‘Mangia piano’, il cibo italiano conquista il New Jersey

L’evento si è svolto il 6-7 marzo alla Montclair State University

Un viaggio attraverso i sapori della cucina italiana per capire la storia e la filosofia che si nascondono dietro ogni singolo prodotto. Il 6-7 marzo si è svolto presso la Montclair State University, nello Stato del New Jersey, “Mangia Piano: The Internationalization of Italian Local Foodways”, evento sponsorizzato dalla Inserra Chair in Italian and Italian American Studies e dal Coccia Institute for the Italian Experience in America in collaborazione con The Food Management Program della Montclair State University. Una iniziativa volta a contestualizzare e rivalutare non solo il significato del cibo italiano ma anche la filosofia che esso incarna e soprattutto il piacere conviviale ad esso collegato. 

 “Il nome riprende l’associazione italiana ‘Slow Food’ di Carlo Petrini – ha detto Teresa Fiore, docente di Studi Italiani e Italoamericani presso la cattedra intitolata a Theresa and Lawrence Inserra – ed è una espressione del piacere. Il cibo italiano è uno status symbol e con questo progetto ho voluto parlare di cibo in modo diverso. E’ una occasione per riflettere su cosa è stato inventato e reinventato del cibo italiano e che cosa è stato importato negli Stati Uniti”. Durante la serata sono stati serviti agli ospiti alcuni piatti biologici realizzati con prodotti strettamente locali come i formaggi dell’azienda Cherry Grove di Lawrenceville, i biscotti prodotti di Jane Yagoda o la limonata di Joe Tea nell’Upper Montclair. “E’ importante quando si è davanti ad un piatto sapere da dove arriva – ha detto Grace Grund, attivista a favore della salvaguardia degli alimenti che ha presentato i vari piatti – e anche se siamo di fronte ad una frittata dobbiamo sapere da dove arrivano le uova”. 

L’incontro organizzato da Fiore è stato un modo per chiarire tre aspetti fondamentali legati all’arte culinaria e che il consumatore deve tenere ben presente. Provare come prima cosa a decostruire un prodotto perché dietro esso c’è un mondo intero, che va dall’importazione alla storia del prodotto. Poi è importante parlare dell’aspetto politico ed economico (molti prodotti al giorno d’oggi sono diventati quasi inaccessibili dati i costi) e infine smontare alcuni miti, come il fatto che il cibo debba sempre essere un’ancora identitaria o che, come ha detto Fiore, “il fatto che la cucina alle sue origini debba per forza essere considerata buona”. 

Hanno preso parte all’evento anche Donna Gabaccia, del dipartimento di Storia della Minnesota University, Cristina Grasseni, antropologa dell’Università di Bergamo che ha sottolineato il fatto che ci sono dei modelli di produzione e distribuzione del cibo che si basano sulla fiducia reciproca attraverso innovativi rapporti economici e che spesso i consumatori che sono disposti a pagare il giusto prezzo di ogni prodotto alimentare di qualità iniziano a collaborare con agricoltori e istituzioni pubbliche.
 

E ad un evento dedicato ai piaceri della tavola italiana non poteva di certo mandare uno chef. Fabrizia Lanza – esperta di cucina siciliana che insegna annualmente al Master in Gastronomy alla Boston University – durante la seconda serata ha deliziato gli ospiti con alcune prelibatezze, come lo sfincione (prodotto tipico di Palermo), la caponata di melanzane e il macco di fave, ovvero una minestra, un piatto povero della cultura contadina. Il tutto accompagnato da Nero d’Avola e Chardonnay. Lanza, di origini siciliane, oggi organizza eventi di cucina siciliana in noti ristoranti americani, come “Del Posto” di Mario Batali, a Manhattan.

“Siamo molto soddisfatti di come sono andati questi due incontri perchè hanno partecipato soprattutto giovani e studenti. E questo devo dire che è un ottimo segno”, ha concluso Fiore.

Valentina Cordero (da New York)

9 marzo 2012

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