David Tremlett. Muri d’Artista

Quattrocentosettanta metri quadrati di opera d’arte. Non un quadro. Non una parete affrescata. Non un soffitto. Ma l’intera tromba delle scale della Galleria Tate Modern di Londra. Quel diavolo di “The thinking in space” l’ha terminato nello scorso mese di settembre e poiché per tutte le sue decorazioni usa solamente polvere di pastello massaggiata sui muri con i palmi delle mani e i polpastrelli delle dita, c’è da chiedersi se a lui e ai suoi collaboratori sia rimasto un centimetro di pelle sugli organi prensili.

L’inglese Tremlett (Cornovaglia 1945) è un artista “ambientale”, con la sua creatività trasforma ambienti in spazi artistici. Come supporto non usa la carta, la tela, il legno, bensì le pareti, antiche e moderne. Non si definisce un pittore ma un disegnatore, infatti per le sue decorazioni murali non si può parlare di “wall painting” ma di “wall drawing” che, dopo quarant’anni d’incessante lavoro, ha distribuito in tutto il mondo. Tremlett è, tra gli artisti viventi, uno dei più originali e interessanti. E’ un nomade curioso del mondo che viaggia in tutti i continenti per incamerare patrimoni d’arte e tracce di storia che poi rielabora e trasfonde in nuovi spazi, forme e colori. I suoi non sono disegni iconografici e nemmeno informali bensì geometrici che nelle loro linee curve o spezzate, nei riquadri, trapezi, rettangoli, cunei, dichiarano l’interesse di Tremlett per l’architettura e il suo costante desiderio di dare a qualsiasi spazio interno una nuova immagine estetica.

Comprendere le sue opere non è semplice perché ce la dobbiamo vedere con l’astrattismo geometrico e con un razionalismo architettonico diventato bidimensionale. Eppure non è tutto così asettico. Talvolta, il distribuirsi dei suoi disegni sulle pareti assume un ritmo musicale, certo sincopato per via di quelle improvvise diserzioni delle linee che da rette si fanno curve, di quell’intersecare, con  le stesse, sezioni di cono o campiture trapezoidali.  Potremmo dire che ha saputo mutare in forme colorate una sonata jazz.

Dopo tanta fisica applicazione, sentirlo dichiarare che la durata dei suoi lavori non gl’interessa, è disarmante. Ma è così. Spesso la sue decorazioni durano pochi mesi, il tempo effimero di una mostra e poi.. via, cancellate come fossero state disegnate su una lavagna. D’altronde David ha sempre sostenuto che la fugacità dell’opera ne aumenta il fascino. Per vedere le sue pareti artistiche non c’è bisogno di andare all’estero, ha lavorato molto anche in Italia: nelle sale a piano terra del Castello di Formigine (Modena), nello spazio intimo e silenzioso della trecentesca Cappella di Santa Maria dei Carcerati di Bologna, nella cinquecentesca Villa Caldogno di proprietà del Comune di Caldogno (Vicenza), nella palladiana Villa  Pisani Bonetti di Bagnolo di Lonigo (Vicenza), nell’ex monastero di Santa Cristina della Fondazza di proprietà del Comune di Bologna, nella Sala delle Cannoniere del Forte di Bard in Valle d’Aosta, nella Cappella del Barolo nelle Langhe; ambienti che, rivestiti dal suo gesto creativo, sono scampati all’oblio e all’anonimia ed entrati difilato nel cosmo dell’arte contemporanea internazionale. Per scoprirli meglio sbrigarsi, non si sa mai. Potrebbero sparire.

Cinzia Albertoni

26 gennaio 2012

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook