PARACELSO: il medico, filosofo e alchimista del ‘500 che curava l’uomo nella sua quintessenza

PARACELSO: il medico, filosofo e alchimista del ‘500 che curava l’uomo nella sua quintessenza

paracelso-medico-filosofoIl suo vero nome era Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus Von Hohenheim. Un nome pretenzioso, dovuto ad illustri origini familiari, al quale egli stesso volle aggiungere quello di Paracelsus, ritenendosi “uguale a” o “più grande di” quell’Aulus Cornelius Celsus, l’enciclopedista romano del I secolo famoso per il suo trattato di medicina.
Anche quel “Bombastus” era destinato a segnare una tappa nell’ arricchimento del lessico comune con l’introduzione da parte degli Inglesi dell’aggettivo “
bombastic”, tuttora assai usato in ambito mediatico per indicare che una persona o qualche cosa è eccezionale, esagerata, spesso anche in tono negativo. E Paracelso esplose proprio come una bomba nell’ambiente della medicina rinascimentale, imponendosi con le sue dottrine ritenute del tutto eccentriche dai sistemi tradizionali.
“Alcuni mi accusano di superbia, altri di pazzia, altri ancora di stoltezza” diceva. Lo accusavano anche di alcolismo e di non frequentare le cerimonie religiose. In realtà non osservante, ma credente in un Dio cui l’uomo si unificava, definiva se stesso una sorta di teologo laico, convinto che la fede andasse vissuta a livello intimo e non collettivo, affermando che “il tempio si trova nel cuore e non fra le mura”.
Spirito europeistico e antidogmatico
Nato in Svizzera nel 1493, a nove anni si stabilì a Villach in Austria col padre, laureato in medicina, dal quale ricevette i primi insegnamenti di medicina, alchimia e botanica, perfezionati in seguito con l’abate Giovanni Tritemio e Sigmund Fugger. Tra i sedici e i ventidue anni, frequentò varie università tra le quali la Sorbona di Parigi, ma riuscì a trovare punti d’incontro solo con la cultura medica del nord Italia, a quel tempo considerata innovativa fra le altre, tanto che prescelse l’Università di Ferrara per laurearsi in medicina. Ma anche lì insoddisfatto, fece ritorno in Germania nel 1527, a 34 anni, dove gli fu offerta la cattedra di medicina all’Università di Basilea. Qui si rese protagonista di un’iniziativa poco gradita all’establishment universitario, facendo bruciare dai suoi studenti nella pubblica piazza i testi di
Galeno e Avicenna, ritenuti pietre miliari della medicina ufficiale, ma secondo lui in gran parte inesatti e negativi per la formazione di un medico. E perse inevitabilmente la cattedra.
Questa sua inquietudine, propria delle persone geniali, lo condusse a un continuo errabondaggio per le città d’Europa, antesignano di quello spirito europeistico che oggi tanto ci fa discutere. Pare che si spinse anche in Egitto, nelle Indie e in Cina. E poiché aveva lavorato da ragazzo anche nelle miniere di Germania e Ungheria allo scopo di conoscere il segreto dei metalli, si recò in Russia alla ricerca delle miniere dei Tartari e là, fatto prigioniero dal Khan, gli sarebbero state svelate particolari informazioni mediche ignote in occidente.
Imago
Dalle immagini che ci sono giunte di Paracelso, appariva lontano dal possedere un fisico aitante. Lineamenti femminei, corporatura pesante, sembra avesse un carattere piuttosto orgoglioso e polemico, sì da alienarsi, come in tutti i tempi, le simpatie di quanti giudicano solo per le apparenze. Ma, e sono nostre illazioni, proprio questi suoi limiti fisici potevano forse procurargli un inconscio sentimento di inadeguatezza, che sopperiva con un atteggiamento di supposta superiorità in quanto consapevole delle sue eccezionali qualità intellettive nei confronti di quegli spiriti poveri che lo criticavano. E alla forte passione per gli studi univa uno stile di vita anticonformista, mantenendosi a suo dire “casto” e comunque fedele al celibato, nella convinzione che un medico, per essere veramente tale, deve dedicarsi esclusivamente alla cura dei suoi pazienti laddove era facile esporsi a malattie spesso contagiose.
Ma qualche sorpresa ci attende alla fine della sua vita che di Paracelso ci farà meglio capire la sua più intima personalità.
Il Lutero della medicina
Così il medico scienziato veniva chiamato a quei tempi per quelle che erano ritenute eresie nei suoi sistemi curativi. Fino al ‘500, gli elementi aristotelici che governavano tutta la materia ed anche l’uomo erano “la terra, l’aria, l’acqua e il fuoco”. A tali elementi Paracelso fu il primo ad aggiungere “ilsale, lo zolfo e il mercurio”, che coesistono in perfetta unità nel corpo umano, ma che vengono separati nel loro equilibrio in presenza di una qualsiasi malattia.
Introdusse in merito una nuova disciplina, la “
Iatrochimica”, basata sulle cure per mezzo di sostanze minerali. Paracelso vedeva il corpo umano come una fornace, la cui salute dipende essenzialmente da uno specifico bilanciamento tra i componenti chimici dei “fluidi corporei”. Infatti, fu il primo ad usare sostanze minerali e prodotti chimici diversamente dai predecessori che si limitavano all’uso di piante ed estratti vegetali. Fu anche il primo a battezzare lo “zinco” con questo nome e dare assetto sistematico allo studio della botanica.
