T. Karman, Il Premio Nobel per la pace a Roma per i diritti delle donne in Yemen

T. Karman, Il Premio Nobel per la pace a Roma per i diritti delle donne in Yemen

karman-1Nei giorni 19 e 20 giugno la facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma ospiterà un seminario internazionale sulla «Collaborazione tra Italia e Yemen sui diritti delle donne nella Costituzione dello Yemen», in via di elaborazione. Il seminario è all’interno del progetto «Affermazione dei diritti delle donne yemenite nella Costituzione e nella società» organizzato dalla società Minerva, dall’onlus Law International (Legal Assistance Worldwide), con il sostegno del Ministero degli affari esteri italiano. Obiettivo di questo progetto è quello di scrivere gli articoli della nuova Costituzione yemenita in merito ai diritti delle donne, l’approfondimento del contesto culturale e istituzionale mirato a rafforzare le condizioni politiche e sociali per la transizione democratica dello Yemen. La condizione giuridica delle donne yemenite sarà oggetto di particolare attenzione.
Ospite Tawakkul Karman, attivista yemenita insignita del Premio Nobel per la pace 2011 insieme ad altre due donne liberiane, la presidente liberiana Ellen Johnson Sirleaf e Leymah Gbowee. Il prestigioso riconoscimento venne dato proprio «per la loro battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell’opera di costruzione della pace». Va ricordato che la Karman ha donato tutti i soldi del suo premio al Fondo per i Martiri e Invalidi della Rivoluzione.

L’intervento della Karman è rivolto ai diritti delle donne e alla volontà di cambiamento emersi durante le sommosse popolari nello Yemen del 2011, che si sono ora materializzati nei risultati di un anno di lavoro della Conferenza per il Dialogo Nazionale perché «i giovani e le giovani donne della rivoluzione hanno pagato con il loro sangue questo risultato ma ora si apre il duplice fronte di includerlo nella nuova Costituzione e nella concretezza delle leggi». Se ciò non dovesse avvenire si tornerebbe indietro. Per ottenere questo risultato però è necessario vincere la battaglia contro le fatwe di quegli uomini di religione secondo i quali tutto questo è sbagliato.
La vivacità del dibattito politico e costituzionale della società yemenita ci rivela un paese diverso da quello che emerge dalle cronache, teatro solo di violenze e attacchi terroristici. Per far nascere un moderno stato civile e federale è indispensabile che gli abusi di potere e la corruzione del passato siano sostituiti dai princìpi dello stato di diritto, dei diritti umani, della giustizia sociale e dello sviluppo sostenibile. A questo proposito Tawakkul Karman ha sottolineato la necessità di donne capaci di salvare lo Yemen perché la donna «è meno disposta degli uomini alla corruzione» e «le donne hanno sempre affrontato i pericoli nelle catastrofi naturali, nelle rivoluzioni, in ogni tipo di difficoltà ma poi l’uomo ha sempre preso in mano le redini e ripreso il sopravvento». L’arretratezza e il predominio maschile nella società yemenita rappresentano un ostacolo per la donna, soprattutto nella campagna, e per il premio Nobel fanno parte delle tradizioni logore e sbagliate del suo Paese. Le innovazioni da introdurre in campo giuridico sono molte e dovrebbero andare di pari passo con quelle sociali: la violenza in famiglia non è considerata reato, le donne restano minorenni a vita e chi prende le decisioni per loro può decidere di darle in sposa ancora bambine, sfruttamento sessuale, istruzione femminile ancora bassa (la percentuale nel 2011 era di 31% alle elementari, 24% alle Medie e 13% delle matricole universitarie), tasso demografico altissimo come quello di mortalità per parto e, sempre nel 2011, in Parlamento sedevano soltanto tre deputate. La Conferenza per il Dialogo Nazionale, fra i tanti diritti affermati per le donne, ha appunto sottolineato l’esigenza di una quota femminile del 30% in tutte le istituzioni, il diritto ad entrare nell’esercito e nei servizi di intelligence. Le donne hanno dimostrato di saper essere leader, in prima linea, nella rivoluzione del 2011 contro il regime corrotto dell’allora presidente Ali Abdullah Saleh. La stessa Karman aveva assunto il ruolo di guida del gruppo delle «Donne giornaliste senza catene», da lei creato nel 2005 per difendere la libertà di pensiero ed espressione, pagando anche con il carcere il suo attivismo politico. Lei che per scelta si tolse il niqāb (velo semi-integrale che copre l’intero corpo della donna, compreso il volto, lasciando scoperti solo gli occhi) alla Conferenza sui diritti umani del 2004, esortando da allora le altre donne e le attiviste a levarselo. È poi passata al velo hijab che lascia il volto scoperto. Fu un gesto eccezionale per un Paese che fino a qualche tempo fa vietava alle donne di rimanere fuori casa oltre le h 19:00. Furono molte invece le donne che rimasero con lei a dormire durante i sit-in in Piazza della Libertà a San’a’, di fronte all’edificio del Governo, o durante le manifestazioni organizzate in passato per innalzare l’età minima nella quale le donne potevano sposarsi, poi fissata a diciassette anni.

I gruppi che hanno lavorato per il Dialogo Nazionale, Italia compresa, hanno fatto un lavoro eccellente, ma queste sono solo alcune delle sfide da affrontare in un Paese dove un terzo della popolazione soffre ancora la fame cronica.

Paola Mattavelli
20 giugno 2014

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook