Un salto nella storia dell’arte: visita Courtauld Gallery di Londra

La Courtauld Gallery di Londra è uno dei maggiori musei universitari della Gran Bretagna.

Allestito a Somerset House non lontano dal Waterloo Bridge, ospita 520 dipinti, 7000 disegni, 20.000 stampe e oltre 550 oggetti di arte decorativa. Si distingue per la bellezza, la qualità, il pregio e la raffinatezza delle opere e offre un’ampia ed esaustiva panoramica sul periodo compreso tra il XIV° e il XX° secolo.

La sua storia è legata al Courtauld Institute of Art, ora dipartimento dell’Università di Londra, fondato nel 1932 per volere di Lord Lee of Fareham e Samuel Courtauld.

Lord Lee si ritirò dalla vita politica nel 1922 dedicandosi interamente alla creazione della sua collezione d’arte privata. Uomo sagace, intrepido, fortemente motivato si convinse che per il Regno Unito era necessaria la fondazione di un Istituto di Storia dell’Arte ove gli studenti potessero formarsi attraverso il contatto diretto con quadri e sculture.

Questa volontà trovò l’appoggio di Samuel Courtauld, proprietario di una società tessile e chimica che produceva rayon e viscosa. Egli divenne un grande estimatore degli impressionisti e dei postimpressionisti considerandoli dei creativi eccezionali portatori di una vibrante energia rigeneratrice.

Cominciò ad acquisire opere di inestimabile valore come le Bagnanti ad Asnières di Seurat, i Girasoli recisi di Van Gogh, la Loge di Renoir e il celeberrimo Bar alle Folies-Bergère di Manet.

La Home House, sua abitazione in quegli anni, divenne un piccolo scrigno incantato dove in rapida successione sfilavano bagnanti nude, nature morte, paesaggi campestri e scene di vita quotidiana.

Questa collezione, tuttavia, non era organizzata secondo i principi accademici e museologici. Fu la fede nel potere rigenerativo dell’arte e della responsabilità di chi l’amministra e la studia che spinse il mecenate britannico a fondare il Courtauld Institute of Art situato inizialmente in una Galleria del quartiere di Bloomsbury e rinomato per i corsi di tutela e disegno tecnico.

Negli anni successivi alcuni magnati inglesi lasciarono in eredità all’Istituto le loro collezioni come Sir Robert Witt che donò circa 3800 disegni o come Mark Gambier-Parry a cui appartenevano un gruppo di dipinti su fondo dorato attribuiti ad artisti italiani del Trecento e Quattrocento tra cui Lorenzo Monaco, Bernardo Daddi e Beato Angelico.

Solo nel 1989 l’intero corpus di opere venne definitivamente trasportato a Somerset House, magniloquente edificio neoclassico progettato nel XVIII° secolo da William Chambers per le principali associazioni di eruditi.

Il percorso museale si dispone su tre livelli completamente diversi per tematiche e stili.

Si incomincia con le tavole tardogotiche il cui magnetismo dono all’ambiente un’aura di sacralità. Degno di nota è sicuramente il Trittico con Madonna, Bambino, angeli, santi e scene bibliche risalente al 1338 opera del fiorentino Bernardo Daddi, influenzato dalla pittura prospettica di Giotto.

La parte centrale presenta la Vergine che culla dolcemente il Bambino con cui instaura un tacito e intimo dialogo cui fanno eco i personaggi disposti intorno al trono. I due “protagonisti” sono vegliati da Gesù Cristo la cui storia, dalla nascita fino alla Crocifissione, è narrata negli scomparti laterali. Le figure presentano una silhouette perfetta, i volti sono tratteggiati con raffinato realismo enfatizzati da un gioco di luci e ombre e i particolari delle vesti e delle aureole vengono descritti con perizia e cura. Si tratta, quindi, di una pala di alto valore destinata alla contemplazione dei fedeli i quali trovavano in questo genere di oggetti un riscontro visivo dei brani contenuti nei Testi Sacri.

