Paola Romano in: “Equilibri Astrali”

Venerdì 23 marzo, a Roma è stata presentata la mostra dell’artista Paola Romano, “Equilibri astrali”, presso il Complesso Monumentale dei Dioscuri al Quirinale.

Una mostra ben riuscita, sapientemente curata da Nicolina Bianchi, organizzata da Francesco Boni e Marzia Spadafora, introdotta da Claudio Strinati, con la presenza di Maurizio Fallace, in collaborazione con l’associazione culturale Segni d’Arte e l’Acca Edizioni di Silvio e Roberto Sparaci.

Un’elegante esposizione che presenta al pubblico, che ha partecipato numeroso, 40 opere tra dipinti, affreschi e sculture della più recente produzione dell’artista.

<<La Luna, sempre piena, è sicuramente la grande protagonista dell’operare di Paola Romano, del suo universo artistico e cognitivo che, nel suo darsi, si piega, si incurva, si contrae, si traduce in sfondo, in origine, in cifra della percezione.  E’ ovvio, ma tuttavia utile, a questo punto, esplicitare che la Luna (su tela o in bronzo), non è la Luna del cielo, il corpo celeste che contorna la terra, tanto ammirato nei secoli da popoli e sciamani, da poeti e filosofi, referente privilegiato di ogni contemplazione sottile,  custode del mistero e oggetto d’amore, di meraviglia, che schiude e allude a ogni trascendenza più sublime ….

Si, certamente è anche quello, nella sua sedimentata iconologia, ma la Luna ora, rappresentata nel suo farsi opera, si staglia come il vero volto di Paola, è Paola stessa, la sua autocoscienza corporificata. 

Accorgersi di questo è importante per poter tracciare sin dall’inizio una linea ermeneutica forte, che non si lasci schiacciare da un’estetica immediata, che se da una parte non respinge il fruitore, anzi lo invita alla relazione (a volte addirittura con opere che assolvono anche la funzione di accessori), dall’altra rischia di velarne parte dell’universo semantico.

La Luna, o meglio, la stessa Paola trasfigurata e messa in opera, assume, nel suo rappresentarsi, il duplice ruolo di soggetto e oggetto, soggetto perché ovviamente è la grande dominatrice della scena, e oggetto perché ne è anche la chiave che apre la lettura, la intercala e ne plasma il significato.

Il rimando al mistero, all’inconscio, all’ancestrale, al femminino, all’emozione, al magico etc., è residuo iconologico, ma anche occasione per porre un’analogia forte e determinata tra il mondo interiore e quello esteriore, che ha il suo epilogo in una Luna che, oggettualizzandosi in un bronzo, ricalca le forme di un “cervello dorato”…

Il titolo della mostra “equilibri astrali” incalza questa simmetria e pur presentandosi alla coscienza in forma amica e pacificata, quasi ordinata, oserei dire con un certo imbarazzo, è in realtà un titolo tutt’altro che risolto, è un titolo magmatico, che presiede a un grande segreto … è un titolo che va scomposto e meditato perché in realtà è un codice crittografico … dal sapore di rito d’iniziazione…

Il secondo termine “astrale”(al plurale) è  chiaramente un ponte, un unico termine che disegna due realtà unite e distinte, da una parte nel suo significato corrente, che concerne gli astri e quindi l’universo celeste come pare ai sensi e all’intelletto ordinario, dall’altra nel suo significato esoterico che rimanda ad una realtà più sottile e misteriosa, pneumatica, che ha esistenza  in un diverso grado dell’esistere. Il primo termine, invece, “equilibrio” (sempre al plurale, e si badi bene non armonia, ed è importantissimo sottolinearlo), è il grande custode dal volto amico che nasconde il segreto palesandolo. Equilibrio è parola problematica, maledettamente problematica e senza calarsi troppo nelle suggestioni che le teorie contemporanee offrono sicuramente nei loro tratti più filosofici (vedi la termodinamica, la teoria del caos, la complessità, la cibernetica etc.), è lì posto all’inizio, all’ingresso, all’origine della percezione, a scrutare gli sguardi e quindi a indicare la via…

L’Equilibrio che qui abbiamo quasi mitologicamente rappresentato come un dàimon del presidio, si fa poi guida calandosi nel mistero e infine patto, alleanza, addomesticazione … “Pensiero illuminato”.

