TATUAGGI: LA NUOVA FRONTIERA DELL’ARTE

Simboli, ritratti, scritte: tantissime sono ogni anno le persone di differente etnia, sesso, età e classe sociale che decidono di marchiare la propria pelle con un segno indelebile che  farà loro compagnia per il resto della loro vita.

Negli ultimi anni i tatuaggi hanno cominciato a non essere visti più solo come meri decori corporali, ma ad essere considerati veri e proprie opere d’arte che sostituiscono alla tempera l’inchiostro ed alla tela la pelle.

Tale cambiamento di rotta li ha conseguentemente  fatti entrare, a pieno diritto, nel panorama artistico internazionale sotto la classificazione di body art, categoria che ancora oggi viene vista spesso in un ottica negativa e che, per il fatto stesso di vedere nella manipolazione corporea un atto di performance artistica, continua ad essere interpretata come espressione di una creatività minore.

La paura e il pregiudizio che avvolgono totalmente questa specifica tecnica, per anni considerata espressione di una vita disagiata e ai margini della società, sembrano cominciare ad affievolirsi  grazie ad alcuni artisti del tatuaggio che sono riusciti a mostrare alcuni dei loro migliori lavori ad un pubblico più ampio e non ai soli esperti del settore.

Il fascino per questa forma artistica, che nulla ha da invidiare alle così dette arti maggiori, ha la caratteristica principale di unire una altissima manualità e creatività ad antichissime tradizioni, risalenti addirittura al 3.300 a.C. e di cui è un esempio la mummia del Similaun, più comunemente conosciuta con il nome di Otzi. La mummia, ritrovata nel 1991 sulle Alpi Venoste al confine tra Italia e Austria, presenta, infatti, ben 57 tatuaggi consistenti in massima parte in punti, linee e croci ottenute attraverso delle microincisioni  della superficie cutanea che venivano ricoperte di carbone vegetale. Tali disegni, posizionati in zone precise del corpo dell’uomo, hanno permesso agli studiosi di proporre due ipotesi ben distinte: se da un lato, infatti essi sono visti come simboli magici con funzione curativa, dall’altro possono divenire sinonimo di riconoscimento etnico e tribale.

Un’ulteriore testimonianza dell’antichità di tale pratica è testimoniata dalla mummia egizia di Amunet, sacerdotessa della dea Hathor (divinità cosmica particolarmente cara alle donne di cui divenne protettrice) nel tempio di Tebe e databile 2.200 a.C.

 Amunet  ha il corpo decorato da alcuni tatuaggi (linee e puntini) che per la loro posizione sono stati interpretati dagli studiosi come richiami alla sfera sessuale e tale ipotesi ci porta a far riflettere su come il tatuaggio non sia una prerogativa maschile, ma una forma di espressione che coinvolgeva fin dalle origini differenti tipologie di persone.

Il fascino attuale per l’universo simbolico ed, in un certo senso, ancora misterioso che lega l’uomo a questa pratica, può essere reso meno nebuloso attraverso quella che potrebbe definirsi una breve storia del tatuaggio, una storia che ha come fonte principale e quasi inesauribile di informazioni alcune società tribali che vengono analizzate nello specifico e studiate in modo da decodificare un linguaggio che si basa su differenti livelli comunicativi. Come si evince da tali analisi, infatti, il tatuaggio assume differenti valori, i medesimi che possono essere riscontrati nella società contemporanea.

In Birmania, ad esempio, il tatuaggio assumeva un intento protettivo: l’incisione che avveniva principalmente nella zona della coscia, quella che sarebbe stata più vulnerabile all’attacco di qualche animale della giungla, veniva riempita da un liquido di colore scuro proveniente da alcune piante. Tale metodologia venne poi sostituita dalla pratica consistente nell’utilizzo di un bastoncino di legno resistente molto appuntito che, una volta abbozzato il disegno con del pigmento, veniva passato in modo da creare delle microincisioni sulla pelle così che l’inchiostro potesse penetrare in profondità.

Un interessante esempio di tatuaggio con valore identificativo si ritrova nel tatuaggio polinesiano, una pratica che è stata a lungo osteggiata dalle culture occidentali e che è riemersa in tutto il suo energico splendore attorno agli anni Ottanta con la reintroduzione di vere e proprie gare tra tatuatori in occasione delle feste tiurai. Il tatuaggio polinesiano, segno distintivo delle classe più elevate della società e specifico mezzo di attrazione sessuale, veniva fatto all’interno di una specifica cerimonia religiosa in cui, tramite il suono ritmato ed ossessivo dei tamburi, il sacerdote invocava gli dei del tatuaggio affinché lo accompagnassero in questa pratica magica basata su rituali precisi e disegni codificati e avrebbero permesso al sottoposto di guarire rapidamente.