Era capace di ricollegare i segni del corpo all’agente interno causa della malattia, riservando la dovuta importanza all’accurata osservazione del paziente e immedesimandosi nei suoi disturbi. Se ci fosse oggi un Paracelso nella diffusa superficialità delle odierne diagnosi! Di prassi conservativa più che aggressiva, era particolarmente noto nel guarire le malattie dell’apparato gastro-enterico; forse, ci sembra, avendo approfondito proprio nei suoi viaggi in oriente quei segreti per curare quella parte del corpo ove risiede il più importante “centro energetico “ secondo le dottrine orientali, sottoposto a quel processo fermentativo dei “fluidi corporei “ contemplati dalla sua Iatrochimica.
Omeopata ante litteram
“Tutto è veleno – diceva – e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”.
Con la filosofia del “similia similibus curantur”, si rivelò quindi precursore dell’Omeopatia, poiché alla “teoria dei contrari” contrapponeva la “teoria dei simili”, già presente presso i popoli primitivi e gli egiziani, secondo la quale una malattia può essere curata con la stessa sostanza da cui è stata causata. Era infatti in contrasto con il pensiero del suo tempo, laddove il medico doveva combattere, sopraffare e vincere la natura. Invece Paracelso sosteneva che il corpo umano è un insieme organico che si gestisce in maniera del tutto autonoma, comunque soggetto alle stesse forze naturali cui sono sottoposti gli animali e le piante.
La donna, essere speciale
Il medico svizzero riservò una particolare attenzione alla donna, quella creatura che ai suoi tempi era ritenuta solo il recipiente che raccoglie il seme. Ma Paracelso intravide, specie nella donna incinta, una particolare capacità immaginativa, decisiva per la formazione spirituale del figlio. Intuizione davvero moderna, che innalzava la donna rinascimentale a un ruolo misconosciuto. Lo scienziato elvetico aveva capito che quello della donna è un piccolo mondo a parte, in cui però è racchiuso il grande mistero della vita che la mette in contatto con il grande mondo della natura.
La “quintessenza”
Il tossicologo Enrico Malizia
, grande estimatore delle teorie paracelsiane, osserva in un suo libro come “innumerevoli sono i progressi che il mondo deve a quest’eroe culturale. Ha fondato la farmacologia clinica, ha separato la psicologia della teologia e dalla demonologia, ha svolto ricerche pioneristiche nella medicina del lavoro, psichiatria e ginecologia. Era convinzione di Paracelso che l’alchimista sapiente, cercando di imitare le opere divine, poteva raggiungere poteri in apparenza magici, che in realtà erano solo frutto di quell’energia da cui derivava la conoscenza della verità e acquisizione del potere della “quintessenza”. E proprio tramite la quintessenza poteva decodificare i massimi segreti arcani. Il mondo, ignorando questo procedimento, lo chiamava ‘mago’.
Morte misteriosa e autopsia
Ed anche quel ‘mago’ vide il suo corpo sottoposto all’estrema trasmutazione. A soli 48 anni, il 23 settembre 1541, “mutò la vita con la morte”, come si legge nell’epigrafe sulla sua tomba a Salisburgo. “Quell’epigrafe – nota Malizia – rispetta in chiave spirituale-filosofica l’opera materiale dell’alchimista governata dalla trasmutazione”.
Ma, come da noi anticipato sopra, quella morte rivelò qualcosa di veramente inquietante.
“Le cause della morte di Paracelso – continua il tossicologo – sono state ritenute non naturali: si sospettava omicidio per avvelenamento. L’autopsia e gli esami tossicologici, eseguiti il secolo scorso dall’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Vienna hanno dimostrato la presenza di avvelenamento da mercurio, ma, poiché questo metallo è il più usato dagli alchimisti, è molto probabile che l’intossicazione sia stata di origine professionale e non criminale”.
Ben altre rivelazioni ci vengono consegnate da quell’autopsia:
“L’antropologo che partecipò all’autopsia stessa rilevò che la conformazione delle ossa, specie del cranio e delle pelvi, era di tipo decisamente femminile. Anche se su questa base non si può affermare, come fece a suo tempo un giornale austriaco, che Paracelso fosse una donna, si può ragionevolmente supporre che il grande alchimista potesse essere un “ermafrodito”. Del resto, si diceva che non avesse genitali maschili e i suoi ritratti mostrano tratti femminili”.
Una vita, quella di Paracelso, avvolta dunque nell’incertezza tra l’essere e il non essere, proprio quella che forse ha determinato lo sprigionamento delle sue energie superiori.

Soltanto nell’ultimo quarto del secolo scorso – osserva Malizia – con la realizzazione ( seppur con diversa filosofia, metodologia e tecnica ) di alcune sue intuizioni, più precisamente della fecondazione artificiale e della clonazione, si è rivelata la profondità e modernità del suo pensiero”.
Lo stesso Paracelso, ripiegato sui suoi pensieri, diceva : “ Ma è proprio vero che nella terra ci
sono molte cose che non conosco… che Dio forse farà manifestare cose mai viste e mai rivelate che non abbiamo mai saputo. Perciò qualcuno verrà dopo di me… e le spiegherà”.

Angela Grazia Arcuri
28 luglio 2014.


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