Tessuto non tessuto

L’uomo è abituato ad operare per classificazioni con l’unico scopo di semplificare il tempo, lo spazio, la vita che gli passa accanto. Tuttavia, spesso, gli incontri più interessanti e memorabili avvengono fuori dagli schemi che noi stessi, con istinto di autoconservazione, ci siamo costruiti.
Nasce con questo desiderio di scompigliare un po’ le carte che ci sono state poste davanti sul tavolo, la mostra che si terrà fino al 6 maggio presso il Museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume: Tessuto non tessuto.

È questa un’esibizione che pone sotto gli occhi di tutti l’estrema capacità di adattamento dell’arte contemporanea, una caratteristica che le permette di incontrarsi e dialogare con realtà e spazi diametralmente opposti rispetto a lei, creando inaspettatamente mondi altri, in cui tutto ,nonostante l’apparente incomunicabilità e lontananza temporale, comunica, parla, dialoga.
Uno sposalizio quasi perfetto avviene, quindi, attraverso le sale del piano nobile di questo silenzioso museo, un luogo in cui il tempo sembra essersi fermato, uno scrigno protetto in cui i raggi del sole passano pigramente attraverso le tende dalle finestre illuminando opere dei nostri tempi che giocano con il visitatore con quella spavalderia tipica dei bambini.
Quattro sono gli artisti chiamati dal curatore Dino Marangon per diventare protagonisti di questa avventura: personalità artistiche diversissime tra loro, per età, tendenze, stili, linguaggi che si trovano a interagire liberamente non solo sui materiali ma anche sulle forme che la contemporaneità ha messo a loro disposizione, così duttili, malleabili da sembrare tessuto.
Franco Costalonga, classe 1933, le cui ricerche sulla produzione artistica lo portano a creare oggetti cromo cinetici (si pensi alla sfera di proprietà della Peggy Guggenheim Collection), intende lo spazio come carica generatrice elaborando una sperimentazione estetica ed artistica che lo ha indotto a ricercare nuove possibilità creative in un materiale leggero, elastico e semi trasparente come la fliselina (un tessuto non tessuto appartenente alla categorie delle resine plastiche dette polietilene) con cui “dà così origine a inafferrabili e coinvolgenti atmosfere cromatico luminose, le cui pulsazioni ingenerano un continuum variabile”: i Riflex. Tuttavia la sua sperimentazione non si conclude qui; lo dimostrano opere come Forma in tensione (tensori e tessuto elastico) in cui viene esaminato il concetto di elasticità grazie a sagomature ed estroflessioni a cui viene sottoposto il tessuto non tessuto ,o Mokurve, uno studiato, sebbene estremamente libero, assemblaggio di moduli base in plastica sagomati e incastrati tra di loro al fine di creare quelli che sono stati definiti dei veri e propri “intrecci plastico-organici”. Un similare gioco di materie ed aria ritorna del resto in Macromolecole, opera in metacrilato costituita da una successione di sfere dal diametro di 13.5 cm l’una.
Similare risulta essere anche la ricerca operata da Nadia Costantini che, dopo un esordio in ambito astratto formale, si interessa al dinamismo ottico prodotto dagli elementi geometrici. É grazie all’uso di materiali innovativi come teflon, acetato e acciaio inox,  che l’artista è in grado di creare un continuo scambio tra pieni e vuoti. Interessantissimi a tal proposito risultano essere i suoi Costumi Struttura nei quali il contemporaneo si unisce ad un mondo magico e fantastico: strutture futuristiche che basano la loro esistenza su un eleganza lontana e ormai perduta, materiali nuovi, tridimensionali, rivestono i manichini trasportando il visitatore in una dimensione a metà tra il mondo dei sogni e quello reale.
Con Gea D’Este, numerose esposizioni alle spalle (tra cui quella nel 2009 al dipartimento di Entomologia dell’Università di Roma “La Sapienza”) e una lunga carriera di disegnatrice scientifica al Museo di Storia Naturale di Venezia, materiali come il lattice o l’acetato diventano sinonimi della sensibilità dell’artista, voci della sua interiorità ed emotività che si esprimono in inaspettate articolazioni e aggregazioni. “Le colle, i poliuretani, gli acetati come le pellicole, le carte usate, i teli stracciati non sono usati con finalità materiche, né di nobilitazione attraverso il recupero, ma sollecitando reazioni emotive e sensoriali, anche di rifiuto e di disgusto […] intendono essere le immagini dell’odierno disagio e malessere individuale e collettivo”. Da questa sperimentazione prendono il via i suoi Senza Titolo, lembi pavimentali sgualciti e accartocciati grazie a differenti reazioni chimiche che producono increspature, che fanno emergere particolari caratteristiche del materiale usato. La leggerezza della carta velina appesantita dallo smalto industriale crea inquietanti riflessi che fanno apparire questi teli simili a  lenzuoli, sindoni, al punto da avvicinarli idealmente alle nove sculture in marmo di Carrara di Cattelan.
Il medesimo bisogno di candore, di ordine concettuale si ricollega alle opere della quarta e ultima artista, Claudia Steiner, particolarmente legata alle dinamiche create dalla fisicità del corpo umano. Le opere della Steiner hanno il lusso di essere aperte a molteplici interpretazioni, legami e relazioni con lo scopo di far pensare, di usare la mente. I materiali nei suoi lavori, si veda Qual lieve impronta S:compare, evocano altro appoggiandosi ad un continuo e intricato gioco di parole, di sensi e doppi sensi: la materialità dimostra l’effimero della parola e viceversa.
Nell’opera sopra citata i cuscini si trasformano in forme di ceramica in cui rimane impressa in maniera indelebile l’impronta di un corpo, che non c’è più ma di lì è passato. Meravigliose sono anche le sue mani di ceramica bianca disseminate per le varie sale: se in Bombyx Mori molteplici mani sono collegate tra loro da fili rossi, creando una sorta di albero genealogico, in Fiat Lux due mani su un letto cercano di toccarsi, dando origine a una fiamma luminosa: l’amore come tocco, l’amore come fonte di luce, l’amore come vita.
Da questa ricerca parte il progetto della mostra, accompagnato da un agile volumetto facente parte della serie Intrecci atta a testimoniare le attività scientifiche portate avanti da questa sede museale, e a cui ogni singolo artista dà il suo personale contributo, un libro che fa scoprire l’arte contemporanea in un modo nuovo e innovativo rapportandola a qualcosa che noi riteniamo familiare e perciò non minaccioso.

Scheda tecnica.

Tessuto non tessuto, fino al 6 maggio presso il piano terra e il piano nobile di Palazzo Mocenigo –Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume, Santa Croce 1992, Venezia.

Orario: tutti i giorni 10.00 – 17.00 (la biglietteria chiude alle 16.30). Chiuso lunedì e il 1 maggio.

Biglietti: intero € 5; ridotto €3,50; gratuito per i residenti.


Didascalia immagini.

Costume Struttura, Nadia Costantini, polietilene dipinto oro, dimensioni varie, 1990.

Senza Titolo, Gea d’Este, 100×500 cm, altezza variabile, smalto industriale su carta velina, 2011.

Qual lieve impronta S:compare, quattro pezzi, 40×60 cm, ceramica bianca, filo rosso, ago, 2012.

Giulia Jurinich

30 aprile 2012

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