Per capire appieno il livello di pregiudizio imperante rispetto a tale forma artistica (sospetto che, è bene dirlo, coinvolge anche il mondo dell’arte), è utile osservare il caso del Giappone, Paese che, sebbene possieda una lunghissima tradizione e uno stile raffinatissimo di altissimo livello qualitativo, continua a vedere il tatuaggio come un tabù al punto da vietare ai tatuati l’accesso ai bagni pubblici, alle saune, alle spiagge, ad alcune palestre e perfino ad alcune feste.

Tale preconcetto, fortemente presente anche in Europa (basti pensare al caso dei tatuaggi russi, e con essi ad alcuni specifici disegni come il Cremlino, per anni prerogativa esclusiva dei detenuti che in base al numero delle cupole riprodotte sul loro corpo evidenziavano gli anni di prigionia nelle dure carceri della Russia), conduce direttamente all’idea, già accennata in precedenza, che l’uomo tatuato debba per forza essere un individuo pericoloso. Pare, infatti, che in suolo nipponico venisse praticato il così detto tatuaggio punitivo in cui ad ogni segno corrispondeva un preciso crimine commesso dall’individuo in questione in modo tale che fossero ben riconoscibili da tutto il resto della popolazione. Tale pratica trova larga diffusione nel periodo Edo in cui molti criminali si trovarono tatuato in fronte o l’ideogramma corrispondente alla nostra parola malvagio o una linea orizzontale alla quale ne sarebbero state aggiunte altre in caso di recidività a tal punto che, ottenuta la terza condanna, il criminale avrebbe avuto sulla fronte la scritta “cane”.

Sebbene il tatuaggio non sia una prerogativa del mondo criminale come dimostra ad esempio la diffusione del tatuaggio del dragone (simbolo mitologico di unione di acqua e fuoco) tra i pompieri che lo utilizzavano con valenza protettiva, la sua diffusione presso i componenti della yakuza (letteralmente “mano perdente”), la così detta mafia giapponese, non ha di certo favorito l’accettazione di questa pratica da parte dell’opinione pubblica. Nella yakuza il tatuaggio viene visto come simbolo di merito e solo obbedendo ciecamente agli ordini dei superiori il membro può ricevere il permesso di potersi tatuare. Pratica molto diffusa nella yakuza è il tatuaggio integrale o bodysuit (spesso a colori), una pratica dolorosissima, in cui spesso è il tatuatore a decidere il soggetto da ritrarre e di cui sono noti alcuni simboli ricorrenti, uno fra tutti i fiori di ciliegio sinonimo di vita effimera.

Il legame con il passato e con la tradizione emerge preponderante in due tattoo artists nipponici, le cui firme rappresentano una sorta di status symbol: Horizen e Horiedo. Horizen, per anni tatuatore per la yakuza, pratica la tradizionale tecnica del tebori (tatuaggio a mano), una tecnica che sebbene dia grandi risultati espressivi provoca un dolore molto intenso e interminabili sedute. La pratica del tebori consiste nel posizionare differenti file di aghi di acciaio su una bacchetta di legno legandoli con fili di seta o clips metalliche. L’inserimento degli aghi in posizione obliqua nella pelle permette un maggior controllo del disegno e una maggior durata dei colori che penetrano in profondità.

La magia di una tradizione dominata da mitologie tanto distanti da quelle Occidentali rinasce in tutto il suo vivo splendore in alcune opere di Horiedo, disegni che sembrano vivi: tigri all’attacco, carpe guizzanti, samurai pronti a sferrare il colpo mortale o la così detta dama dell’inferno (Jigoku Dayu), una cui versione è disegnata sulla schiena di Shoko Tendo, autrice del celebre libro “Il drago nel cuore”.

Anche in Occidente per un lungo periodo tatuatori e tatuati non vennero visti di buon occhio, ridotti ad una sorta di clandestinità a causa dell’aperta condanna di Stato e Chiesa.