Per spiegare meglio questo passaggio è utile ricordare l’universo pitagorico, dominato dall’armonia e dalla proporzione, dove tutto, e sottolineo tutto, si risolveva nel numero, nella misura, nella razionalità, il grande fondamento ontologico di tutta la realtà… Razionalità che era lì, disponibile all’uomo, che ne era il grande riflesso… Ed ecco però la grande crisi cadere su questa magnifica scuola con la scoperta dei numeri irrazionali e delle grandezze incommensurabili… Che dietro l’armonia si celasse l’irrazionale, il caos, la follia, l’imprevedibile, era qualcosa che non poteva essere sopportato, questa scoperta così terrificante doveva essere taciuta, espunta, occultata, ignorata, custodita come il grande segreto della scuola.

Per comprendere meglio questo grande shock che all’uomo contemporaneo può sembrare quasi buffo, bisogna andare un po’ in dietro negli anni e capire cosa era il cosmo prima della nascita della filosofia.

Che il mondo sia comprensibile e “razionale” e quindi disponibile non è cosa affatto ovvia, anzi è  cosa tutt’altro che ovvia, infatti per molti anni, prima del grande miracolo culturale, che venne partorito intorno al VII, VI secolo a.C, nelle colonie greche dell’Asia Minore, dove pochi audaci pensatori si sforzarono di comprendere il mondo facendo leva esclusivamente sulle loro capacità mentali, senza più fare ricorso al mito, l’universo era abitato da potenze oscure e irrazionali che signoreggiavano l’uomo e lo soggiogavano, le divinità. Gli dei erano fonte di terrore e di ammirazione e vivevano nella dimensione del sacro, una dimensione potentissima e spaventosa, pericolosa, imprevedibile, dalla quale gli uomini si sono sempre guardati, relegandola in luoghi inviolabili e separati dalla comunità, i templi. Infatti sacro significa separato ed è quella dimensione altra propria della divinità, alla quale gli uomini hanno posto a presidio le religioni (religione-relegare) per contenerlo e addomesticarlo, per garantire a un tempo la separazione e il contatto (che restano comunque regolati da pratiche rituali codificate capaci di evitarne da un lato l’espansione incontrollata e dall’altro permetterne l’accessibilità).

Antistante al sacro c’è lo spazio umano, quello profano (profano significa per l’appunto davanti -pro al tempio-fano, cioè fuori dal tempio), consegnato agli uomini, alle loro faccende quotidiane. I sacerdoti sono i competenti del sacro e quindi grazie all’iniziazione, che apre l’accesso al tempio e ai misteri, svolgono la funzione di amministratori, di grandi mediatori tra l’universo umano e quello divino.

 L’uomo ha bisogno del sacro, ma questo lo sovrasta, rischia di distruggerlo e quindi deve addomesticarlo istituendo di volta in volta un’alleanza un patto, che passa sotto forma di leggi, sacrifici, riti, culti etc. per incontrarlo ed esorcizzarlo, per stabilire quindi un equilibrio. Il sacro è  in/un sé senza confine, è caos, follia, potenza, pulsione, mescolanza, vita e morte, creazione e distruzione, è l’indifferenziato… Eraclito dice: “Dio è giorno e notte, sazietà e fame, guerra e pace e si mescola a tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma”.

