New York, apre il Whitney Museum di Renzo Piano che ‘dialoga’ con la città

New York, apre il Whitney Museum di Renzo Piano che ‘dialoga’ con la città

Inaugurata il primo maggio, la nuova sede si trova nel Meatpacking District

Di Valentina Cordero

da New York

foto principale
il Whitney Museum di Renzo Piano photo by Valentina Cordero

NEW YORK – “L’arte è una esperienza emozionante e il compito di un architetto è creare spazi dove questa emozione diventa intensa”, aveva raccontato Renzo Piano. Ed è proprio seguendo questa filosofia che l’architetto ha progettato la nuova sede del Whitney Museum of American Art di New York che ha aperto oggi i battenti al pubblico. Con i suoi nove piani, l’edificio si erge tra le strade acciottolate del Meatpacking District, tra le acque del fiume Hudson e l’High Line, la vecchia ferrovia trasformata in parco sopraelevato, che sembra un ingresso quasi naturale al museo.

Il museo ha aperto con una mostra dal titolo America is hard to see – titolo che si richiama alla poesia di Robert Frost – che, aperta fino al prossimo 27 settembre, presenta oltre 600 opere di 400 artisti divise in 23 sezioni tematiche. Tra gli artisti, il museo vanta opere di icone come Edward Hopper e Andy Warhol.

Il museo fu fondato nel 1931 da Gertrude Vanderbit Whitney – scultrice e collezionista d’arte – con sede nel Greenwich Village e con lo scopo di lanciare nel mondo dell’arte nuovi artisti. Ma nel 1966 venne spostato sulla 75esima strada e Madison Avenue, nell’Upper East Side, in un edificio progettato dall’architetto e designer ungherese Marcel Breuer.

Elisabetta Trezzani
Elisabetta Trezzani photo by Valentina Cordero

Con il tempo è però nata l’esigenza di avere un maggiore spazio, e il Whitney Museum nel 2008 ha affidato le redini del progetto nel MeatPacking all’architetto Piano. “La città fin dall’inizio voleva un progetto culturale”, spiega a 2duerighe Elisabetta Trezzani del Renzo Piano Building Workshop. E forse lo scopo del museuo era proprio un tornare alle sue ‘origini’: Downtown, dove era nato. “Lavorare su edifici culturali è sicuramente uno dei sogni più belli per un architetto”, ci racconta. “E’ sempre una fantastica avventura con un cliente diverso, una collezione diversa”. Ogni museo è completamente diverso e per Trezzani – che lavora da quasi 10 anni su progetti in America – dare spazio all’arte vuol dire fare sì che l’architettura non prenda la priorità: perchè architetura e arte devono lavorare insieme in modo che siano in funzione della migliore esposizione e visibilità dell’arte.

Il museo è costato $420 milioni che comprendono le spese di cotruzione più quello che viene chiamato ‘soft cost’ (come ad esempio l’arredo del ristorante, di tutti gli uffici, etc.). E la struttura, situata su Gansevoort Street, si trova a sud-ovest di Manhattan – in un quartiere soprannominato la macelleria di New York – che negli ultimi anni ha subito un significante cambiamento diventando uno dei luoghi più visitati della città.

Il museo di Piano è un museo che vuole comunicare con la sua struttura architettonica. Basta osservare la costruzione – che da un lato sembra quasi una nave – che è in perfetta sintonia con il resto degli edifici. L’idea era proprio creare un museo che si inserisse bene in quest’area, che avesse una una relazione quasi umana con l’intero quartiere. “L’idea è stata chiara fin dal principio – ci spiega Trezzani – la parte più alta dell’edificio doveva essere sul lato ovest”. Non è un caso, infatti, che l’Hudson e l’High Line siano stati i due elementi che hanno avuto la maggiore influenza nel design dell’edificio.

terrazza
photo by Valentina Cordero
Vista sull'Hudson dalla terrazza photo by Valentina Cordero
Vista sull’Hudson dalla terrazza photo by Valentina Cordero

E ciò lo dimostrano bene le terrazze che si abbassano per creare una più stretta relazione con l’High Line e per evitare di creargli troppa ombra. Le terrazze – collegate tra di loro da una scala esterna – sono un prolungamento delle gallerie interne. E c’è arte sulle terrazze. L’interno si caratterizza invece per spazi aperti e gallerie illuminate da grandi vetrate, pareti bianche, soffitti alti e pavimenti in legno di pino. Ma una delle cose che sorprende di più sono gli ascensori: anch’essi opere d’arte. Il direttore del museo Adam Weinberg, aveva scelto l’artista americano Richard Artschwager affidandogli il progetto per trasformarli in opere. L’opera si intitola Six in Four ed è basata su sei motivi: cestino, porta, finestra, tavolo, specchio e tappeto. E ogni ascensore conivolge uno di questi motivi. (Artschwager ha concluso la sua ultima opera d’arte prima della sua morte avvenuta nel febbraio 2013).

Dall’esterno, l’edificio non arriva a terra con la massa ma è completamente trasparente per dare l’idea di uno spazio aperto, quasi come se fosse una piazza, un punto di incontro. “C’è l’idea che non è l’edificio che si appropria del terreno ma in qualche maniera lo restituisce alla città con una trasparenza di spazi interni ed esterni,” ci dice Trezzani. Ogni edificio non deve essere pensato e creato come un elemento a se stesso, ma deve essere un tutt’uno con il luogo in cui si forma.

L’idea è che i musei non rimangano delle istituzioni chiuse – quiasi lontane dal pubblico – e Trezzani, con il sorriso, ci racconta che “Renzo Piano dice sempre che anche se la gente non è completamente consapevole l’arte è una di quelle cose che può salvare il mondo”.

scale che collegano terrazze
photo by Valentina Cordero
vetrate
photo by Valentina Cordero
sale
photo by Valentina Cordero

 

 

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