Pedro Barreto:lo scultore venezuelano che con il legno “ pintaba el sol y la luna”

Pedro Barreto:lo scultore venezuelano che con il legno “ pintaba el sol y la luna”

Pedro-Barreto-lunaL’eccellenza dell’arte sudamericana contemporanea ha purtroppo scarsa divulgazione in Europa a favore dei miti nordamericani consacrati. Il nostro vuole essere perciò un omaggio postumo allo scultore più rappresentativo delle arti plastiche in Venezuela, il Maestro Pedro Barreto (1935-2008), a sei anni dalla scomparsa che abbiamo appreso solo di recente e con particolare rammarico per averlo conosciuto.

“La scomparsa di Barreto è una grande perdita per il nostro Paese “, ebbe a dire Maria Teresa Morin, allora presidente della “Fundacion para la Cultura de la Ciudad de Valencia” ed esponente di spicco nel mondo culturale. Quella scultura in legno intitolata “Sol” resta installata dal 1982 in modo permanente all’entrata del Museo en plein air “Andrez Pérez Mujica” di Valencia, terza città dello stato di Carabobo in Venezuela. Ma è questa solo una delle testimonianze della lunga carriera artistica di Pedro Barreto.

La “ madera
“Sculptor de la madera”, Barreto era infatti conosciuto come “ lo scultore del legno”, quel legno dal quale prese nome appunto l’isola portoghese di Madera, lussureggiante di alberi.
Barreto nacque a Santa Catalina sul fiume Orinoco, ma a cinque anni la famiglia si trasferì a Tucupita, capitale dello Stato Delta Amacuro, quel delta del fiume Orinoco che sbocca nell’Atlantico. Fu nel laboratorio di falegnameria del padre, abile “carpintero”, che trovò nel legno la materia prima dei suoi “jouchetes” (giocattoli) dell’infanzia. E fu l’amico di famiglia Pastor Espinoza de los Monteros a dargli le prime lezioni d’arte, spingendolo ad iscriversi alla Scuola Superiore delle Arti Plastiche di Caracas. Da qui inizia il suo cammino verso studi più formativi, con l’ottenimento di una borsa di studio per l’Europa.
Negli anni 1959-60 venne a Roma a studiare all’Accademia delle Belle Arti di Via Ripetta, quindi si recò all’Ecole des Beaux-Arts di Parigi, dove assorbì le lezioni di autorevoli esponenti di quel variegato ambiente parigino. Verso il 1970 si spostò in Giappone alla Scuola delle Arti dell’Università di Tokio per circa tre anni, imparando dalla “pignoleria” tutta giapponese l’amore per l’ordine e la disciplina interiore e ricevendo un importante premio con le sue “columnas abiertas” di estrema sintesi minimalista. Tornato in Venezuela, la voglia di inseguire ulteriori e diverse soluzioni stilistiche gli permetterà di raggiungere quella essenzialità della forma che lo distinguerà tra gli esponenti del Costruttivismo. Tutta una serie di occasioni lo porteranno ad incarichi di rilievo nel suo Paese e ad esposizioni nelle gallerie più prestigiose negli Stati Uniti e in Europa, ricevendo numerose commesse, premi e riconoscimenti.

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L’infinita ebbrezza dell’arte
“La escultura es una forma de embellecer el espacio” ( la scultura è l’arte di abbellire lo spazio). Barreto parlava della sua filosofia artistica con rara semplicità. In fondo ai suoi successi c’era sempre quella prima parte della sua esistenza che gli restava dentro indelebile mantenendolo nella sua integrità priva di sovrastrutture.

Infatti, erano in lui vivissimi i ricordi dell’infanzia a Tucupita, in quel territorio del Delta Amacuro, invaso dalle acque che dalla forza dell’oceano si scontravano con l’uscita del fiume Orinoco, provocando inondazioni “muy terribles”, con dentro gli occhi la visione dei bambini travolti dal fiume che se li portava via, come portava via ogni cosa e ogni anima vivente. Era un territorio pervaso da fiumi e canali, lì l’acqua era il dominio. Conobbe il fiume, il canto degli uccelli, la pioggia battente che scatenava quelle inondazioni, la vegetazione “ligera”, la fauna, l’odore del tronco, il colore del vento e delle nubi. E nel brillìo del “ sol y de la luna” volgeva lo sguardo dalla terra al cielo, eleggendo quei simboli celesti a leit-motiv delle sue opere, il sole perché generatore di vita e la luna perché regina delle maree.

A chi gli chiedeva il perché del “Sole e della Luna”, i suoi simboli preferiti, spiegava: “ Il sole e la luna sorgono da una necessità storica, perché gli indios, prima della conquista degli Spagnoli, adoravano i loro dei anche con sacrifici umani. In tutta la geografia del continente, i loro dei erano rappresentati dal Sole e dalla Luna. Non avevano altri dei”.