 L’uomo attraverso il patto con la divinità è sicuro che nel perimetro del culto è preservato dall’azione dell’irrazionale e assicurandosi così la benevolenza del Dio, si apre alla possibilità di progettare la sua esistenza. Se si prende ad esempio il mondo greco, si capisce subito perché l’unica colpa imputabile agli uomini era la hybris, la tracotanza, il tentativo di oltrepassare la misura umana, il tentativo di competere con gli dei, cosa molto rischiosa. “Ricordati uomo che sei mortale, questa è la tua misura e se non stai nella tua misura, se affondi nello smisurato e se oltrepassi la condizione che ti è stata assegnata, sei perso.

La ragione è ciò che emancipa l’uomo dal sacro e compare appunto circa 2.500 anni fa con la nascita della filosofia. Non che prima non si desse qualche forma di ragione, ma questa aveva fini essenzialmente pratici, legati all’uso e non alla teorizzazione, alla speculazione in se stessa; basti pensare alle scienze molto sofisticate che civiltà come quella Egizia  o quelle orientali sono riuscite a mettere in campo e come lo stesso mito, lungi dall’essere una favola fantasiosa, sia una ingegnosa forma di riflessione che cerca di imbrigliare il caos, di ordinarlo, informandolo sotto le vesti di racconto allegorico o simbolico antropomorfizzato. Con il genio greco sia ha un salto, un nuovo modo ti pensare le cose secondo ragione tematizzandole sotto forma di discorso scientifico, teoretico, concettuale, logico; uno spirito di ricerca del vero, che nasce come grande atto di libertà nei confronti della tradizione, del costume e di ogni credenza accettata come tale.

La ragione congeda dal sacro perché pone una distinzione tra soggetto e oggetto; ragionare significa determinare, definire, porre fine all’ambivalenza e quindi uscire dall’indistinzione, dalla mescolanza, dalle dimensioni potenti, indifferenziate, imprevedibili e incontrollabili della sacralità, dove il Dio è giorno e notte, inverno ed estate, fame e sazietà. Ragionare significa ritener giusto una cosa e ingiusta un’altra, secondo dei principi stabili e non arbitrari, significa stabilire che un oggetto è qualcosa di definito e non altro, qualcosa di chiuso, di determinato.

I pitagorici fecero seguire a questo processo di razionalizzazione, la matematizzazione del mondo fino alla riduzione della “totalità” nel numero, che ne era il grande fondamento; il che significa di fatto la possibilità di non dover scendere più a patti con la divinità perché tutto, e quindi anche il sacro, è armonico e razionale, riducibile a numero e quindi com-prensibile, controllabile, prevedibile. La dottrina pitagorica era in se stessa sacra e divina e Pitagora, l’ideatore, era visto come un profeta, elevato da sé e dai suoi discepoli a divinità. Lascio immaginare che scandalo fu scoprire che l’irrazionale si annidava inosservato in quella logica perfetta violando l’armonia e la pretesa di totalità del numero… il cosmo abitabile della ragione era così ancora edificato sull’abisso buio del caos. Tale scoperta poteva invalidare l’intera dottrina e quindi fu, come detto, taciuta, ignorata, espunta, i pitagorici continuarono a predicare le loro dottrine facendo finta di nulla, coprendo il loro segreto a costo della vita.

Per molti anni a seguire l’irrazionale fu sempre visto con molto imbarazzo e mai affrontato con determinazione, basti pensare che uno dei grandi postulati degli stoici era proprio la non esistenza del caos inteso come irrazionalità…; lo stesso Kant così impegnato a ordinare il mondo si rende conto benissimo che la luce della ragione è solo una piccola isola nell’oceano irrazionale e che quando cala la notte e la ragione collassa è meglio chiudere i ponti della città… . L’irrazionale inizia ad essere sdoganato soltanto con Freud; la coscienza, la parte razionale è solo la punta visibile di un iceberg sotto la quale si nasconde un universo immenso, potentissimo e misterioso, un calderone di impulsi bollenti, come lo chiama lo stesso, impersonale e caotico. Il caos ci abita nel profondo e con noi il mondo ed è bene riuscire di volta in volta a stabilire un qualche equilibrio (che non è uno, ma sono molti, come ricorda il titolo della mostra) per non esserne sopraffatti e distrutti; equilibrio che non è mai dato una volta per tutte, ma va sempre ricostruito, riedificato, ristabilito e nello stesso momento prepararsi e mettere in campo degli strumenti sempre più sofisticati capaci di penetrare il buio, di aggredirlo, d’ interrogarlo e quindi di espandere il perimetro della città …