È attorno agli anni Sessanta, in quel fenomeno conosciuto come cultura underground o controcultura, che si  va ad inserire la riscoperta di questa forma d’arte interpretata come stile pittorico alternativo. Tale diffusione avviene anche grazie all’invenzione, sul finire dell’Ottocento, della prima macchinetta elettrica per tatuaggio per mano dell’americano Samuel O’Reilly: un’invenzione che ha rivoluzionato questo ambiente permettendo sia agli artisti di utilizzare differenti tipologie di ago in modo da ottenere una più ampia gamma di effetti cromatici sia di aumentare notevolmente l’attenzione alle regole igieniche.

Nonostante ciò spesso, ancora oggi, i tatuaggi sono accomunati ad ambienti più o meno criminali: negli Stati Uniti, infatti, nelle carceri, sebbene proibiti, continuano ad essere motivo di vanto e inoltre sono molto inflazionati anche negli ambienti dei bikers e delle gangs.

Troppo spesso legato all’ambiente delle bande ispaniche, è il così detto tatuaggio chicano, di cui uno dei più influenti esponenti è Freddy Negrete: un mondo in grigio e nero fatto di simboli precisi, da grigi sfumati ottenuti mischiando direttamente l’inchiostro con il sangue fuoriuscito in superficie, un carta di identità sulla pelle in cui l’universo religioso dominato da Gesù, Maria e Santi si fonde con il dolore della strada.

L’aprirsi di un nuovo periodo per il tatuaggio artistico viene a delinearsi anche con la presenza di tattoo artists donne: non solo nomi internazionali del calibro di Kat Von D, famosa per i ritratti,  e Nikole Lowe, ma anche artiste italiane come Morg, che traspone alcuni dei suoi lavori su altri supporti in modo da poterli esporre, Amanda Toy, Valentina de Rosa, Cecilia Granata, Anita Rossi, Elisabetta Tugnolo.

Osservando, ad esempio, alcuni lavori di Elisabetta Tugnolo, tattoo artist e proprietaria del Dragonfly Tattoo, emerge chiaramente l’abilità che è richiesta a chi decide di operare in questo campo: una mano ferma e sicura si accompagna ad una attenzione al disegno e alle sfumature che nulla ha da invidiare ai lavori dei Grandi Maestri, in cui dalla magia di un attimo, dallo sposalizio tra sangue e inchiostro deriva l’esito e la riuscita dell’intero progetto.

Basterà osservare alcune delle immagini che la Tugnolo ci ha gentilmente concesso di pubblicare per capire la poesia nascosta nel suo lavoro: il volo dell’uccello è bloccato nel momento di massima tensione, in cui le sue forme sembrano avvicinarlo ad un angelo; la linea di contorno si accompagna ad un dolce sfumato che mischiandosi con i toni della pelle cerca di rendere la sostanza dell’atmosfera; le fronde degli alberi rese come soffici batuffoli di cotone di colore verde aumentano la delicatezza del tatuaggio che si trasforma inevitabilmente in opera d’arte.

L’uso sapiente della gamma cromatica emerge, del resto, anche in alcune delle sue opere a soggetto floreale, come ad esempio nel loto sui toni del rosa e del viola, in cui il fiore si trasforma in un vero e proprio omaggio alla cultura orientale, mondo a cui la Tugnolo è particolarmente affezionata.

Il sudore, il duro lavoro e gli anni di pratica e di tentativi si mostrano al pubblico nella carrellata di foto che immortalano i temi più vari, attimi di felicità, di ricordi di tante persone: opere che non restano con l’artista ma vivono in altri luoghi, lontani da chi li ha creati.

Osservando da vicino soggetti simili prodotti da mani diverse l’occhio attento potrà subito notare come non sia possibile riscontrare elementi uguali, ma solo similari: ogni disegno risulta, perciò, essere un pezzo unico, un frammento di anima dell’artista che si trasferisce in un’altra persona sottolineandone un personale sentire che non potrà mai essere copiato ma solo interpretato.

Non ci resta, quindi, che attendere il momento in cui i grandi musei apriranno le porte a questi artisti contemporanei che tanto hanno da dire e raccontare, artisti quasi sciamani che silenziosamente introducono l’arte nella vita e la vita nell’arte.

 

Immagini:

Tutte le immagini sono coperte da copyright e sono una gentile concessione dell’artista Elisabetta Tugnolo.

Immagine 1: Ritratto in nero e grigio.

Immagine 2 e 3: Elisabetta Tugnolo al lavoro.

Immagine 4: Volo di uccelli- tatuaggio a colori.

Sito web: www.dragonfly-tattoo.it

Giulia Jurinich

6 marzo 2012

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