamente, diventai un narratore in un momento in cui la narrativa medica si era quasi estinta. Per molti anni avrei vissuto una vita solitaria, quasi monastica, ma profondamente soddisfacente».

A distanza di qualche giorno dalla sua morte, è proprio questo fascino per la totalità della vita che rimane impresso. Un uomo che, sebbene cosciente della sua fase terminale del cancro al fegato, [delicatamente descritto attraverso la sua passione per la Chimica: «Quasi certamente non vedrò il mio compleanno al polonio (l’84esimo), né voglio avere del polonio accanto, con la sua intensa radioattività omicida»], era capace di uno slancio ancora più intenso verso tutto ciò che lo circondava, preoccupato più per il fatto di non poter vedere la nuova fisica nucleare prefigurata dal prof. Wilczek, né mille altre scoperte nel campo delle scienze fisiche e biologiche, che del «grande problema» della coscienza. La coscienza per lui era ovunque, era quella commozione che ci coglie quando ci riscopriamo vivi, quando ogni cosa palpita di significato: «Qualche settimana fa, in campagna, lontano dalle luci della città, ho visto il cielo intero “spolverato di stelle” (per dirla con Milton); un cielo come questo, pensavo, si può vedere solo su altipiani elevati e desertici, come quello di Atacama in Cile. Questo splendore celeste mi ha fatto improvvisamente capire quanto poco tempo, quanta poca vita, mi siano rimasti. La mia percezione della bellezza del paradiso, dell’eternità, era per me inseparabilmente mescolata con un senso di transitorietà — e di morte. Ho detto ai miei amici, Kate e Allen: «Mi piacerebbe vedere di nuovo un cielo come questo mentre muoio». «Ti porteremo fuori con la sedia a rotelle», mi hanno risposto. Da quando, a febbraio, scrissi di avere un tumore metastatico, sono stato confortato dalle centinaia di lettere che ho ricevuto, dalle espressioni di affetto e di apprezzamento, e dalla sensazione che forse ho vissuto una vita bella e utile. Tutto questo mi riempie di gioia e di gratitudine — ma nulla mi ha colpito tanto quanto quel cielo notturno pieno di stelle».

Anche la morte era presenza, non un concetto astratto, ma «una presenza fin troppo vicina e a cui non puoi dire di no» che però non annichiliva questo suo anelito al vivere: «Prima potevo negarlo, ma adesso so che sono malato. Una TAC, il 7 luglio, ha confermato che le metastasi non solo sono ricresciute nel mio fegato, ma si sono anche diffuse altrove. Ho iniziato un nuovo tipo di trattamento — l’immunoterapia — la scorsa settimana. Prima di iniziarla però, volevo fare qualcosa di divertente: sono andato in North Carolina per vedere il meraviglioso centro di ricerca sui lemuri presso la Duke University. I lemuri sono vicini al ceppo ancestrale da cui vengono tutti i primati, e mi piace pensare che uno dei miei antenati, 50 milioni di anni fa, fosse una piccola creatura arboricola non molto diversa dai lemuri odierni».

Sacks era uomo vero, di una sensibilità estrema, che si era sentito dire da sua madre parole dure alla scoperta del suo orientamento sessuale, «Tu sei un abominio. Vorrei che tu non fossi mai nato», che l’avevano però spalancato ancora di più verso la ricerca di «un legame più profondo – un “significato” – nella mia vita» e a fare i conti per lungo tempo con la mancanza di questo senso profondo, ricercato ininterrottamente: «E ora, debole, col fiato corto e i muscoli una volta sodi sciolti dal cancro, trovo che i miei pensieri, non sulle cose soprannaturale o spirituali, ma su cosa si intende per vivere una vita buona e utile – hanno provocato un senso di pace dentro di me».

I suoi rimpianti erano sempre e comunque indirizzati ad un potente desiderio di vivere intensamente, come quelli espressi allo scoccare del suo ottantesimo compleanno: «Aver perso tanto tempo. Essere ancora terribilmente timido come ero a vent’anni. Non parlare altro che la mia lingua madre. Non aver viaggiato e conosciuto altre culture come avrei voluto», ma ad ottant’anni «uno può ancora guardare lontano e avere un vivido, vissuto senso della storia impossibile quando si è più giovani. Posso immaginare, sentire nelle mie ossa, il significato di un secolo. Non avrei mai potuto farlo a quaranta o sessanta anni».

Si descriveva come «un uomo di carattere energico, con un entusiasmo violento e estremo in tutte le passioni», che aveva trovato l’amore a settantasette anni, un entusiasmo mai sopito che lo colmava di riconoscenza per quell’inestimabile possibilità che ci è stata donata con l’esser nati, nonostante una vita personale complessa (che vale la pena approfondire) ed il progredire della malattia: «Non posso fingere di non avere paura. La mia attuale sensazione predominante, però, è di gratitudine. Ho amato e sono stato amato. Mi è stato dato tanto e qualcosa ho restituito. Ho letto e viaggiato e pensato e scritto. Ho avuto una relazione col mondo, quella speciale relazione tra scrittori e lettori. Soprattutto, sono stato un essere senziente, un animale pensante, su questo pianeta meraviglioso, e questa cosa in sé è stata un enorme privilegio e una fantastica avventura».

Un incessante inno alla vita anche in prossimità della morte, come testimonia l’ultimo tweet del flashmob animato dell’Inno alla gioia di Beethoven, di un uomo «felice di essere vivo, felice di aver provato tante cose – alcune meravigliose, altre orribili – di aver saputo scrivere decine di libri e di aver ricevuto innumerevoli lettere da amici, colleghi e lettori. Di aver goduto quella che Nathaniel Hawthorne aveva definito “una comunione col mondo”».

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