Questo breve excursus antropologico è parziale e sicuramente non esaustivo, ma è utile da una parte per calarsi meglio nello spirito e nella semantica della mostra e dall’altra per preparare la lettura dei “ Paesaggi dall’immaginario”, che dimostrano il realismo tutt’altro che ingenuo dell’artista.

Affreschi polimaterici disegnano poligoni irregolari sotto varie forme che si “ramificano” sulla tela, si incontrano, si scontrano, ricalcano la scena; quest’irrazionalità che si staglia sullo sfondo, che non è oscuro, opaco, ma quasi sempre bianco … di un bianco ammiccante, non è terribile e minacciosa, non spaventa come il sonno (o meglio il sogno) della ragione di Goya, che genera mostri, è caos addomesticato, non armonico, addomesticato. L’armonia presiede ad una meccanica deterministica, lineare, è misura, proporzione, regola(rità), simmetria; il bello è la categoria estetica che più le si addice, se stiamo al gioco che Kant ha tracciato nella sua terza critica; nei “Paesaggi dall’immaginario” non assistiamo a questo, ma ad una sublime complessità fornicante che si riproduce, una meccanica indeterministica che forgia la “terra” (la totalità magmatica), quella che abita nel profondo noi e il cosmo, ma nello stesso momento, (atteso all’improvviso) dall’abisso, quasi per incanto, assistiamo all’emergere, (in quel grembo), di una qualche intelligenza magnifica salvifica … il Dio si fa uomo … follia di follia … e ancora più scandaloso, si fa povero tra i poveri, umile tra gli umili, uomo tra gli uomini … in questo modo la contraddizione viene portata al parossismo, il sacro spezzato in un bagno di sangue, e il principe di questo mondo sconfitto nel suo stesso trionfo … e il fondo così si fa luminoso, si antepone, “chiara-mente” per chi lo crede …

Il Dio venerando e terribile ora ha un volto, lo si può rappresentare, ha dato un’immagine stabile di sé (seppur sempre multiforme), quella del Padre amorevole che è anche Figlio e del Figlio che è anche Padre; non è sospesa l’ambiguità, ma l’ambivalenza, la confusione … il Dio buono è riconoscibile e separa da sé il negativo, il male (che è assenza), che diventa anch’esso quindi riconoscibile. Per l’uomo si apre un cammino di redenzione, la salvezza ora è possibile, ma non per un sinallagma, ma per un atto d’amore; Amore che ora è sapienza e fondamento, è il fondo bianco sul quale il caos, l’irrazionale può stagliarsi senza essere terrificante, la morte è vinta e il senso abita la storia, c’è un nuovo ordine misterioso che disciplina il caos, che rimane tuttavia fortemente impermeabile e così maledettamente effettuale.

