DIANA VREELAND AFTER DIANA VREELAND

Diana Vreeland after Diana Vreeland ovvero Diana Vreeland “dopo” Diana Vreeland, Diana Vreeland “oltre” Diana Vreeland. Fin dal suo titolo la mostra che occuperà fino al 25 giugno il primo e secondo piano di Palazzo Fortuny  ha un intento preciso e quanto mai innovativo: far scoprire al grande pubblico la complessa, straordinaria e unica, figura di Diana Vreeland  ed il suo incedere attraverso il mondo della moda del XX secolo.

Diana Dalziel nasce a Parigi nel 1903 da madre americana e padre scozzese (il motto della famiglia è osare), città che nonostante il suo trasferimento a New York, Diana ha sempre considerato essenziale per la sua formazione e la sua sensibilità artistica. Nel 1924 si sposa con Reed Vreeland (da cui ebbe due figli),  assumendo il cognome con cui diventerà celebre nel mondo. Dopo alcuni anni trascorsi a Londra, dove apre una piccola boutique di lingerie di lusso in Berkeley Square, una volta tornata in America viene contattata personalmente da Carmel Snow, direttrice di Harper’s Bazaar, che le offre un posto come redattrice nella sezione moda per cui la Vreeland idea la popolare rubrica di consigli Why Don’t You..?, in cui compare subito l’inventiva creativa che diventerà una sua peculiarità.
In soli due anni ricopre il ruolo di redattrice a tempo pieno promuovendo ed instaurando solidi rapporti con modelle, stilisti, fotografi, diventando a tal punto una star nell’ambiente da essere parodiata nel film Cenerentola a Parigi (1957). Dal 1962 fino al 1971 dirige con successo e stravaganza Vogue, divulgando con passione tutte le novità del periodo. Nonostante il suo licenziamento dalla rivista nel 1971, motivato dalla spesa di ingenti somme di denaro che le servivano per mettere in pratica le sue iperboliche idee, nel 1972 diviene, su invito di Hoving, direttore del Metropolitan Museum of Art, collaboratrice per il Costume Institute della famosa istituzione museale. Questo ruolo, attraverso le quindici mostre che portano la sua firma, le permise di far divenire la moda una forma d’arte coinvolgente e avvolgente, secondo un approccio assolutamente nuovo e in massima parte derivante dal suo lavoro di fashion editor.
Diana Vreeland muore nel 1989 a New York, avvolta nella fama di chi ha vissuto una vita intera in un universo dominato dalla fantasia e di chi, con audacia, ha portato in auge, rivisitando le regole e creandone di nuove, una professione fino ad allora ancora dormiente: la redattrice di moda.
Questa prima grande mostra italiana, che già nel titolo evoca l’intento delle curatrici Judith Clark e Maria Luisa Frisia, mette in luce un processo di decontestualizzazione similare a quello operato da questa donna visionaria e complessa, alla costante ricerca di un fugace momento di imperfetta perfezione durante il suo ruolo di Special Consultant per il Costume Institute del Metropolitan Museum di New York e che ha, come scopo ultimo, il dare valore all’interpretazione.
Ecco, perciò, che più che un lineare succedersi di oggetti, di abiti, di stili e periodi cronologicamente spartiti, viene messo in scena un vero e proprio cortocircuito temporale in cui viene posta in evidenza l’aura dell’oggetto esibito più che le sue coordinate spazio temporali, seguendo uno schema caro alla Vreeland: una classificazione che nell’imperfezione data dal ripudiare i tradizionali canoni espositivi si appropria della perfezione data dalla suddivisione cromatico tonale, dai rapporti tra i singoli abiti in una precisa e quanto mai studiata visione d’insieme.
