Kazuyoshi Nomachi. Le vie dell’anima

Kazuyoshi Nomachi. Le vie dell’anima

Kazuyoshi Nomachi è un fotografo giapponese che mette a nudo la sacralità dell’esistenza in un viaggio intimo fatto dallo stesso Nomachi nei tantissimi anni da fotografo documentarista, a partire dal suo primo viaggio a venticinque anni fatto nel Sahara, con un unico filo conduttore, quello della preghiera e della ricerca del sacro.

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Proprio l’ostile aridità del Sahara che impone la sua legge all’essere umano che vi abita, ha fatto scattare in lui il desiderio di dedicarsi al foto-giornalismo come mezzo per cogliere con uno sguardo consapevole quel momento magico nell’esistenza umana che dà un ritmo ed un senso anche nelle condizioni più dure: «Quando, nel 1972, scoprii il Sahara, ne fui letteralmente conquistato. Tornandoci ripetutamente, ho sentito più volte di aver percepito la sua vera natura, poco visibile, quasi fosse nascosta dietro un velo».

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I suoi scatti nascono proprio da questa coscienza e camminando in questo percorso che si snoda attraverso sette sezioni dedicate, in ordine, al Sahara, al Nilo, all’Etiopia, all’Islam, al Gange, al Tibet ed alle Ande, si respira e cammina con devozione e rispetto per la dignità assoluta dei ritratti e degli esseri umani, oltre che per la straordinaria ed unica bellezza dei paesaggi.

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Gli occhi di Kazuyoshi Nomachi sono occhi lieti, di chi ha goduto di un particolarissimo punto di vista per sondare con pudore l’umano, di chi ha fatto del suo lavoro un interminabile viaggio alla scoperta dell’altro, che è innanzitutto scoperta di se stessi: «Nella mia vita da fotografo ho capito che l’essere umano è un’esistenza con la testa complicata. Noi abbiamo bisogno di un qualcosa che ci permetta di camminare sempre insieme».

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Lo stesso sguardo lieto, educato e gentile che si può intuire dietro le sue emozionanti immagini che ci parlano così vive pur giungendo da lontano, come spazio e tempo. Ma il lavoro di profondità fatto da Nomachi ha infranto la zona dell’intimità e dell’affetto come solo un abbraccio può fare, e guardando le sue immagini sembra quasi di guardare un immenso album di famiglia, la grande famiglia chiamata «umanità».

Nomachi riconosce però che con la globalizzazione si corre il rischio dell’appiattimento: «Il mondo è come ricoperto da un grande lenzuolo. Io ho fatto foto in un momento in cui non c’era appiattimento e c’erano riti. Ora non potrei più fare certe foto del passato».

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Inutile cercare di raccontare immagini che vanno guardate, non si può riportare la commozione, la luce e i colori, l’intensità di alcuni sguardi, la spiritualità dei riti collettivi. Si rimane ad osservare le fotografie, sostando e fissando interrogati nell’intimo, come se ci si aspettasse una risposta alla domanda primordiale sul senso della vita che fa dire al pastore errante dell’Asia di Leopardi:

«A che tante facelle?
che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?».

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