“I paesaggi dall’immaginario” non sono paesaggi al genitivo, sono paesaggi che pro-vengono da qualcosa e quel qualcosa appunto non è la realtà come cade sotto i nostri sensi, ma l’immaginario che si fa luogo, dimensione noetica non meno “reale”. Certo definire cosa sia l’immaginario è cosa veramente molto dura, da una parte per l’ambiguità del termine, dall’altra per l’estensione semantica fortemente legata al contesto. Solitamente immaginario è un termine che viene inteso e usato per riferirsi a qualcosa che non trova riscontro nella realtà, qualcosa di inesistente, ma questo è un uso che non funziona per le opere di Paola Romano; il termine immaginario indica piuttosto una dimensione cognitiva, matematica, simbolica, uno slancio creativo verso nuove frontiere. L’immaginario è dentro l’uomo come luogo e facoltà dell’anima, ma è anche luogo e misura dell’universo (i numeri immaginari), è ciò che manca alla razionalità per rendere conto della complessità (i numeri immaginari insieme a quelli razionali formano i numeri complessi), complessità che ci abita nel profondo, ma che una volta rintracciata come tale apre nuovi scenari, produce nuovi paradigmi … e così il caos, l’irrazionale, non si presenta più come radicalmente separato dalla cittadella della ragione,  risulta penetrabile da parte di una forma, seppur rinnovata, di razionalità; l’uomo è salvo anche dal punto di vista conoscitivo, possiamo ancora parlare di scienza, anche se questa scienza è come dice Popper su palafitte, non poggia su un fondo solido, su “fondamenti immutabili”, su una base naturale o “data”, ma su una palude e quindi di volta in volta quando la struttura non regge più bisogna fare modifiche e revisioni, cercare un nuovo terreno sul quale impiantare le fondamenta che sono sempre provvisorie… e per far questo è dall’immaginario che dobbiamo trarre i nostri “paesaggi”…

… Ed ecco allora tornare la Luna che si da in continuazione, si ripete, multiforme e sempre uguale, come le Madonne che di volta in volta appaiono … è nella natura del sacro, ma come detto un sacro che non confonde e si confonde, è multiforme sì, ma restituisce sempre un’immagine riconoscibile di sé; riconoscibile da un’intelligenza diversa da quella che ha originariamente tratto fuori l’uomo dall’indistinto, è un intelligenza affettiva, emotiva, quella che anche per Platone schiudeva le porte del divino, è intelletto d’Amore. Non è affatto una coincidenza che i culti mariani e quelli lunari presentino più di qualche profonda analogia, al punto che la stessa iconografia mariana ne è profondamente permeata.  La Luna è luce nel buio e riflette la luce del “Sole” … sin dall’antichità si credeva che influisse sulla follia e che avesse in qualche modo a che fare con l’irrazionale; sarebbe bello anche calarsi nei risvolti psicologici che quest’astro suggerisce, ma lì non troveremmo solo Maria, ma anche Lilith, il volto oscuro della Luna e dovremmo aprire una parentesi troppo grande per essere esaurita decorosamente in poche righe.

La sapienza di Maria, come quella della Luna, non è la sapienza del teoreta assorto nei suoi ragionamenti che rischiano di imprigionarlo nel suo stesso piano logico, è sapienza affettiva che apre al mondo e schiaccia la testa del “serpente” … è in quel ventre che il Logos, il Cristo, ha preso stanza e ha redento l’uomo e il mondo, ed è in quell’universo emotivo che l’arte di Paola Romano ci invita a entrare lasciando che la Luna si costituisca come l’“attrattore” (parola matematica) verso il quale possa evolvere il caos che ci portiamo dentro così da schiudere i nostri “Pensieri Illuminati”.

Quella di Paola Romano è sicuramente, per dirla alla tedesca, una “weltanschauung” postmoderna che va verso un recupero e una ri-articolazione dei grandi temi dell’umanità che vengono proposti in chiave anti-tragica, dove l’uomo seppur immerso in un universo complesso che non manca mai di metterlo in crisi, riesce, nonostante la sua caducità e fragilità, a incontrare sempre nuove vie che lo salvano, e lo includono in un mondo che ha senso. È un’arte che manifesta una fiducia nell’uomo, nel mondo e oserei dire, anche nel divino >>

La mostra si protrarrà fino al 6 aprile.

Lorenzo Echeoni

1 aprile 2012

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