Nel laboratorio paterno si era impadronito, come una seconda pelle, dei segreti di ogni tipo di legno, la sua plasmabilità, la sua resa in opera. “ Io lavorai con l’argilla, – diceva – la pietra, il bronzo o il ferro, e trattai questi elementi con tecniche differenti, ma trovai nel legno la materia più nobile….. Ogni artista tratta la materia o con fini figurativi o per trarne forme, ma il linguaggio è lo stesso. Il linguaggio è dove l’uomo pone le mani. Ciò che l’uomo tocca è linguaggio. Ciò che un uomo palpa si trasforma. Lo scultore va unendo, collegando le varie forme e appaiono forme nuove e sempre diverse e ciò si raggiunge con il costante lavoro”.

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Il famoso critico d’arte Peran Erminy notava come Barreto “seppe far giungere la “madera”, dalle sue forme embrionali e germinali, all’estremo della sua plasticità e duttilità, al massimo delle sue possibilità formali, tentando di raggiungere l’assoluto”.

Lo stesso, nel suo articolo “La ebriedad infinita del arte” (L’infinita ebbrezza dell’arte), scritto alla morte dell’artista, disse come “Pedro Barreto fu senza dubbio in Venezuela il più importante degli scultori dell’astrazione organica. Nel periodo della sua maturità artistica seppe trarre dalle forme viventi della natura la loro struttura primaria, riducendola alla loro essenzialità geometrica no-euclidiana, cioè alla forma astratta della naturalezza originaria. Nel fascinante splendore della loro bellezza vi è l’altissima qualità delle sue opere ”.

Merengue e revolucion” nel mito del “Che
Tra la fine degli anni ’50 agli inizi del ‘60 l’ambiente artistico della Capitale era un crogiuolo di giovani venuti in Italia da vari Paesi del centro e sud America, vuoi i numerosi artisti con borse di studio, vuoi qualche giovane laureato figlio di ricchi latifondisti spediti dalle famiglie in Europa perché invischiati in movimenti di protesta antiamericana, tutti animati dallo spirito comune della “revolucion” in nome di quel mito che era il “Che Guevara”. In realtà, parlavano poco davanti ai loro amici italiani dei problemi politici che affliggevano i loro Paesi, quanto di interessi artistici comuni, vivendo il loro soggiorno romano al ritmo spensierato del “merengue”, recitando poesie di Garcia Lorca e Pablo Neruda e intonando nostalgici canti “llaneri”.

Ma in quella sorta di attesa kafkiana si avvertiva in quei giovani intellettuali che unico, vero scopo era quello di preparare il mutamento dei loro destini nazionali. Pedro Barreto, anche in seguito, resterà sempre legato a questi ideali come uno dei maggiori esponenti firmatari nel suo Paese di istanze contro il potere antidemocratico.

Da questa colonia romana usciranno poi nomi molto significativi per l’arte latino-americana, esponenti delle diverse correnti artistiche sviluppatesi nella seconda metà del secolo scorso.

Essere artisti in Sud America
Quanto sopra ci spinge a brevi riflessioni sull’identità degli artisti sudamericani. In quei Paesi l’artista che riesce a farsi un nome viene letteralmente “venerato” anche a livello popolare, laddove anche la persona di strada ne conosce l’esistenza.
Il legame ombelicale di quei popoli alle civiltà precolombiane, come sopra espresso dallo stesso Barreto, è assai persistente. L’artista soprattutto, le cui espressioni restano ancorate a quelle radici, viene visto come l’intermediario tra la terra e “los dioses”, quegli dei ai quali dedicavano i loro sacrifici. E forse mettono l’artista su un piedistallo identificandolo in qualche modo a quelle stesse divinità.

La precarietà del vivere che a lungo ha afflitto quelle popolazioni soggette alle colonizzazioni e l’estrema povertà che ancora attecchisce in molte zone lager avulse dai grattacieli della “civilizacion”, lascia in loro uno strascico, sì che il vivere alla giornata diventa la loro filosofia di vita. Quell’ energia ottimistica e spensierata che si sprigiona nelle loro manifestazioni ludiche è forse un modo di esorcizzare la loro profonda “saudade”, un sentimento misto tra la speranza nel futuro e la malinconia del passato, comune a tutte le genti latino-americane da quelle origini culturali proprie portoghesi -brasiliane . E l’artista che si fa riconoscere è la loro “revancha”, la loro rivincita, il loro Michelangelo, il loro Leonardo da Vinci.

Il nostro ha voluto essere, oltre all’omaggio all’indimenticato Maestro Pedro Barreto, di cui serbiamo una piccola e stupenda scultura, un sintetico affresco di quel periodo degli anni ‘60, che segnava una breve parentesi di rigenerazione, di apertura culturale e trapasso verso altri, altalenanti scenari storici e artistici. Forse, una nostalgica “saudade”.

Angela Grazia Arcuri
8 settembre 2014

 

 

 

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