Salendo la prima rampa di scale si raggiunge la seconda sezione della collezione; spetta a Botticelli l’onore di accogliere lo spettatore.

La sua Trinità e Santi (1491-92) impressiona per dimensioni (214,9 x 191,2 cm.) e per il pathos narrativo.

La tela proviene dall’altare maggiore del convento di Sant’Elisabetta delle Convertite a Firenze la cui patrona fu Maria Maddalena superbamente raffigurata alla sinistra della Croce, ricoperta totalmente dai suoi capelli, immersa nella contemplazione del Sacrificio, terribilmente angosciata e intenta a pregare per ottenere la misericordia divina.

Dall’altro lato San Giovanni Battista reca il proprio simbolo iconografico ovvero la Croce e invita lo spettatore a riflettere sul martirio e sulla sofferenza del Cristo che sopporta stoicamente le proprie pene.

L’asperità del paesaggio enfatizza la drammaticità del ritmo del racconto e denuncia la vicinanza del Maestro alla filosofia del Savonarola. Abbandonati i fasti della Primavera e della Nascita di Venere, si incontra una pittura di toni cupi, solenni, enfatici ravvivata solo da Tobia e dall’Arcangelo Raffaele ritratti in piccole dimensioni all’estrema sinistra.

Negli ambienti successivi della Galleria sono raccolti alcuni schizzi di Dürer, di Michelangelo, di Bruegel affascinati per l’esecuzione e per l’originalità.

Arrivati a questo punto del percorso si è catapultati in un’altra epoca storica ovvero l’800 di Manet, Monet, Degas, Renoir, Pissarro, Gauguin, Van Gogh e Cézanne.

Si parte dalla piccola versione della Colazione sull’Erba di Manet che creò grande scandalo sia per la nudità della donna maliziosamente seduta tra due uomini indaffarati a parlare sia per la pennellata sciolta e disinvolta lontana anni luce dalla perfezione accademica.

La scena si svolge in una radura selvaggia, in un paesaggio totalmente slegato dai canoni dell’Arcadia e i protagonisti del siparietto sembrano voler fare una parodia alle scene mitologiche che tanto ammaliavano le giurie dei Salons.

Segue un altro caposaldo della produzione dell’artista francese ovvero il Bar alle Folies-Bergère. Geniale è soluzione di inserire al centro della composizione una ragazza che sembra volgere lo sguardo nel vuoto ma in realtà alle sue spalle lo specchio riflette la presenza di un interlocutore con cilindro e giacca da gran galà e di un’intera platea di personaggi che allegramente seguono gli spettacoli di cabaret.

Non è dato sapere se la fanciulla sia una semplice cameriera o una prostituta in quanto le Folies-Bergère erano luogo deputato anche ad attività di questo genere ma è indubbio che il gioco di riflessi e di rimandi colpì il grande pubblico oramai totalmente assuefatto da una pittura estremamente provocatrice.

Spostandoci verso le ultime sale colpisco le deliziose ballerine di Degas assorte nei meccanici movimenti di scena, la metafisica atmosfera sospesa nel vuoto dei Giocatori di Carte e delle nature morte di Cézanne, la scientificità del puntinismo di Seurat, il primitivismo di Gauguin follemente innamorato di Tahiti paradiso perduto lontano dalla civiltà e dalla logica di potere e saluta il visitatore un affranto Van Gogh con l’orecchio bendato disilluso da un mondo che oramai gli ha voltato le spalle e che lo ha lasciato senza forze e senza speranze.

Che dire..la Courtauld Gallery è un gioiello da osservare, vivere, vedere e rivedere per riuscire a captarne l’atmosfera lontana dai rumori e dai suoni della City freneticamente occupata a seguire in questi giorni i festeggiamenti per il Giubileo di Diamante!

Federica Bruccoleri

7 giugno 2012

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