L’accumulo di oggetti presenti nella mostra parla delle sue passioni: le scarpe, i vestiti, l’Oriente, il colore rosso; evoca più che raccontare, decidendo lucidamente di tralasciare la routine quotidiana e ponendo l’accento sull’azzardo, sul coraggio, sulla inestimabile follia creativa che dominavano Diana Vreeland; se nel primo piano, infatti, rivive la sua parte più privata, con le sue passioni e ossessioni (come dimostra la teca con l’armatura, il mantello rosso di Maria Callas e il vestito di Worth), nel secondo piano Diana parla attraverso le dodici teche dei temi che la affascinavano e che lei portava eccentricamente nel suo lavoro, nonostante le critiche non sempre entusiastiche.
Rivivono in tutto il loro splendore gli abiti di Yves Saint Laurent e di Givenchy amati e indossati dalla stessa Vreeland, le opere di Balenciaga, designer a cui dedica nel 1973 la prima mostra al Metropolitan di New York, le collezioni più audaci di Saint Laurent  (prestate dalla Foundation Pierre Bergé- Yves Saint Laurent) che si ricollegano alla mostra presentata al Met nel 1983-1984, passando per Chanel,  Pucci, Missoni, Valentino fino ad arrivare a Schiapparelli e ai costumi dei Ballets Russes: tutti abiti provenienti da collezioni private e archivi aziendali che vengono esposti per la prima volta per portare omaggio a una donna che ha saputo vedere in loro cose che mai prima erano state viste, facendoli divenire simboli d’eccellenza, icone intramontabili.
Una mostra di moda, ma non solo: una mostra per avvicinarsi ad un mondo patinato fatto di modelle, di glamour, di flash e avvicinarsi a colei che ha permesso tutto questo, rivoluzionando dapprima il mondo dell’editoria, sarà lei, infatti,  la prima a decidere di far diventare le modelle celebrità (Benedetta Barzini, Twiggy, Marisa Berenson, Veruschka, Penelope Tree) e le celebrità modelle (“È stata mia l’idea di usare Barbra Streisand come indossatrice. Il suo successo è stato immediato. L’ho mandata a Parigi con Dick Avedon per fare la modella alle varie collezioni di moda.”) e, successivamente, quello dell’arte portando il suo sguardo e il suo gusto nel mondo delle mostre, nelle sale silenziose dei musei.
Una donna, la Vreeland, curiosa e senza alcun genere di pregiudizio, frutto essa stessa, come le sue creazioni, di un forte e costante lavoro (“Pur vivendo in un mondo di grande bellezza ed eleganza, Diana non era contenta del proprio aspetto fisico, soprattutto se confrontato con quello della sorella minore Alexandra, che era nata nel 1907. Il suo diario di adolescente ripercorre la sua ricerca di miglioramento personale attraverso un duro lavoro, la raffinazione delle maniere e della cultura e il determinismo creativo impiegato per inventarsi nella sua immagine di donna ideale: affascinante, particolare ed elegante”).
L’esposizione di Palazzo Fortuny diventa simbolo di una cultura senza limiti e confini, una cultura totalizzante ed emancipata da sterili nozioni, una mostra fatta di perfette stonature, di ludici equilibri, una mostra che ci riporta a pensare, a riflettere, a interpretare, ad essere arditi, folli, eccentrici, coraggiosi e fiduciosi di noi stessi e delle nostre iperboliche idee.

Didascalia immagini.
Ritratto di Priscilla Rattazzi, 1982.
La rubrica Why Don’t You…?, “Harper’s Bazaar”, marzo 1937.
Audrey Hepburn modella per Givenchy, ph. Bert Stern, “Vogue”, 15 aprile 1963.

Scheda tecnica.
Diana Vreeland after Diana Vreeland, fino al 25 giugno, Palazzo Fortuny, San Marco 3780 – San Beneto, Venezia.
Orario: tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00 (la biglietteria chiude un’ora prima). Chiuso il martedì e il 1 maggio.
Biglietti: intero 10 euro; ridotto 8 euro.
Catalogo: Marsilio.

Giulia Jurinich

28 marzo 2012

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