Sui passi di Dürer in Val Cembra

Appunti pittorici del grande maestro tedesco

Nell’ottobre del 1494, all’età di 23 anni, dopo tre mesi dal matrimonio con Agnes Frey, Albrecht Dürer partì solo da Norimberga e intraprese il suo primo viaggio in Italia allo scopo di conoscere i grandi maestri della pittura veneta: Alvise Vivarini, Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, allora viventi. Aggregatosi a una carovana di mercanti, nel lungo tragitto dalla sua città natale a Venezia, scese lungo la valle dell’Adige e trovò alloggio al “Klosterle”, l’ospizio per viandanti a San Floriano di Egna in provincia di Bolzano.

Il fondovalle era in quel periodo allagato per uno straripamento del fiume e Dürer fu costretto a deviare dalla strada imperiale e scegliere un tragitto d’emergenza che saliva al passo Sauch per poi scendere in Val Cembra. La selvaggia bellezza della valle, il canyon del torrente Avisio, i mulini ad acqua di Piazzo, le torri ferrigne del Castello di Segonzano e le vicine piramidi di terra affascinarono il giovane pittore tedesco che ritrasse quel paesaggio in sei dipinti. La tecnica pittorica fu quellada viaggio” che prevedeva materiale leggero e poco ingombrante: fogli per schizzi e acquerelli.

Oggi, l’antico cammino esplorato da Dürer, ribattezzato Dürerweg, è nuovamente percorribile dal Klosterle al Castello di Segonzano in Val Cembra in provincia di Trento, 40 km da percorrere a tratti, segnalati da cippi col monogramma AD. Del grande maniero costruito nel 1216, Dürer ci fornisce un’immagine della sua situazione alla fine del ‘400, quand’era vigilato dal capitano di fanteria tedesca Giorgio di Ebenstein.  Lo dipinse imprendibile nel suo sperone roccioso, severo nelle torri merlate, romantico e misterioso nel suo silenzioso isolamento. Proprio come oggi. Due furono gli acquerelli “Castello italiano” e “Castello in rovina su una rupe”  che il ben promettente pittore dedicò alla fortezza, ripresa da due diversi punti di osservazione e altri quattro ne dedicò alla valle in questo tratto del suo andare di viandante curioso e istruito: “Monti italiani”, “Capanna in rovina”, “Mulini ad acqua”, e “Alberi sul dosso montagnoso”, oggi distribuiti in vari musei europei. Da quel tempo, in Val Cembra il paesaggio non è fortunatamente molto cambiato. Confrontando l’acquerello del Castello di Segonzano con la veduta che ne abbiamo attualmente, possiamo ritrovarvi le stesse mura diroccate, la vegetazione infestante abbarbicata alle antiche pietre, i dirupi che lo rendevano inaccessibile ieri e ancor’oggi e quell’allure di nobile decadenza che riveste le cose dirute che vissero uno storico passato. E’ questa una di quelle rare immagini, vecchie di secoli, sopravvissute al radicale mutamento del paesaggio e rintracciabile in un dipinto dalla firma importante. Essa ci suggerisce il pittore seduto su un masso, intento a schizzare velocemente sul foglio la medievale architettura, ripresa nella sua globalità da un punto di vista ancora lontano e nel suo fronte meridionale. La mancanza di ombreggiature e dettagli dichiara la velocità d’esecuzione e  la scelta di non attardarsi in quella puntigliosa precisione riscontrabile in tanti suoi dipinti e incisioni. Evidentemente Albrecht quel giorno andava di fretta, ma non voleva proseguire senza portare con sé quell’istantanea del suo viaggio, un appunto pittorico da rielaborare in opere future.  Posando il nostro sguardo “moderno” su quelle torri sbrecciate, sull’ondulante vagabondaggio dei colli, su questa terra vocata alla viticoltura già nell’antichità, possiamo godere della medesima atmosfera che affascinò il giovane pittore il quale altro non aveva che carta, una scatolina di colori, un po’ d’acqua e un pennello per rubare al luogo quell’immagine rimasta  immutata nel tempo.

Cinzia Albertoni

20 aprile 2012

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